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Marina Lo Cerchio

Vacanze degli italiani, solo per uno su due: vince l’outdoor

Nonostante la situazione attuale, decisamente pesante per il settore del turismo colpito da oltre un anno dagli effetti della pandemia, gli italiani non perdono la voglia di andare in vacanza. Che, oggi più che mai, è diventata quasi un’esigenza. Spicca, in particolare, la voglia di vivere all’aperto, tanto che – rivela l’indagine realizzata da Enit-Agenzia Nazionale del Turismo e Human Company in collaborazione con Istituto Piepoli – ,l’outdoor si conferma un trend consolidato nell’estate 2021.

Le previsioni per l’estate 2021

Vacanze sì, quindi, ma non per tutti. Solo poco più di un italiano su due ha programmato una vacanza in media per più di una settimana, di questi un quarto pianifica una struttura outdoor, villaggio e agriturismo in testa seguiti da camping e rifugio montano. Il 65% di chi pianifica outdoor sceglierà una destinazione di mare, il 20% la montagna, il 16% città e località d’arte. Il profilo del viaggiatore outdoor è simile a quello dell’ultimo anno, con una decisa presenza di giovani (21%) e scarsa di over 64 (3%). Interessante il dato sul periodo: se agosto si conferma il mese dominante (per il 48% degli italiani e per il 54% dei turisti outdoor è il periodo individuato per le vacanze), settembre registra una quota considerevole, specialmente tra i propensi all’outdoor (28%), Circa un quarto dei vacanzieri open air ha già prenotato, quasi la metà invece intende prenotare tra giugno e luglio. Del totale propensi in strutture outdoor, oltre l’80% sceglierà una struttura in Italia, Sicilia in testa (16%), seguita da Sardegna (14%) e Liguria (12%).

Chi sceglie le vacanze all’aria aperta guarda al prezzo e alla sicurezza

Tra i viaggiatori che hanno programmato una vacanza outdoor, la garanzia di rispetto delle norme igieniche preventive del contagio (26%) è il secondo fattore di scelta dopo la convenienza (29%), evidenziando sempre una grande sensibilità al tema pandemico. In effetti l’andamento della campagna vaccinale ha un grande impatto sulla propensione alla prenotazione: invoglia alle vacanze sette italiani su dieci, addirittura nove su dieci tra i propensi a fare una vacanza in strutture outdoor.

Voglia di natura

“L’ambiente esterno e il suo viverlo pienamente assume una valenza significativa in un contesto che ci ha educato a vivere l’esperienza di viaggio con modalità più sicure” spiega Giorgio Palmucci, Presidente Enit. “Inoltre il turismo outdoor risponde anche ad un’esigenza sociologica e offre l’opportunità di rafforzare il senso di rispetto per l’ambiente naturale e consente di esprimere e potenziare le competenze emotivo affettive, sociali, espressive, creative e motorie. Il turismo all’aria aperta pone le basi per consolidarsi sempre di più negli scenari turistici attuali. Il 2021 sarà l’anno ideale per intercettare i flussi provenienti dagli Stati confinanti all’Italia, L’Europa e il Nord America rappresentano il bacino principale di provenienza degli adventure traveler, ma è anche uno dei più attivi per presenza di t.o. specializzati nelle nicchie di mercato”.



La tecnologia rende stupidi? Al contrario, esalta le nostre capacità

È noto che della tecnologia non ne possiamo più fare a meno, e che si è arrivati a un utilizzo sempre più massiccio di telefonini e device, ormai entrati nelle nostre vite tanto che non potremmo più rinunciare a essere connessi, comunicare e svolgere molte delle nostre attività quotidiane senza l’ausilio di un dispositivo tecnoogico. Ma è un luogo comune quello per cui la tecnologia e l’uso di smartphone e tablet ci renda ‘stupidi’: sembra infatti che non comprometta le nostre abilità cognitive. Al contrario, le esalta e le convoglia verso ciò che oggi realmente ci serve. In pratica, quello che gli smartphone e la tecnologia digitale sembrano fare è cambiare il modo in cui utilizziamo le nostre capacità cognitive. Lo ha scoperto un articolo dell’Università di Cincinnati, pubblicato sulla rivista Nature Human Behaviour.

Contrordine, gli smartphone non danneggiano le nostre capacità cognitive

“Nonostante i titoli – afferma il professor Anthony Chemero, co-autore dell’articolo – non ci sono prove scientifiche che dimostrino che gli smartphone e la tecnologia digitale danneggino le nostre capacità cognitive biologiche”. Nel documento, il professor Anthony Chemero e i colleghi della Rotman School of Management dell’Università di Toronto espongono l’evoluzione dell’era digitale, spiegando come la tecnologia intelligente integri il pensiero, aiutandoci così a eccellere.

Cambiamenti benefici che liberano energia cerebrale per pensare ad altro

“Quello che gli smartphone e la tecnologia digitale sembrano fare è cambiare il modo in cui utilizziamo le nostre capacità cognitive”, specifica l’esperto, aggiungendo che “questi cambiamenti sono in realtà benefici”.
Un esempio? Lo smartphone conosce la strada per lo stadio in modo che si non debba consultare una mappa cartacea o chiedere indicazioni, il che ‘libera’ energia cerebrale per pensare ad altro. Lo stesso vale in un ambiente professionale. “Non risolviamo complessi problemi matematici con carta e penna o memorizziamo numeri di telefono nel 2021”, aggiunge Chemero.

Svolgere compiti più complessi di quanto potremmo fare da soli

Inoltre, la tecnologia intelligente aumenta le capacità decisionali in situazioni difficili da risolvere da soli, riporta una notizia Ansa. Un esempio pratico? Ad esempio quando ci troviamo in una città dove non siamo mai stati: in questo caso la tecnologia GPS sui telefonini non solo può aiutarci ad arrivare senza problemi in un luogo prestabilito, ma ci consente di scegliere un percorso in base alle condizioni del traffico.
“Il risultato – spiega ancora il professor Chemero – è che, integrati dalla tecnologia, siamo effettivamente in grado di svolgere compiti molto più complessi di quanto potremmo fare unicamente con le nostre capacità biologiche”.



Lavoro, durante la pandemia giovani poco motivati

Se nel 2020 il 39% dei dipendenti ha avuto difficoltà a trovare la giusta motivazione al lavoro, circa la metà dei lavoratori più giovani, dai 18 ai 34 anni, ha sofferto di un vero e proprio blocco motivazionale. Inoltre, nello stesso periodo, rispetto ad altri Paesi europei, in Italia è più forte la percezione di una riduzione delle possibilità di ottenere nuove responsabilità e skill. La pensa così il 49% dei lavoratori italiani. È quanto emerge da una ricerca condotta da Yonder per Workday, società per le applicazioni aziendali cloud nella gestione finanziaria e le risorse umane, sull’impatto della pandemia nella vita lavorativa. La ricerca è stata condotta tra ottobre e novembre 2020, ovvero nella seconda fase della pandemia, attraverso la rilevazione di 17.054 sondaggi online in nove Paesi europei, a dipendenti di livello inferiore a quello di direttore che lavorano in un’organizzazione con più di 250 dipendenti.

I giovani lavoratori italiani soffrono più degli europei

Da quanto emerge dallo studio, rispetto al resto d’Europa, in Italia coloro che hanno maggiormente sofferto l’impatto emozionale della pandemia sul posto di lavoro sono le persone più giovani: la percentuale italiana del 49% si confronta infatti con una media europea del 38%. Il 54% dei giovani dipendenti ha dichiarato, inoltre, di credere che le sue possibilità di ottenere nuove responsabilità e skill nel 2020 si siano ridotte, mentre i lavoratori più anziani sono più portati a considerare egoistico, in questo momento, pensare alla carriera.

La risposta della leadeship percepita positivamente

Ma come è stata percepita da parte dei dipendenti la risposta della leadership? I leader italiani, stando alle risposte fornite a Yonder, sono in linea con i risultati europei. Per il 51% dei lavoratori la leadership ha una visione chiara sul futuro a lungo termine dell’azienda, per il 49% i senior manager hanno dimostrato una leadership chiara, hanno fornito risorse sufficienti per permettere di offrire ai clienti un buon servizio, e hanno lavorato in gruppo e informato. Questo ha fatto sì che il 53% dei lavoratori abbia compreso il ruolo che giocherà nel futuro dell’azienda, anche se solo il 28% si è sentita parte delle decisioni della leadership, un dato in linea con i Paesi europei.

Nei prossimi 12 mesi il 22% dei dipendenti cercherà un nuovo lavoro

Nei prossimi 12 mesi in Italia, riferisce Adnkronos, il 22% dei dipendenti dichiara che probabilmente cercherà un nuovo datore di lavoro. E la percentuale sale al 33% nei giovani 18-34 anni. Il 23% dei dipendenti dichiara, invece, che probabilmente cercherà un nuovo posto di lavoro dopo la pandemia.
Le maggiori motivazioni per cui i lavoratori stanno pensando di cambiare posto di lavoro sono ottenere una migliore formazione e più opportunità di crescita, auspicate dal 39% degli intervistati, una paga migliore (37%), un ruolo più interessante (31%), e un livello più alto (26%).



Economia in ripresa: nelle previsioni il Pil sfiora il 5%

L’economia italiana sembra essere in ripresa, e si prepara a mettere a segno un rialzo del Pil superiore a tutte le stime finora diffuse da Governo, Commissione europea, e le ultime da Bankitalia, Ocse e Fmi. Le previsioni dell’Istat poi sono più che positive, e nel 2021-22 il Pil potrebbe sfiorare il 5%. Per l’esattezza, l’Istituto prevede una crescita sostenuta del Prodotto interno lordo pari al +4,7% nel 2021 e del +4,4% nel 2022. Ancora più positive le previsioni di Fitch, che quest’anno stima un Pil in crescita del 4,8%, sostenuto da una “forte ripresa nella seconda metà dell’anno”. Per il 2022 l’agenzia di rating, che conferma la valutazione BBB, con outlook stabile, stima un +4,3%. Dopo il crollo del -8,9% registrato nel 2020, l’anno segnato dall’esplodere della pandemia, e a livello produttivo, dalle chiusure del lockdown primaverile, si tratta quindi di un deciso rialzo.

Gli effetti della progressiva introduzione degli interventi previsti dal Pnrr

Lo scenario delineato dall’Istat “incorpora gli effetti della progressiva introduzione” degli interventi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. I rischi associati allo scenario sono invece legati “all’effettiva capacità di realizzazione delle misure programmate e all’evoluzione dell’emergenza sanitaria”. L’Istituto prevede il “consolidamento del processo di ripresa dell’attività economica con una intensità crescente nei prossimi mesi”, una fase espansiva che si estenderà dopo il marginale miglioramento del primo trimestre dell’anno, pari al +0,1% rispetto al trimestre precedente.

Bankitalia esprime fiducia
Stessa crescita indicata dall’Ocse nelle ultime prospettive economiche, mentre nelle previsioni della Commissione Ue il Pil si ferma al +4,2%, e per il Fondo monetario al +4,3%. A prospettare un possibile miglioramento è stato lo stesso governo, e recentemente anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha espresso fiducia, e nelle considerazioni finali ha sostenuto come il rialzo del Pil nella media dell’anno “potrebbe superare il 4%”. Un aumento nel biennio che, come segnala l’Istat, sarà determinato dalla risalita della domanda interna, trainata dalla “decisa accelerazione” degli investimenti, per i quali quest’anno si prevede un balzo del 10,9% e poi dell’8,7%, e dalla spesa delle famiglie, con i consumi in aumento del 3,6% e del 4,7% l’anno prossimo.

In recupero anche il mercato del lavoro

Parallelamente recupera il mercato del lavoro, riferisce Ansa: l’evoluzione dell’occupazione, misurata in termini di Ula (Unità di lavoro), secondo l’Istat, sarà in linea con quella del Pil, con un’accelerazione nel 2021 del +4,5% e un aumento nel 2022 del +4,1%. L’andamento del tasso di disoccupazione rifletterà invece la progressiva normalizzazione del mercato del lavoro, con un aumento quest’anno al 9,8%, dopo il 9,2% del 2020. Il tasso di disoccupazione è previsto poi in lieve calo nel 2022 al 9,6%. Con gli ultimi dati di aprile si è inoltre segnato un incremento di oltre 120 mila occupati rispetto a inizio anno, ma sono ancora 800 mila gli occupati in meno rispetto al periodo pre-Covid.



Terziario lombardo, migliorano le aspettative

È il terziario, in Lombardia, il settore maggiormente colpito dalla crisi determinata dalla pandemia, anche se le prospettive sono all’insegna del miglioramento. Il fatturato delle imprese lombarde attive nei servizi (-1,8% tendenziale) e nel commercio al dettaglio (-1,6%) è ulteriormente diminuito a inizio 2021 rispetto al primo trimestre 2020, quando gli effetti negativi della crisi avevano già iniziato a farsi sentire. Dopo il recupero dell’estate 2020, il secondo lockdown in autunno ha nuovamente penalizzato questi comparti, ampliando il divario rispetto alla situazione pre-Covid. Il gap si attesta oggi al -15,4% per i servizi e al -11,7% per il commercio al dettaglio.

Alloggio, ristorazione e negozi non alimentari i settori più in crisi

I settori maggiormente in difficoltà sono le attività di alloggio e ristorazione e i servizi alle persone: il calo rispetto alla media 2019 supera il 50% per le prime e il 20% per i secondi. I servizi alle imprese (-7,6%) e il commercio all’ingrosso (-4,4%) mostrano fortunatamente una riduzione molto più contenuta. Nell’ambito del commercio al dettaglio, è sempre più evidente la differenza dei comportamenti di spesa indotti dalle nuove abitudini determinate dalla pandemia. I negozi non specializzati, come minimarket e supermercati, hanno registrato un incremento (+0,3% dei consumi alimentari  domestici rispetto alla media 2019), mentre per i negozi non alimentari il divario con il periodo pre-Covid tocca il -20%.

Vaccini e riaperture alimentano l’ottimismo degli imprenditori

Il procedere della campagna vaccinale, i dati di contagio sempre più bassi e il progressivo allentamento delle misure restrittive aprono spiragli positivi per una ripresa che dovrebbe manifestarsi già a partire dai prossimi mesi. Insomma, nonostante i risultati di vendita sicuramente non brillanti di inizio 2021, si torna a vedere rosa. O almeno a vedere la fine di questo lungo tunnel. Le aspettative degli imprenditori sono infatti in deciso miglioramento, con previsioni positive sia in termini di fatturato, sia per quanto riguarda il livello di occupazione. E i prossimi mesi dovrebbero essere veramente decisivi.
“Le imprese del terziario hanno pagato e stanno ancora pagando il prezzo più pesante di questa crisi ma l’ottimismo sta tornando – commenta Gian Domenico Auricchio, Presidente di Unioncamere Lombardia – se il cammino verso le riaperture rimarrà costante, la ripresa dovrebbe essere ormai vicina e gli imprenditori sono pronti a fare la loro parte per ripartire: per molte imprese dei settori più colpiti ormai è quasi una questione di sopravvivenza”.



Nel 2020 hanno chiuso 22mila bar e ristoranti

Costretti a casa dai lockdown nel 2020 gli italiani hanno aumentato i consumi domestici, tanto che la spesa alimentare è cresciuta di 6 miliardi di euro in un anno, non abbastanza però per compensare quanto si è perso nei pubblici esercizi, dove i consumi sono crollati di 31 miliardi di euro. Un dato che certifica come gli italiani abbiano speso meno soprattutto per prodotti agroalimentari di qualità superiore, consumati in maniera maggiore all’interno dei ristoranti. E con il crollo dei consumi fuori casa sono oltre 22mila tra bar e ristoranti ad avere chiuso i battenti, a fronte di 9.190 nuove aperture. Un saldo negativo di oltre 13mila imprese.

La pandemia ha modificato il rapporto tra i consumatori e i pubblici esercizi

In termini di spesa pro-capite siamo tornati indietro di 26 anni, ovvero al 1994. È quanto emerge dal Rapporto Ristorazione 2020 di Fipe-Confcommercio, che evidenzia come pandemia e restrizioni abbiano anche modificato il rapporto tra i consumatori e i pubblici esercizi. Se a luglio 2020, periodo nel quale i locali sono tornati a lavorare a buoni ritmi, la colazione rappresentava il 28% delle occasioni di consumo complessive, a febbraio 2021 la percentuale è salita al 33%. L’esatto contrario di quanto accaduto con le cene, passate dal 19% a meno dell’11%.

Il 2021 è iniziato in modo complicato per i pubblici esercizi

A conti fatti, a febbraio di quest’anno colazioni, pranzi e pause di metà mattina hanno costituito l’87% delle occasioni di consumo fuori casa. Mentre è completamente scomparsa l’attività serale. Quanto al 2021, si apre in modo complicato per i pubblici esercizi. A metà marzo oltre il 75% delle imprese risultava parzialmente aperto, il 22% era chiuso pur prevedendo di riaprire ‘un giorno’, e il 2% dichiara che non riaprirà mai.

Crolla l’indice di fiducia sul futuro per gli imprenditori

Nel primo trimestre 2021 poi l’indice di fiducia sul futuro per gli imprenditori della ristorazione è crollato a -68,3% rispetto allo stesso periodo del 2020. Infatti, secondo gli intervistati da Fipe-Confcommercio, il 2021 sarà ancora un anno di fatturati in calo, mediamente del 20%, ma il dato più preoccupante è l’incertezza che i titolari manifestano verso il futuro. Il 33,4% delle imprese, scrive Adnkronos, non ha idea di cosa potrà riservare loro il 2021, e un altro terzo delle imprese ritiene che certamente nel 2021 andrà incontro a una ulteriore riduzione dei ricavi. Mentre il 2%, in linea con la prospettiva di non riaprire, dichiara che nel 2021 non sarà conseguito fatturato.



Attacchi informatici silenziosi: oltre 260 ore per rilevarli

Gli attacchi informatici non solo sono sempre più sofisticati e insidiosi, ma anche “nascosti”: tanto che per individuarne uno possono occorrere fino a 260 ore, più di 10 giorni. Un’eternità. Lo rivela la nuova ricerca di Sophos “Active Adversary Playbook 2021” un vero e proprio manuale che riassume i comportamenti dei cybercriminali e le tecniche, gli strumenti e le procedure che gli esperti di sicurezza informatica hanno dovuto affrontare nel 2020 e nei primi mesi del 2021.

L’attacco più lungo? Inosservato per 15 mesi

In base ai dati raccolti durante l’analisi, è emerso che che il tempo medio di permanenza dell’autore di un attacco nella rete presa di mira è stato di 11 giorni (264 ore) mentre il tempo più lungo durante il quale un’intrusione è andata avanti inosservata è stato pari a 15 mesi. In merito alla natura dell’attacco, il ransomware è stato protagonista dell’81% degli incidenti di sicurezza e del 69% degli hackeraggi sfruttando il remote desktop protocol (RDP).

264 ore di tempo per agire indisturbati

Tra i dati più significativi contenuti nel manuale, si scopre che in media i cybercriminali hanno avuto 11 giorni – ovvero 264 ore – per svolgere attività malevole, come movimenti laterali, furto di credenziali e di dati sensibili e molto altro ancora. Tenendo conto che alcune di queste attività possono essere svolte in pochi minuti o al massimo in qualche ora, e che spesso ciò avviene di notte o al di fuori del consueto orario lavorativo, è facile capire che, con 11 giorni a disposizione, i danni che potrebbero essere causati all’azienda sono molteplici.

Il 90% degli attacchi utilizza Remote Desktop Protocol (RDP)

Sempre in merito alla natura degli attacchi, si scopre che il 90% di questi utilizza il Remote Desktop Protocol (RDP) che, nel 69% dei casi, viene anche usato per compiere movimenti laterali interni. Le misure di sicurezza per RDP, come le VPN e l’autenticazione a più fattori, tendono a concentrarsi sulla protezione dei punti di accesso dall’esterno. Tuttavia, questi accorgimenti non funzionano se il cybercriminale è già all’interno della rete.

L’esperienza umana fa la differenza

Come spiega John Shier, senior security advisor di Sophos, “Il panorama delle minacce sta diventando sempre più complesso, con attacchi sferrati da avversari dotati di grandi risorse e numerose competenze, dai cosiddetti “script kiddies” fino ai gruppi più esperti sostenuti da specifiche nazioni. Questo può rendere la vita difficile ai responsabili della sicurezza IT.  Nell’ultimo anno, i nostri team addetti a rispondere agli incidenti hanno fornito supporto volto a neutralizzare gli attacchi lanciati da più di 37 gruppi di attacco che hanno utilizzato più di 400 strumenti diversi. Molti di questi strumenti sono utilizzati anche dagli amministratori IT e dai professionisti della sicurezza per le loro attività quotidiane e di conseguenza individuare la differenza tra attività benigna e dannosa non è sempre facile. Con i cybercriminali che trascorrono una media di 11 giorni nella rete, implementando il loro attacco mentre si confondono con l’attività IT di routine, è fondamentale che i responsabili della sicurezza IT colgano le avvisaglie da tenere sotto osservazione. Uno dei principali segnali di allarme, per esempio, è quando uno strumento o un’attività legittima viene rilevata in un luogo inaspettato. Bisogna sempre tenere a mente che la tecnologia può fare molto ma, nel panorama delle minacce di oggi, potrebbe non essere sufficiente da sola. L’esperienza umana e la capacità di rispondere sono una parte vitale di qualsiasi soluzione di sicurezza”.



La scelta del tavolo di design

Sicuramente avrai sentito parlare dei tavoli di design, degli arredi in grado di coniugare degli aspetti pratici e funzionali a delle forme artistiche raffinate per le quali spesso essi vengono percepiti come delle vere e proprie opere d’arte. Sicuramente un tavolo di design è una soluzione in grado di catturare gli sguardi di chi entra in casa tua e che regala inoltre un tocco di eleganza in più ad ogni ambiente. Esistono tavoli di design di ogni forma e dimensione chiaramente, realizzati con diversi tipi di materiali incluso il legno.

Scegliere il tavolo di design giusto

Il punto di riferimento per la scelta del tavolo di design è sicuramente quello relativo allo scopo principale di questo tipo di arredo, e dunque essere grande a sufficienza da poter contenere tutto il necessario per poter consumare i pasti o lavorare.

I tavoli di design in legno sono particolarmente eleganti e raffinati, mentre quelli in metallo o in vetro rappresentano il top dell’eleganza. Non c’è dunque un tavolo perfetto per tutti gli ambienti ma puoi scegliere in base a quello che è il tipo di ambiente che vuoi creare e soprattutto gli arredi già presenti nella stanza.

L’aspetto conviviale

Non dimenticare che principalmente il tavolo è l’elemento d’arredo che favorisce la convivialità dato che qui si mangia tutti insieme, ci si confronta e si fanno delle lunghe conversazioni. Certamente è anche possibile lavorare oppure poggiare degli oggetti, per cui tieni conto di queste cose quando scegli il tuo tavolo di design.

La stanza probabilmente più adatta in cui posizionarne uno è il soggiorno, ma esistono anche tavoli di design dalle dimensioni e forma adatta per inserirsi benissimo in un contesto quale quello della cucina. Qualsiasi sia l’ambiente in cui deciderai di inserire il tuo tavolo di design, avrai la certezza che questo andrà a fornire un importante contributo in termini di eleganza e creatività grazie alle sapienti mani dell’artigiano che lo avrà realizzato.



Cittadini e imprese, ad aprile 2021 aumenta il clima di fiducia

Dopo alcuni mesi, arrivano segnali incoraggianti da parte dei consumatori e delle imprese: i due macrocomparti manifestano entrambi – finalmente – un buon incremento del clima di fiducia, il parametro dell’Istat per misurare “l’ottimismo” di aziende e cittadini. Ad aprile 2021, infatti, l’Istituto di Statistica stima un aumento dell’indice del clima di fiducia dei consumatori da 100,9 a 102,3 così come da parte delle imprese, passando da 94,2 a 97,3. Si tratta di segnali decisamente positivi, che rivelano come sia le persone sia le attività produttive e dei servizi riescano a cogliere i segnali di una vicina uscita dalla pandemia e di conseguenza un ritorno alla normalità e alla tanto desiderata ripresa sociale ed economica.

I consumatori vedono “rosa”

L’Istat segnala che tutte le componenti dell’indice di fiducia dei consumatori sono in aumento. Il clima economico e quello personale passano, rispettivamente, da 90,2 a 91,6 e da 104,5 a 105,9. Il clima corrente aumenta da 96,7 a 97,4 e quello futuro, che registra l’incremento più marcato, sale da 107,1 a 109,6. Si tratta di aumenti significativi, che fanno ben sperare per l’immediato futuro.

Crescita della fiducia in tutti i settori imprenditoriali

Per quel che riguarda le imprese, si registra un miglioramento della fiducia in tutti i settori osservati. In particolare, nell’industria manifatturiera l’indice sale da 101,9 a 105,4 e nelle costruzioni da 147,9 a 148,5. Nei servizi di mercato l’indice aumenta da 85,4 a 87,1 e nel commercio al dettaglio da 91,2 a 95,8 (grazie anche alle recenti riaperture, che hanno consentito di riprendere gran parte delle attività commerciali). Nell’industria manifatturiera migliorano tutte le componenti dell’indice di fiducia mentre nelle costruzioni si assiste ad un’evoluzione positiva solo dei giudizi sugli ordini.

Buone prospettive per i servizi

Per i servizi, l’aumento degli indici di fiducia è trainato dalle aspettative sugli ordini nei servizi di mercato e da quelle sulle vendite per il commercio al dettaglio. Tutte le altre componenti sono in peggioramento. Con riferimento ai circuiti distributivi del commercio al dettaglio, il miglioramento della fiducia è diffuso ad entrambi i circuiti analizzati ma con intensità diverse: nella grande distribuzione l’aumento è marcato (l’indice sale da 95,8 a 101,2) mentre nella distribuzione tradizionale è più contenuto (l’indice passa da 81,8 a 82,7). Insomma, ai “piccoli” la ripresa – stando alle rilevazioni – appare più lontana e difficile.

 



9 Quali sono i benefit più richiesti dai dipendenti in tempo di pandemia?

Quali sono i benefit preferiti dai lavoratori durante questo periodo di pandemia? E in tempi di crisi economica, cassa integrazione e precarietà, ha senso parlare di benefit? Si, perché si tratta di uno dei punti di forza emersi dal rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro dei Metalmeccanici, approvato il 5 febbraio, che ha confermato i 200 euro l’anno di strumenti welfare. Per grandi aziende e Pmi del settore entrano quindi in gioco le contrattazioni dei benefit messi a disposizione dei dipendenti. Un’indagine condotta su 4.897 dipendenti di 8 paesi da Harris Interactive per Sodexo fa il punto proprio su quali benefit o premi vengano preferiti dai lavoratori, anche italiani, durante la seconda ondata della pandemia.

Premi immediati, food & beverage, benefit finanziari e smart working sul podio

Dall’indagine emerge quindi una sorta di classifica dei benefit più scelti di dipendenti, e al primo posto ci sono i premi immediati (34%), seguiti da quelli legati al food & beverage (24%), e al terzo posto quelli benefit finanziari e dalla possibilità di lavorare in smart working, entrambi al 23%. Al quarto posto ci sono i voucher per il pranzo (22%), seguiti dalla richiesta di assistenza medica privata (21%), la sovvenzione per i trasporti pubblici, i benefit per la salute psico-fisica, i programmi di formazione e i benefit a lungo termine (tutti al 20%), l’auto aziendale (13%), i servizi per i bambini (11%) e la carta di credito aziendale (10%), riporta Ansa.

Un confronto con la rilevazione estiva

Da registrare anche le variazioni nelle preferenze dei benefit tra le rilevazioni estive e quelle legate al post ondata autunnale. Se i premi a breve termine hanno mantenuto il primo gradino del podio al contempo hanno perso 3 punti percentuali, mentre la possibilità di lavorare da casa ha perso addirittura il 4% dei consensi, passando dal secondo al quarto posto della top 10. Un calo che ha coinvolto anche i benefit legati alla salute e al benessere, che perdendo 3 punti percentuali, sono passati dalla quarta all’ottava posizione della classifica. In crescita invece i buoni pasto (+2%), i percorsi di formazione (+2%) e la carta di credito aziendale (+2%).

Confermata la quota di 200 euro in servizi e strumenti di welfare

Ben 1,5 milioni di lavoratori hanno perciò vista confermata la quota di 200 euro in servizi e strumenti di welfare grazie al rinnovo del CCNL metalmeccanico. Una conferma che garantirà loro benefici e porterà vantaggi fiscali per le aziende. L’importanza di puntare sui flexible benefit, intesi come prodotti che migliorano la qualità della vita, può risultare utile anche per evitare la fuga di talenti. Da una recente ricerca di Eagle Hill Consulting, pubblicata da Human Resource Executive, è infatti emerso come il 58% dei dipendenti stia lavorando in condizioni di burnout e che addirittura uno su 4 stia pianificando di lasciare




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