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Marina Lo Cerchio

Quando il video non è quel che sembra è un deepfake

Il fenomeno del deepfake è così recente che prima ancora di sapere cos’è probabilmente ne siamo già stati vittime. Si tratta della tecnica che combina un’immagine reale a un video preesistente, con un effetto talmente realistico da alterare la realtà, come i video dove attori, politici, o personaggi famosi fanno o dicono cose incredibili. La maggior parte di questi video sono pornografici, e recentemente il garante sulla Privacy è intervenuto su un’app che spoglia minorenni, ma una grossa parte viene dedicata ai politici e a loro dichiarazioni rigorosamente false.

Una tecnologia che utilizza il deep learning

Il deepfake è una tecnologia che utilizza una forma di intelligenza artificiale, chiamata deep learning, per creare video di eventi falsi. I falsi possono essere anche solamente audio, tanto che il responsabile della filiale britannica di una società energetica tedesca ha versato diverse decine di migliaia di sterline su un conto bancario dopo essere stato ingannato dalla voce (finta) dell’amministratore delegato tedesco della società. Ma il deepfake non è solo un modo escogitato da truffatori o produttori di cinema porno, sembra infatti che anche i governi stiano iniziando a usarlo, ad esempio, per far circolare falsi video di organizzazioni terroristiche per screditarne i vertici.

Il pericolo di una società zero-trust

Ma qual è il pericolo finale dell’uso di tecnologie come il deepfake? Creare una società zero-trust, in cui le persone dubitano di tutto, persino di quello che vedono con i propri occhi, e non si interessano neanche più di verificare se una cosa è vera o falsa per il solo fatto che può essere manipolata. Basta pensare agli effetti del deepfake sulle intercettazioni audio ambientali, che diventerebbero praticamente inutilizzabili. Si creerebbe una realtà plausibile, ma la cui veridicità rimarrebbe sempre dubbia.

Come costruire un futuro tecnologico sicuro

Negli ultimi 15 anni la tecnologia, l’intelligenza artificiale, la machine learning hanno fatto passi da gigante. Ma se da un lato persiste il profondo desiderio di progresso non manca il timore che la tecnologia possa sfuggire al nostro controllo. Come costruire allora un futuro che abbia a che fare con l’intelligenza artificiale e allo stesso tempo risulti sicuro? E come includere l’intelligenza artificiale per progettare un domani migliore che non rappresenti una minaccia?

Dietro al modo in cui ci relazioniamo con la tecnologia c’è sempre qualcuno che ha pensato all’uso che ne avremmo fatto, progettandone appunto la “usabilità”. E proprio alla usability è dedicata una giornata mondiale, il World Usability Day, che il 12 novembre ha chiamato a raccolta i progettisti del futuro da ogni parte del globo.



Prime Day di Amazon, record di vendite per le Pmi globali

Record di vendite per la due giorni di sconti di Amazon, che quest’anno a causa dell’emergenza Covid-19 si è tenuta a ottobre invece che, come di consueto, a luglio. Il Prime Day ha fatto infatti registrare un boom di vendite per le piccole e medie imprese globali. E proprio a causa del Covid-19 quest’anno tra le merci più vendute figurano una serie di prodotti legati al contrasto della pandemia, come i dispositivi di protezione personale e i disinfettanti.

Soprattutto in Italia, l’unico Paese in cui le mascherine sono state tra i tre prodotti più venduti, mentre altri Paesi hanno scelto di acquistare maggiormente prodotti per l’igiene personale e per disinfettare le superfici. Lo ha confermato la società di Seattle, fornendo l’elenco delle merci più gettonate in ognuno dei 19 Paesi coinvolti dall’iniziativa.

Oltre 3,5 miliardi di dollari

Quest’anno Amazon sta investendo 18 miliardi di dollari per supportare le Pmi e ha progettato questo Prime Day anche per dare ulteriore supporto alle piccole e medie aziende attraverso una promozione che ha contribuito a generare 900 milioni di dollari di vendite per durante le due settimane precedenti al Prime Day, la due giorni con i migliori risultati di sempre per i partner di vendita, riferisce La Stampa.

“Siamo entusiasti che il Prime Day sia stato un evento da record per le Pmi in tutto il mondo, con vendite che hanno superato i 3,5 miliardi di dollari, un aumento di quasi il 60% rispetto allo scorso anno”, ha commentato Jeff Wilke, Ceo Worldwide Consumer di Amazon, in un comunicato ufficiale, aggiungendo: “Siamo orgogliosi che i clienti Amazon Prime abbiano risparmiato più di 1,4 miliardi di dollari e non vediamo l’ora di offrire maggiori opportunità di crescita ai nostri partner di vendita e ai clienti per risparmiare durante le festività natalizie”.

Sul podio italiano Fifa 21, capsule Caffè Borbone Respresso e Mascherina Ffp2

Quanto ai prodotti più acquistati durante il Prime Day in Italia il nostro Paese è l’unica nazione dove la mascherina è tra i tre prodotti più comprati, mentre altrove si è registrato un boom per i prodotti disinfettanti. In ogni caso, nel nostro Paese al primo posto dei prodotti più venduti c’è il videogame Fifa 21 per PlayStation 4, seguito dalle capsule Caffè Borbone Respresso e appunto le Mascherina Ffp2 Jiandi.

Echo Dot e iRobot Roomba i più venduti nel mondo

Guardando agli oggetti più desiderati nel mondo è l’Echo Dot, ovvero il più economico degli smart speaker di Amazon, il bestseller più venduto a livello globale Echo Dot, seguito dall’iRobot Roomba, anche se la classifica varia da Paese a Paese. Tra gli altri prodotti che hanno visto una crescita esponenziale di acquisti per via della pandemia, il gel disinfettante per le mani si piazza secondo in Belgio e terzo in Lussemburgo, mentre in Olanda sono seconde le salviette per igienizzare le mani. E in Brasile e in Messico entrano in classifica i disinfettanti multiuso, riporta Ansa



Milano è la città più circolare d’Italia

La città più circolare d’Italia è Milano, seguita sul podio da Trento e Bologna. La conferma arriva dalla seconda edizione della classifica dei centri urbani più virtuosi sul piano dell’economia circolare, l’economia all’insegna dell’eco-sostenibilità, basata sul riutilizzo delle risorse e la riduzione degli sprechi.

Stilata dai ricercatori del Cesisp, il Centro studi in Economia e regolazione dei servizi, dell’industria e del settore pubblico dell’Università di Milano-Bicocca, quest’anno la classifica ha ampliato il numero delle città coinvolte, salite da 10 a 20, e ha introdotto un confronto con le metropoli europee.

“Milano si conferma al primo posto anche grazie a sistemi di trasporto pubblico ramificati e apprezzati, servizi avanzati di car sharing, rete idrica efficiente, elevato livello di raccolta differenziata e alto fatturato delle attività di vendita dell’usato”, spiegano Massimo Beccarello e Giacomo Di Foggia, rispettivamente direttore scientifico e ricercatore del Cesisp.

Ultime Catania e Palermo

I ricercatori hanno individuato cinque cluster rappresentativi (input sostenibili, condivisione sociale, uso di beni come servizi, end of life, estensione della vita dei prodotti) comprendenti a loro volta 28 indicatori di circolarità. Come nella prima edizione al primo posto è risultata appunto Milano, riporta La Repubblica, città più circolare d’Italia con un punteggio di 7,7 su 10.. Seconda Trento (7,5) e terza Bologna (7,2).  Se le prime 10 città classificate si collocano geograficamente al Nord o Centro-Nord, le ultime posizioni sono coperte da centri urbani del Sud Italia, con Catania (3,8) e Palermo (3,9) fanalini di coda.

Copenaghen, Parigi, Berlino sul podio europeo

Le uniche città del Nord Italia ad avere un punteggio al di sotto della sufficienza sono Genova (5,8 punti), Verona (5,7 punti) e Aosta (5,2 punti). Sul piano internazionale il Cesisp ha messo a confronto Milano con altre grandi metropoli europee (Amsterdam, Berlino, Bruxelles, Copenaghen, Londra, Madrid, Parigi e Praga), utilizzando gli stessi criteri di analisi usati per il contesto italiano.

La città più circolare d’Europa è risultata Copenaghen con un punteggio medio di 3,26 su 5, al secondo posto Parigi (3,21) e al terzo Berlino (3,18).  Milano è quarta in Europa, con un punteggio medio di 3,13, lasciandosi alle spalle, tra le altre, Londra e Madrid (sesta e settima).

“Uno strumento di utile valutazione per le politiche ambientali”

“L’intento della classifica delle città circolari è di proporre l’indice di circolarità urbana sviluppato come strumento di utile valutazione per le politiche ambientali dei centri urbani e per l’impatto delle nuove normative e regolamenti – aggiungono Beccarello e Di Foggia -. La Commissione Europea, presentando l’ambizioso progetto Green New Deal lo scorso gennaio, ha collocato l’economia circolare al centro delle nuove politiche europee necessarie per raggiungere gli obiettivi che l’Europa ha sottoscritto a Parigi nel 2015. La sostenibilità è un tema al centro anche del Recovery Fund. Ecco perché è importante partire da una mappatura delle politiche di prossimità del cittadino e da una misurazione dell’efficacia delle aree urbane, che sono oggi il motore dello sviluppo economico e sociale”.

 



Didattica a distanza e lavoro sono inconciliabili per le mamme

Con i figli a casa da scuola per molte mamme risulta difficile poter continuare a lavorare. Infatti per il 65% delle mamme lavoratrici italiane la didattica a distanza e la professione risultano inconciliabili tra loro. Tanto che il 30% prenderebbe in considerazione l’idea di lasciare il lavoro per seguire i figli, se il ricorso alla Dad dovesse continuare. È quanto emerge da uno studio condotto dall’Università di Milano-Bicocca a livello nazionale su un campione di 7.000 genitori di circa 10.000 bambini e ragazzi della scuola primaria e secondaria. Al questionario hanno risposto per il 94% madri, con un’età media di 42 anni, e in grande maggioranza con un livello d’istruzione superiore. L’80% di queste sono donne lavoratrici che durante il lockdown hanno continuato a lavorare, il 67% fuori casa, e il 57% in modalità smartworking.

I lati positivi della Dad secondo i genitori

I ricercatori del dipartimento di Scienze umane per la formazione, formato da Giulia Pastori (coordinamento scientifico), Andrea Mangiatordi, Valentina Pagani e Alessandro Pepe, hanno approfondito come sono stati vissuti questi mesi di scuola “in casa” dai genitori, restituendo un bilancio finale e offrendo spunti di riflessione per il futuro. Dall’indagine, dal titolo Che ne pensi? La Dad dal punto di vista dei genitori, è emerso che molti genitori riconoscono come positivo il maggior utilizzo di tecnologie digitali per lo studio e la didattica, così come la possibilità di conoscere meglio le attività didattiche dei propri figli, e l’acquisizione di nuove competenze digitali da parte dei bambini, riporta Adnkronos.

Relazioni a distanza, troppi compiti e il difficile bilanciamento fra lezioni e tempo libero

Dall’indagine emergono però anche le perplessità e le difficoltà dei genitori a dover gestire l’attività scolastica dei propri figli all’interno delle mura domestiche. I genitori intervistati sottolineano infatti anche alcuni importanti aspetti negativi della Dad.

In particolare, le relazioni a distanza con i compagni e con gli insegnanti, la quantità di compiti da svolgere, che viene ritenuta spesso eccessiva, la scarsa varietà nella proposta didattica e il difficile bilanciamento del tempo dedicato alle lezioni, ai compiti e allo svago.

“La ripartenza della scuola è un’emergenza sociale di massima urgenza”

“La ripartenza della scuola, così come di nidi e scuole d’infanzia – spiega Giulia Pastori, coordinatrice scientifica della ricerca – è un’emergenza sociale di massima urgenza che è stata ed è ancora molto trascurata. Bisogna fare tutto il possibile perché ripartano e bene, ne va del benessere di bambini e ragazzi in primis, ma anche dei loro genitori, in particolare delle donne”.

L’esperienza della Dad, “ha reso ancora più evidente che abbiamo bisogno di una politica per la scuola – continua Giulia Pastori – al contempo tempestiva e lungimirante”.

 



A maggio il commercio con l’estero torna a crescere

La rilevazione Intrastat stima per maggio 2020 un aumento congiunturale per entrambi i flussi commerciali con l’estero. Decisamente elevata per le esportazioni (+35,0%) la crescita è invece più contenuta per le importazioni (+5,6%). Il netto incremento su base mensile dell’export è dovuto ai forti aumenti delle vendite sia verso i mercati extra Ue (+36,5%) sia verso l’area Ue (+33,7%). Ma nel trimestre marzo-maggio 2020, malgrado la crescita nel mese di maggio, la dinamica congiunturale è condizionata dai forti cali dei mesi precedenti, ed è ampiamente negativa sia per l’export (-29,0%) sia per l’import (-27,7%).

Su base annua flessione per import ed export

Su base annua a maggio 2020 l’export segna infatti una flessione marcata (-30,4%), ma in evidente attenuazione rispetto ad aprile (-41,5%), che coinvolge sia l’area extra Ue (-31,5%) sia quella Ue (-29,4%). Rispetto alle esportazioni, la contrazione delle importazioni (-35,2%) è più ampia e sintesi dei cali degli acquisti da entrambi i mercati (-38,2% dai Paesi extra Ue, -32,9% dall’area Ue).

Secondo le rilevazioni Intrastat sono tutti i principali settori di attività economica a contribuire alla flessione tendenziale dell’export.

I prodotti e i Paesi che contribuiscono alla contrazione delle esportazioni

I contributi maggiori alla flessione dell’export derivano da macchinari e apparecchi n.c.a (-29,9%), metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-24,4%), articoli sportivi, giochi, preziosi, strumenti musicali e medici e altri prodotti n.c.a. (-57,8%), altri mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (-38,9%), articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (-45,7%), articoli di abbigliamento, anche in pelle e in pelliccia (-49,0%) e autoveicoli (-46,2%). Su base annua, i Paesi che contribuiscono maggiormente alla caduta dell’export sono Francia (-33,8%), Germania (-23,0%), Stati Uniti (-26,8%), Spagna (-39,6%) e Regno Unito (-35,5%).

Diminuiscono i prezzi all’importazione

Nei primi cinque mesi del 2020 la flessione tendenziale dell’export (-16,0%) è dovuta in particolare al calo delle vendite di macchinari e apparecchi n.c.a. (-22,4%), metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-14,9%), autoveicoli (-34,5%) e articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (-30,4%). A maggio 2020 si stima che il saldo commerciale aumenti di 199 milioni di euro, passando da +5.385 milioni a maggio 2019 a +5.584 milioni a maggio 2020. Al netto dei prodotti energetici il saldo è pari a +6.603 milioni di euro (era +8.777 milioni a maggio 2019). Nel mese di maggio 2020 si stima che i prezzi all’importazione diminuiscano dello 0,1% su aprile 2020, e dell’8,6% su base annua.



Automotive, un settore in ripartenza: crescono le ricerche online, l’ibrido la soluzione preferita

Gli italiani hanno ricominciato a muoversi con maggiore libertà e così, dopo mesi di forzato stop, anche il mercato dell’Automotive sta ricominciando a mettersi in moto. Ma cosa è cambiato, se è cambiato, nelle scelte dei nostri connazionali rispetto all’automobile? Quali sono le modalità di viaggio preferite e i veicoli maggiormente scelti? Alle domande risponde l’analisi condotta da GfK  Sinottica dedicata proprio alla nuova mobilità. In particolare, dall’indagine emerge che tra gli italiani resiste una certa diffidenza verso il trasporto pubblico e in sharing, mentre sono in crescita i mezzi di trasporto individuali. Secondo i dati del GfK Covid-19 Tracking, 1 italiano su 3 ha dichiarato di avere intenzione di incrementare l’utilizzo dell’auto privata rispetto a prima dell’emergenza Coronavirus. E, ovviamente, questo aspetto fa mutare sensibilmente anche il mercato dei mezzi di trasporto.

Gli italiani acquisterebbero l’auto in rete

Ora che la mobilità è ripresa e l’utilizzo dei mezzi pubblici è vissuto con cautela e diffidenza, gli italiani hanno ricominciato a cercare informazioni sul mondo dell’auto. Dall’inizio della Fase 2, infatti, la navigazione su siti Automotive registra un +34% rispetto al periodo del lockdown. Ciò significa che i nostri connazionali stanno ritrovando interesse per il mondo dell’automobile, seppur con delle differenze rispetto al passato. “Una delle tendenze più marcate della fase di ‘new normal’ che stiamo vivendo è la forte accelerazione della digitalizzazione in tutti gli strati della popolazione italiana (Baby Boomer compresi) e una diffusione capillare dell’e-commerce” spiega l’analisi. Questa tendenza si riflette sul mondo Automotive, tanto che ben il 50% degli automobilisti prenderebbe in considerazione l’idea di acquistare un’auto su Internet, se fosse possibile. Un dato che potrebbe crescere ancora nel 2020, considerato il salto in avanti compiuto da ampi strati della popolazione in fatto di digitalizzazione e la possibilità sempre più concreta di conquistare nuovi spazi con eventi digitali dedicati al settore auto.

Meno diesel, stabile la benzina, sale l’ibrido

La pausa di riflessione che il coronavirus ci ha imposto ha forse fatto riflettere maggiormente gli automobilisti anche sulla tipologia di auto che preferirebbero adottare. Si scopre così che i “piloti” italiani dichiarano di preferire sempre meno l’alimentazione Diesel. Pur raccogliendo ancora molti consensi, tra il 2015 e il 2019 il motore Diesel ha fatto registrare un -27% nelle dichiarazioni di preferenza degli automobilisti. Stabile il Benzina, mentre cresce in maniera esponenziale il motore Ibrido (benzina + elettrico), che in soli quattro anni (tra il 2015 e il 2019) ha visto un aumento del +74% nelle preferenze dichiarate. In generale, diventano sempre più rilevanti le caratteristiche ecologiche.



Il denaro è l’obiettivo principale delle violazioni informatiche

Quasi 9 violazioni su 10 (86%) sono motivate da finalità finanziarie: i soldi quindi rimangono l’obiettivo principale per il crimine informatico. Furto di credenziali, attacchi social engineering, phishing e compromissioni delle e-mail aziendali causano la maggior parte delle violazioni. Il 37% è stata determinata dall’utilizzo di credenziali rubate o deboli e il 25% ha coinvolto attività di phishing, mentre l’errore umano ha interessato il 22% delle violazioni. Lo rivela il Data Breach Investigations Report 2020 di Verizon Business (DBIR 2020), secondo il quale rispetto al 2019 le violazioni delle applicazioni web sono raddoppiate (43%), e nell’80% dei casi riguardano credenziali rubate. Anche il ransomware ha visto un leggero aumento (27% vs 24% DBIR 2019), con il 18% delle organizzazioni che riferisce di aver bloccato almeno un attacco ransomware durante lo scorso anno.

Pmi nel mirino

Il DBIR 2020 ribadisce l’esistenza di modelli comuni riscontrati nei processi di attacco informatico, consentendo alle organizzazioni di identificare gli obiettivi dei malintenzionati mentre l’aggressione è ancora in corso. Le organizzazioni sono quindi in grado di ottenere una sorta di vantaggio per la difesa e comprendere meglio dove concentrare gli sforzi per la sicurezza, riporta Askanews. Ma il numero crescente di Pmi che utilizza applicazioni e strumenti cloud e web le ha rese i principali obiettivi per i cybercriminali. Il DBIR del 2020 mostra che il phishing è la principale minaccia per le piccole organizzazioni, e rappresenta oltre il 30% delle violazioni, seguita dall’uso di credenziali rubate (27%) e dai dumper per le password (16%).

Le differenze tra i settori

Esistono però differenze significative tra i vari settori. Nel settore manifatturiero il 23% degli attacchi malware è stato causato da ransomware, rispetto al 61% nel settore pubblico e all’80% nell’istruzione. Gli errori hanno rappresentato il 33% delle violazioni nel settore pubblico, ma solo il 12% di quelle nel settore produttivo. Nel Retail, invece, se il 99% degli incidenti è stato motivato da finalità economiche, dati di pagamento e credenziali personali continuano a essere informazioni appetibili. Nella sanità l’errore umano ha determinato il 31% delle violazioni, ma a causa del maggior accesso alle credenziali questo settore rimane quello con il più alto numero di attacchi provenienti dall’interno.

Solo il 6% delle violazioni non è stata scoperta per un anno

Tuttavia, le organizzazioni sono notevolmente migliorate nell’individuare le violazioni. Grazie all’introduzione di standard di reportistica legislativa, solo il 6% delle violazioni non è stata scoperta per un anno, rispetto al 47% rilevato nell’edizione precedente. Le 81 aziende coinvolte nel DBIR 2020 hanno fornito ai ricercatori approfondimenti specifici sulle tendenze informatiche regionali, evidenziando le principali similarità e differenze.

Ad esempio, le violazioni motivate da finalità finanziarie hanno rappresentato il 91% dei casi in Nord America, rispetto al 70% in Europa, Medio Oriente e Africa e 63% nell’area Asia-Pacifico.



Parole straniere per dire felicità: in quanti modi essere contenti

In questo periodo di emergenza sanitaria tutti ci siamo trovati a confrontarci con una situazione insolita e complicata, e l’app Babbel ha creato un glossario dei termini usati nel mondo per esprimere la felicità, e ricordare in quanti modi è possibile essere felici. Magari con l’augurio di guardare avanti con ottimismo verso la ripartenza. La prima parola per esprimere questo stato d’animo è Ikigai, un termine di origine giapponese composto da iki (vita) e gai (merito e valore). La filosofia dell’Ikigai pone al centro della felicità la riscoperta dei piccoli piaceri della vita quotidiana. Ikigai significa infatti investire le proprie energie in ciò che ha davvero valore e significato. Un’interpretazione decisamente attuale.

Hygge e Lagom

La parola danese Hygge invece letteralmente si traduce con calore o intimità. Più che uno stato emozionale l’hygge rappresenta un momento che ognuno può vivere diversamente, poiché tutto può essere hygge. A patto di includere il senso di sicurezza, la vicinanza delle persone importanti e la convivialità. Un invito ad accontentarsi “del giusto” arriva dalla Svezia con il termine Lagom, che racchiude una vera e propria filosofia di vita, e invita alla moderazione e la ricerca del proprio equilibrio. Il Lagom lascia a ognuno piena libertà nella valutazione delle proprie necessità, con l’unica raccomandazione di non esagerare in nessun aspetto della vita. Un approccio che si riflette anche nel design, caratterizzato da minimalismo e praticità, riporta Ansa.

Koselig, Gezelligheid, Gemütlichkeit

I norvegesi ricercano dentro di sé il calore con cui accendere le giornate. Un po’ come per il danese hygge, anche l’interpretazione del koselig è soggettiva e si focalizza sull’apprezzare ogni istante della vita. I norvegesi definiscono koseling (letteralmente “accogliente”), tutto ciò che proietta in un’atmosfera calda e confortante. Anche la formula olandese della felicità, incarnata nella filosofia del gezelligheid, in italiano si potrebbe tradurre come “accogliente”. Anche se Gezelligheid significa soprattutto allontanarsi da ansia e depressione, condividendo momenti spensierati con le persone amate.  In Germania un concetto molto simile è racchiuso nella parola tedesca gemütlichkeit, con cui si esprime il senso di benessere derivante dalla condivisione dei momenti di gioia.

Dalla Pasqua ai lombrichi

In Italia l’espressione più comune per esprimere felicità è il detto popolare “felice come una Pasqua”. Ma non siamo gli unici a utilizzare espressioni particolari o metafore. Gli spagnoli, ad esempio, paragonano la felicità alla liquirizia (feliz como un regaliz), ai lombrichi (feliz como una lombriz) o alle nacchere (más contento que unas castañuelas). Allo stesso modo, nel mondo anglosassone il parallelismo è con una vongola: “happy as a calm”, o un maiale nel fango (happier than a pig in shit), oppure con una papera riuscita a conquistare un pezzo di pane (happier than a duck with bread). In Francia invece si punta ai piani alti (heureux comme un roi, heureux comme un pape, e heureux comme Dieu en France), rispettivamente il re, il papa e Dio. Mentre in portoghese la parola Sextou esprime la felicità per l’arrivo del weekend.



Le 5 linee guida per le aziende al tempo del Coronavirus

A differenza di quanto avvenuto con la crisi del 2008, oggi le aziende italiane sono più resilienti. Investimenti in innovazione, diversificazione geografica e solidità patrimoniale hanno infatti reso le aziende italiane più attrezzate per affrontare un periodo di incertezza. Ora più che mai, quindi, per le imprese italiane la pianificazione strategica di lungo termine e un approccio flessibile sono fattori chiave per continuare a crescere. Anche in un contesto di elevata volatilità, come lo è questo causato dall’emergenza Coronavirus. E Monitor Deloitte ha sviluppato 5 linee guida per aiutare le aziende ad affrontare la crisi e a superarla con successo.

Per vincere in tempi di crisi serve una strategia di lungo periodo

Come emerge dal report di Monitor Deloitte, realizzato tramite interviste a un campione di ceo sul territorio nazionale, la maggiore resilienza delle aziende italiane è confermata da alcuni dati chiave. Fra questi, il livello di investimenti intangibili, che hanno registrato dal 2008 un incremento del 23%, l’andamento positivo dell’import/export, che nel 2018 riporta una bilancia dei pagamenti pari a +39,3 miliardi di euro, e il netto miglioramento dell’indice di debito/capitale sociale, passato dal 63,2% del 2009 al 52,9% del 2019.

Tuttavia, la ricerca evidenzia come “per prosperare in tempi di stagnazione, o recessione, i fondamentali di bilancio siano un ingrediente chiave, ma non sufficiente – commenta Carlo Murolo, Leader Monitor Deloitte -. Una chiara strategia di lungo periodo e un approccio nuovo ed evoluto alla pianificazione strategica fanno la differenza per vincere in tempi di crisi”.

Immaginare il futuro e definire il percorso

Monitor Deloitte ha quindi sviluppato 5 linee guida utili a ceo, manager e leader di aziende italiane per continuare a competere e crescere nel lungo periodo, indipendentemente dall’andamento dell’ambiente macroeconomico. La prima linea guida è immaginare il futuro. Dal momento che nel futuro gli scenari possibili sono molteplici, per essere in grado di gestire le incertezze e porre le basi per un’espansione futura occorre pianificare con una visione di lungo periodo. Inoltre è necessario “definire il percorso”. A partire da un’attenta disamina di minacce e opportunità, è fondamentale stabilire il percorso che l’azienda dovrà intraprendere per raggiungere il posizionamento strategico desiderato.

Agire con decisione e pensare agile, ma non copiare la ricetta di altri

Agire con decisione è la terza linea guida di Deloitte. Definire in tempi brevi direttrici strategiche caratterizzanti il futuro della propria azienda è molto importante. Prepararsi in anticipo, invece di reagire, consente infatti di mantenere i vantaggi competitivi e lavorare in condizioni più favorevoli. Così come imparare a pensare e diventare “agile”. Un approccio flessibile consente infatti di poter cogliere maggiori opportunità, non solo intervenendo su strategia e organizzazione, ma soprattutto lavorando sulla cultura aziendale per favorire il cambiamento continuo.

Per fare questo però non serve copiare la ricetta di altri. È essenziale costruire un proprio modello di business, adatto allo specifico contesto in cui si compete. Copiare le best practice di altri o adottare ricette preconfezionate si rivela del tutto inefficace.



I media via web dominano nelle grandi città: e i giovani “sono” il loro profilo social

Non stupisce scoprire che le grandi città, con il più alto numero di abitanti (oltre 500.000 persone), rappresentino la più ricca piattaforma mediatica d’Italia. In queste aree, conferma il 16° Rapporto Censis, i consumi mediatici sono senilmente più alti che nel resto del paese, con picchi per quanto riguarda l’utilizzo di Internet. Nelle aree metropolitane, infatti, hanno preso più piede sia la mobile tv (31,6%) che la tv on demand (31,3%). Al contrario, nei centri urbani minori (fino a 10.000 abitanti) i consumi mediatici sono per la maggior parte al di sotto della media nazionale, con la sola eccezione dei quotidiani: il 40,5% di lettori, cioè il doppio rispetto alle grandi città.

La fruizione dei media a seconda delle fasce d’età

La piramide dei media dei più anziani vede al vertice la televisione (96,5%), con i quotidiani (54,6%) e i periodici (52,2%) collocati ancora sopra internet (42,0%) e smartphone (38,2%). Televisione e carta stampata, dunque, costituiscono le fonti principali per chi ha 65 anni e oltre. Una vera piattaforma di accesso digitale si presenta invece tra i più giovani. Tra chi ha 14-29 anni risultano appaiati internet (90,3%), tv (89,9%), telefono cellulare (89,8%) e social media (86,9%): in questo caso siamo compiutamente nel regno della transmedialità.

Per i ragazzi sovrapposizione tra se stessi e il proprio profilo social

Per quanto concerne la “costruzione della propria identità”, segnala il Rapporto, la famiglia costituisce ancora di gran lunga il primo fattore di identificazione. Lo è per il 76,3% degli italiani e in misura maggiore per gli anziani (83,5%). L’essere italiano (39,9%) e il legame con il proprio territorio di origine (37,3%) si collocano a poca distanza l’uno dall’altro. Segue il lavoro (29,2%), una leva di identificazione più forte tra chi ha una età compresa tra 30 e 44 anni (39,1%). Poi la fede religiosa (17,2%) e le convinzioni politiche (11,8%). Solo dopo viene l’identità europea (10,9%). Ma per il 3,5% è il proprio profilo sui social network a determinarne l’identità, e questa percentuale sale al 9,1% tra i giovani: uno su dieci.

La spesa per i consumi mediatici

La spesa per l’acquisto di telefoni ed equipaggiamento telefonico dal 2007 al 2018 ha quadruplicato in valore (+298,9%, e oltre 7 miliardi di euro nell’ultimo anno), e quella di computer e audiovisivi è salita del +64,7%. I servizi di telefonia si sono assestati verso il basso per effetto di un riequilibrio tariffario (-16,0%), mentre la spesa per libri e giornali ha subito un vero e proprio crollo (-37,8%), arrestato però nell’ultimo anno (+2,5%).




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