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Automotive, un settore in ripartenza: crescono le ricerche online, l’ibrido la soluzione preferita

Gli italiani hanno ricominciato a muoversi con maggiore libertà e così, dopo mesi di forzato stop, anche il mercato dell’Automotive sta ricominciando a mettersi in moto. Ma cosa è cambiato, se è cambiato, nelle scelte dei nostri connazionali rispetto all’automobile? Quali sono le modalità di viaggio preferite e i veicoli maggiormente scelti? Alle domande risponde l’analisi condotta da GfK  Sinottica dedicata proprio alla nuova mobilità. In particolare, dall’indagine emerge che tra gli italiani resiste una certa diffidenza verso il trasporto pubblico e in sharing, mentre sono in crescita i mezzi di trasporto individuali. Secondo i dati del GfK Covid-19 Tracking, 1 italiano su 3 ha dichiarato di avere intenzione di incrementare l’utilizzo dell’auto privata rispetto a prima dell’emergenza Coronavirus. E, ovviamente, questo aspetto fa mutare sensibilmente anche il mercato dei mezzi di trasporto.

Gli italiani acquisterebbero l’auto in rete

Ora che la mobilità è ripresa e l’utilizzo dei mezzi pubblici è vissuto con cautela e diffidenza, gli italiani hanno ricominciato a cercare informazioni sul mondo dell’auto. Dall’inizio della Fase 2, infatti, la navigazione su siti Automotive registra un +34% rispetto al periodo del lockdown. Ciò significa che i nostri connazionali stanno ritrovando interesse per il mondo dell’automobile, seppur con delle differenze rispetto al passato. “Una delle tendenze più marcate della fase di ‘new normal’ che stiamo vivendo è la forte accelerazione della digitalizzazione in tutti gli strati della popolazione italiana (Baby Boomer compresi) e una diffusione capillare dell’e-commerce” spiega l’analisi. Questa tendenza si riflette sul mondo Automotive, tanto che ben il 50% degli automobilisti prenderebbe in considerazione l’idea di acquistare un’auto su Internet, se fosse possibile. Un dato che potrebbe crescere ancora nel 2020, considerato il salto in avanti compiuto da ampi strati della popolazione in fatto di digitalizzazione e la possibilità sempre più concreta di conquistare nuovi spazi con eventi digitali dedicati al settore auto.

Meno diesel, stabile la benzina, sale l’ibrido

La pausa di riflessione che il coronavirus ci ha imposto ha forse fatto riflettere maggiormente gli automobilisti anche sulla tipologia di auto che preferirebbero adottare. Si scopre così che i “piloti” italiani dichiarano di preferire sempre meno l’alimentazione Diesel. Pur raccogliendo ancora molti consensi, tra il 2015 e il 2019 il motore Diesel ha fatto registrare un -27% nelle dichiarazioni di preferenza degli automobilisti. Stabile il Benzina, mentre cresce in maniera esponenziale il motore Ibrido (benzina + elettrico), che in soli quattro anni (tra il 2015 e il 2019) ha visto un aumento del +74% nelle preferenze dichiarate. In generale, diventano sempre più rilevanti le caratteristiche ecologiche.



Il denaro è l’obiettivo principale delle violazioni informatiche

Quasi 9 violazioni su 10 (86%) sono motivate da finalità finanziarie: i soldi quindi rimangono l’obiettivo principale per il crimine informatico. Furto di credenziali, attacchi social engineering, phishing e compromissioni delle e-mail aziendali causano la maggior parte delle violazioni. Il 37% è stata determinata dall’utilizzo di credenziali rubate o deboli e il 25% ha coinvolto attività di phishing, mentre l’errore umano ha interessato il 22% delle violazioni. Lo rivela il Data Breach Investigations Report 2020 di Verizon Business (DBIR 2020), secondo il quale rispetto al 2019 le violazioni delle applicazioni web sono raddoppiate (43%), e nell’80% dei casi riguardano credenziali rubate. Anche il ransomware ha visto un leggero aumento (27% vs 24% DBIR 2019), con il 18% delle organizzazioni che riferisce di aver bloccato almeno un attacco ransomware durante lo scorso anno.

Pmi nel mirino

Il DBIR 2020 ribadisce l’esistenza di modelli comuni riscontrati nei processi di attacco informatico, consentendo alle organizzazioni di identificare gli obiettivi dei malintenzionati mentre l’aggressione è ancora in corso. Le organizzazioni sono quindi in grado di ottenere una sorta di vantaggio per la difesa e comprendere meglio dove concentrare gli sforzi per la sicurezza, riporta Askanews. Ma il numero crescente di Pmi che utilizza applicazioni e strumenti cloud e web le ha rese i principali obiettivi per i cybercriminali. Il DBIR del 2020 mostra che il phishing è la principale minaccia per le piccole organizzazioni, e rappresenta oltre il 30% delle violazioni, seguita dall’uso di credenziali rubate (27%) e dai dumper per le password (16%).

Le differenze tra i settori

Esistono però differenze significative tra i vari settori. Nel settore manifatturiero il 23% degli attacchi malware è stato causato da ransomware, rispetto al 61% nel settore pubblico e all’80% nell’istruzione. Gli errori hanno rappresentato il 33% delle violazioni nel settore pubblico, ma solo il 12% di quelle nel settore produttivo. Nel Retail, invece, se il 99% degli incidenti è stato motivato da finalità economiche, dati di pagamento e credenziali personali continuano a essere informazioni appetibili. Nella sanità l’errore umano ha determinato il 31% delle violazioni, ma a causa del maggior accesso alle credenziali questo settore rimane quello con il più alto numero di attacchi provenienti dall’interno.

Solo il 6% delle violazioni non è stata scoperta per un anno

Tuttavia, le organizzazioni sono notevolmente migliorate nell’individuare le violazioni. Grazie all’introduzione di standard di reportistica legislativa, solo il 6% delle violazioni non è stata scoperta per un anno, rispetto al 47% rilevato nell’edizione precedente. Le 81 aziende coinvolte nel DBIR 2020 hanno fornito ai ricercatori approfondimenti specifici sulle tendenze informatiche regionali, evidenziando le principali similarità e differenze.

Ad esempio, le violazioni motivate da finalità finanziarie hanno rappresentato il 91% dei casi in Nord America, rispetto al 70% in Europa, Medio Oriente e Africa e 63% nell’area Asia-Pacifico.



Parole straniere per dire felicità: in quanti modi essere contenti

In questo periodo di emergenza sanitaria tutti ci siamo trovati a confrontarci con una situazione insolita e complicata, e l’app Babbel ha creato un glossario dei termini usati nel mondo per esprimere la felicità, e ricordare in quanti modi è possibile essere felici. Magari con l’augurio di guardare avanti con ottimismo verso la ripartenza. La prima parola per esprimere questo stato d’animo è Ikigai, un termine di origine giapponese composto da iki (vita) e gai (merito e valore). La filosofia dell’Ikigai pone al centro della felicità la riscoperta dei piccoli piaceri della vita quotidiana. Ikigai significa infatti investire le proprie energie in ciò che ha davvero valore e significato. Un’interpretazione decisamente attuale.

Hygge e Lagom

La parola danese Hygge invece letteralmente si traduce con calore o intimità. Più che uno stato emozionale l’hygge rappresenta un momento che ognuno può vivere diversamente, poiché tutto può essere hygge. A patto di includere il senso di sicurezza, la vicinanza delle persone importanti e la convivialità. Un invito ad accontentarsi “del giusto” arriva dalla Svezia con il termine Lagom, che racchiude una vera e propria filosofia di vita, e invita alla moderazione e la ricerca del proprio equilibrio. Il Lagom lascia a ognuno piena libertà nella valutazione delle proprie necessità, con l’unica raccomandazione di non esagerare in nessun aspetto della vita. Un approccio che si riflette anche nel design, caratterizzato da minimalismo e praticità, riporta Ansa.

Koselig, Gezelligheid, Gemütlichkeit

I norvegesi ricercano dentro di sé il calore con cui accendere le giornate. Un po’ come per il danese hygge, anche l’interpretazione del koselig è soggettiva e si focalizza sull’apprezzare ogni istante della vita. I norvegesi definiscono koseling (letteralmente “accogliente”), tutto ciò che proietta in un’atmosfera calda e confortante. Anche la formula olandese della felicità, incarnata nella filosofia del gezelligheid, in italiano si potrebbe tradurre come “accogliente”. Anche se Gezelligheid significa soprattutto allontanarsi da ansia e depressione, condividendo momenti spensierati con le persone amate.  In Germania un concetto molto simile è racchiuso nella parola tedesca gemütlichkeit, con cui si esprime il senso di benessere derivante dalla condivisione dei momenti di gioia.

Dalla Pasqua ai lombrichi

In Italia l’espressione più comune per esprimere felicità è il detto popolare “felice come una Pasqua”. Ma non siamo gli unici a utilizzare espressioni particolari o metafore. Gli spagnoli, ad esempio, paragonano la felicità alla liquirizia (feliz como un regaliz), ai lombrichi (feliz como una lombriz) o alle nacchere (más contento que unas castañuelas). Allo stesso modo, nel mondo anglosassone il parallelismo è con una vongola: “happy as a calm”, o un maiale nel fango (happier than a pig in shit), oppure con una papera riuscita a conquistare un pezzo di pane (happier than a duck with bread). In Francia invece si punta ai piani alti (heureux comme un roi, heureux comme un pape, e heureux comme Dieu en France), rispettivamente il re, il papa e Dio. Mentre in portoghese la parola Sextou esprime la felicità per l’arrivo del weekend.



Le 5 linee guida per le aziende al tempo del Coronavirus

A differenza di quanto avvenuto con la crisi del 2008, oggi le aziende italiane sono più resilienti. Investimenti in innovazione, diversificazione geografica e solidità patrimoniale hanno infatti reso le aziende italiane più attrezzate per affrontare un periodo di incertezza. Ora più che mai, quindi, per le imprese italiane la pianificazione strategica di lungo termine e un approccio flessibile sono fattori chiave per continuare a crescere. Anche in un contesto di elevata volatilità, come lo è questo causato dall’emergenza Coronavirus. E Monitor Deloitte ha sviluppato 5 linee guida per aiutare le aziende ad affrontare la crisi e a superarla con successo.

Per vincere in tempi di crisi serve una strategia di lungo periodo

Come emerge dal report di Monitor Deloitte, realizzato tramite interviste a un campione di ceo sul territorio nazionale, la maggiore resilienza delle aziende italiane è confermata da alcuni dati chiave. Fra questi, il livello di investimenti intangibili, che hanno registrato dal 2008 un incremento del 23%, l’andamento positivo dell’import/export, che nel 2018 riporta una bilancia dei pagamenti pari a +39,3 miliardi di euro, e il netto miglioramento dell’indice di debito/capitale sociale, passato dal 63,2% del 2009 al 52,9% del 2019.

Tuttavia, la ricerca evidenzia come “per prosperare in tempi di stagnazione, o recessione, i fondamentali di bilancio siano un ingrediente chiave, ma non sufficiente – commenta Carlo Murolo, Leader Monitor Deloitte -. Una chiara strategia di lungo periodo e un approccio nuovo ed evoluto alla pianificazione strategica fanno la differenza per vincere in tempi di crisi”.

Immaginare il futuro e definire il percorso

Monitor Deloitte ha quindi sviluppato 5 linee guida utili a ceo, manager e leader di aziende italiane per continuare a competere e crescere nel lungo periodo, indipendentemente dall’andamento dell’ambiente macroeconomico. La prima linea guida è immaginare il futuro. Dal momento che nel futuro gli scenari possibili sono molteplici, per essere in grado di gestire le incertezze e porre le basi per un’espansione futura occorre pianificare con una visione di lungo periodo. Inoltre è necessario “definire il percorso”. A partire da un’attenta disamina di minacce e opportunità, è fondamentale stabilire il percorso che l’azienda dovrà intraprendere per raggiungere il posizionamento strategico desiderato.

Agire con decisione e pensare agile, ma non copiare la ricetta di altri

Agire con decisione è la terza linea guida di Deloitte. Definire in tempi brevi direttrici strategiche caratterizzanti il futuro della propria azienda è molto importante. Prepararsi in anticipo, invece di reagire, consente infatti di mantenere i vantaggi competitivi e lavorare in condizioni più favorevoli. Così come imparare a pensare e diventare “agile”. Un approccio flessibile consente infatti di poter cogliere maggiori opportunità, non solo intervenendo su strategia e organizzazione, ma soprattutto lavorando sulla cultura aziendale per favorire il cambiamento continuo.

Per fare questo però non serve copiare la ricetta di altri. È essenziale costruire un proprio modello di business, adatto allo specifico contesto in cui si compete. Copiare le best practice di altri o adottare ricette preconfezionate si rivela del tutto inefficace.



I media via web dominano nelle grandi città: e i giovani “sono” il loro profilo social

Non stupisce scoprire che le grandi città, con il più alto numero di abitanti (oltre 500.000 persone), rappresentino la più ricca piattaforma mediatica d’Italia. In queste aree, conferma il 16° Rapporto Censis, i consumi mediatici sono senilmente più alti che nel resto del paese, con picchi per quanto riguarda l’utilizzo di Internet. Nelle aree metropolitane, infatti, hanno preso più piede sia la mobile tv (31,6%) che la tv on demand (31,3%). Al contrario, nei centri urbani minori (fino a 10.000 abitanti) i consumi mediatici sono per la maggior parte al di sotto della media nazionale, con la sola eccezione dei quotidiani: il 40,5% di lettori, cioè il doppio rispetto alle grandi città.

La fruizione dei media a seconda delle fasce d’età

La piramide dei media dei più anziani vede al vertice la televisione (96,5%), con i quotidiani (54,6%) e i periodici (52,2%) collocati ancora sopra internet (42,0%) e smartphone (38,2%). Televisione e carta stampata, dunque, costituiscono le fonti principali per chi ha 65 anni e oltre. Una vera piattaforma di accesso digitale si presenta invece tra i più giovani. Tra chi ha 14-29 anni risultano appaiati internet (90,3%), tv (89,9%), telefono cellulare (89,8%) e social media (86,9%): in questo caso siamo compiutamente nel regno della transmedialità.

Per i ragazzi sovrapposizione tra se stessi e il proprio profilo social

Per quanto concerne la “costruzione della propria identità”, segnala il Rapporto, la famiglia costituisce ancora di gran lunga il primo fattore di identificazione. Lo è per il 76,3% degli italiani e in misura maggiore per gli anziani (83,5%). L’essere italiano (39,9%) e il legame con il proprio territorio di origine (37,3%) si collocano a poca distanza l’uno dall’altro. Segue il lavoro (29,2%), una leva di identificazione più forte tra chi ha una età compresa tra 30 e 44 anni (39,1%). Poi la fede religiosa (17,2%) e le convinzioni politiche (11,8%). Solo dopo viene l’identità europea (10,9%). Ma per il 3,5% è il proprio profilo sui social network a determinarne l’identità, e questa percentuale sale al 9,1% tra i giovani: uno su dieci.

La spesa per i consumi mediatici

La spesa per l’acquisto di telefoni ed equipaggiamento telefonico dal 2007 al 2018 ha quadruplicato in valore (+298,9%, e oltre 7 miliardi di euro nell’ultimo anno), e quella di computer e audiovisivi è salita del +64,7%. I servizi di telefonia si sono assestati verso il basso per effetto di un riequilibrio tariffario (-16,0%), mentre la spesa per libri e giornali ha subito un vero e proprio crollo (-37,8%), arrestato però nell’ultimo anno (+2,5%).



Lo spreco alimentare vale 5 euro a settimana

Quanto costa lo spreco alimentare? Nel 2020, a livello settimanale, in media 4,9 euro a nucleo familiare, per un totale di circa 6,5 miliardi di euro, e un costo complessivo di circa 10 miliardi di euro. Nei costi sono inclusi gli sprechi di filiera dalla produzione alla distribuzione, che nel 2020 sono stimati a oltre 3 miliardi e 293 milioni. Il Rapporto Waste Watcher 2020 è legato allo spreco percepito, poiché il dato dello spreco reale era stato calcolato nel 2018-2019 misurando lo spreco nelle famiglie italiane con i test scientifici dei Diari di famiglia del Progetto Reduce dell’Università di Bologna-Distal con il ministero dell’Ambiente e la campagna Spreco Zero. La rilevazione dei Diari registrava 8,70 euro di spreco alimentare settimanale per ogni nucleo familiare, per un costo complessivo di 11.500 miliardi di euro ogni anno.

Nel 2020 la tendenza è di circa il 25% in meno

L’ultimo Rapporto Waste Watcher, diffuso nel corso del 2019, si era attestato invece su un valore medio di 6,6 euro settimanali per nucleo familiare, pari al costo di 600 grammi circa di spreco settimanale, per un totale di circa 8,4 miliardi di euro. La tendenza per il 2020 è quindi di circa il 25% in meno.

In ogni caso, dal rapporto emerge che quasi 7 italiani su 10 (il 66%) ritengono ci sia una connessione precisa fra spreco alimentare, salute dell’ambiente e dell’uomo. Così, al momento dell’acquisto l’attenzione agli aspetti della salubrità del cibo e del suo valore per l’impatto sulla salute, così come agli elementi di sicurezza alimentare, incide in maniera determinante per 1 italiano su 3 (36%).

Il 13% degli italiani ritiene invece di poter dare per scontato questi, e il 6% non ci fa caso, o non ha elementi specifici di valutazione (9%).

Gestire il cibo in modo più consapevole

Per attingere informazioni sulla salubrità e sul valore del cibo da acquistare, invece, essenziali si confermano le etichette (64%), mentre per 1 italiano su 2 (51%) il valore è da attribuire alla stagionalità dei prodotti, riporta Adnkronos.

I prodotti bio sono presidio di certezza nell’acquisto del cibo per 1 italiano su 5 (19%) e il 17% dichiara di informarsi prima di fare la spesa. In ogni caso, l’asticella dell’attenzione per la questione spreco si è decisamente alzata. Lo dichiarano 7 italiani su 10 (68%), per i quali l’ultimo decennio è stato decisivo per considerare la gestione del cibo più consapevole, mentre per il 24% l’attenzione è rimasta inalterata.

Le iniziative di sensibilizzazione sul tema convincono gli italiani

Per 1 italiano su 2 l’aspetto determinante per quanto riguarda la gestione del cibo sono i grandi paradossi e le diseguaglianze del mondo. Si tratta quindi di un aspetto etico-sociale. Ma risulta notevole, per quasi 6 italiani su 10 (57%), la sensibilizzazione prodotta negli ultimi anni attraverso la veicolazione di dati e la sensibilizzazione di campagne informative e iniziative sul tema spreco, che ha raggiunto oltre 1 italiano su 5 (23%). Un po’ meno risultano efficaci i messaggi della produzione/grande distribuzione (14%), dei media (12%) e le raccomandazioni di singoli personaggi autorevoli (5%).



A dicembre prezzi al consumo più alti

Secondo le stime preliminari dell’Istat nel mese di dicembre 2019 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, ha registrato un aumento dello 0,2% su base mensile, e dello 0,5% su base annua rispetto al +0,2% del mese di novembre. In media, specifica l’Istat, nel 2019 i prezzi al consumo hanno registrato una crescita dello 0,6%, dimezzando quella del 2018, che si attestava al +1,2%. Al netto degli energetici e degli alimentari freschi, la cosiddetta inflazione di fondo, la crescita dei prezzi al consumo è stata dello 0,5%, in diminuzione quindi rispetto al +0,7% dell’anno precedente.

Inversione di tendenza dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati

La lieve accelerazione dell’inflazione nel mese di dicembre, sempre secondo l’Istat, è imputabile prevalentemente all’inversione di tendenza dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati, che passano da -3,0% a +1,6%. L’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici registrano a dicembre lo stesso dato di novembre 2019, rispettivamente +0,7% e +0,8%, riporta Askanews. L’aumento congiunturale è dovuto alla crescita dei prezzi di più componenti merceologiche, in particolare dei Servizi relativi ai trasporti (+0,9%), dei Beni alimentari non lavorati (+0,6%), dei Beni energetici non regolamentati e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+0,4% per entrambi).

Il differenziale inflazionistico tra beni e servizi rimane positivo

I prezzi dei beni registrano una variazione tendenziale nulla (da -0,4% del mese precedente), mentre rimane stabile la crescita dei prezzi dei servizi (a +1,0%). Il differenziale inflazionistico tra servizi e beni, quindi, rimane positivo, ma si riduce passando da +1,4 punti percentuali di novembre a +1,0 di dicembre.

I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona aumentano dello 0,8% su base annua (da +0,5%) e quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto dell’1,1% (da +0,4% del mese precedente), registrando in entrambi i casi una crescita più sostenuta di quella riferita all’intero paniere.

La variazione media annua dell’IPCA nel 2019 è pari a +0,6%

Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,2% su base mensile e dello 0,5% su base annua (da +0,2% di novembre). La variazione media annua del 2019 è pari a +0,6% (era +1,2% nel 2018). La leggera ripresa dell’inflazione osservata a dicembre è imputabile principalmente all’accelerazione dei prezzi dei carburanti, una componente molto volatile del paniere, che hanno registrato un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi mesi. La crescita in media d’anno dei prezzi al consumo del paniere nel suo complesso (dimezzata rispetto al 2018), così come quella della componente di fondo, confermano la debolezza dell’inflazione che ha caratterizzato l’intero 2019. In questo quadro, i prezzi dei beni aumentano dello 0,4% mentre quelli dei servizi dell’1,0%.



Stereotipi sui generi e violenza sessuale: l’immagine sociale secondo l’Istat

Gli stereotipi sui generi più comuni? Per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro, (32,5%), gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche (31,5%), è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia (27,9%). Sul tema della violenza nella coppia, invece, il 7,4% delle persone ritiene accettabile sempre, o in alcune circostanze, che un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha civettato con un altro uomo. Secondo una rilevazione statistica dell’Istat su dati 2018 dal titolo Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale, il 58,8% della popolazione fra i 18 e i 74 anni si ritrova in questi stereotipi. Che risultano però più diffusi al crescere dell’età, e tra i meno istruiti.

Per il 77,7% le donne sono considerate oggetti di proprietà

Se il 6,2% del campione pensa che in una coppia ci scappi uno schiaffo ogni tanto, sono più del doppio le persone (17,7%) che ritengono più o meno accettabile che un uomo controlli abitualmente il cellulare e/o l’attività sui social network della propria moglie/compagna. Alla domanda sul perché alcuni uomini sono violenti con le proprie compagne/mogli, il 77,7% degli intervistati risponde perché le donne sono considerate oggetti di proprietà (84,9% donne e 70,4% uomini), e la difficoltà di alcuni uomini a gestire la rabbia è indicata dal 70,6%.

Persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza subita

A una donna che ha subito violenza da parte del proprio compagno/marito, il 64,5% della popolazione consiglierebbe di denunciarlo e il 33,2% di lasciarlo. Ma persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza subita: il 39,3% della popolazione ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. E per il 23,9% le donne possono provocare la violenza sessuale con il loro abbigliamento. Per il 10,3% della popolazione le accuse di violenza sessuale sono false (uomini 12,7%, donne 7,9%), per il 7,2% di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì, per il 6,2% le donne serie non vengono violentate. Solo l’1,9% ritiene che non si tratta di violenza se un uomo obbliga la propria moglie/compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.

Le opinioni di uomini e donne sono diverse

Il quadro che emerge dalla ricerca mostra cinque profili: due rappresentano gli individui con le convinzioni più stereotipate (36,3%), due quelle meno stereotipate (62%) e un gruppo si qualifica per l’indifferenza rispetto al tema (1,8%). In ogni caso, gli stereotipi sul ruolo di genere sono più frequenti nel Mezzogiorno (67,8%), in particolare in Campania (71,6%) e in Sicilia, e meno diffusi al Nord-est (52,6%), con il minimo in Friuli Venezia Giulia (49,2%).

Quanto alla violenza all’interno della coppia, Sardegna (15,2%) e Valle d’Aosta (17,4%) presentano i livelli più bassi di tolleranza verso la violenza, Abruzzo (38,1%) e Campania (35%) i più alti. Ma nelle regioni le opinioni di uomini e donne sono diverse.



Famiglie italiane sempre meno ricche e meno disposte a investire

Nel 2018 le attività finanziarie delle famiglie italiane, come depositi, investimenti in titoli, azioni e obbligazioni, hanno registrato una contrazione del 3,1%, a fronte di una crescita delle attività reali del 2,7% e una diminuzione delle passività pari allo 0,7%. Nonostante questo, la ricchezza netta delle famiglie italiane in rapporto al reddito disponibile rimane superiore al dato dell’Eurozona, pari, rispettivamente, a 8,2 contro 7,7 a fine 2018, mentre il tasso di risparmio domestico, pari al 10% circa e in lieve crescita per la prima volta dal 2014, continua a essere inferiore al valore registrato nell’area euro, anch’esso in lieve aumento.

La mancanza di risparmi è il maggior deterrente all’investimento

Il Rapporto Consob 2019 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane conferma quindi la distanza tra il nostro Paese e l’Eurozona. E riguardo all’incidenza del debito delle famiglie sul Pil a fine 2018 questo è pari rispettivamente al 40% e al 60%. A fine 2018, il 30% delle famiglie italiane dichiara di possedere almeno un’attività finanziaria, rappresentata da fondi comuni e titoli di Stato italiani, rispettivamente nel 26% e nel 18% dei casi, un dato stabile rispetto al 2018. In ogni caso, la mancanza di risparmi rappresenta il maggior deterrente all’investimento, seguito dalla mancanza di fiducia nel sistema finanziario.

Un investitore su due si avvale del supporto di un esperto

Da quanto emerge dal rapporto, la percentuale di investitori che risponde correttamente alle domande di cultura finanziaria riferibili ai prodotti posseduti oscilla tra il 15% (relazione prezzo – tasso di interesse di un’obbligazione) e l’83% (caratteristiche delle azioni). Un dato che si colloca tra il 50% e il 70% circa per le nozioni relative alla cosiddetta risk literacy. Inoltre, un investitore su due utilizza una sola fonte informativa per prendere decisioni di investimento, preferendo di gran lunga il supporto di un consulente finanziario o funzionario della banca alla consultazione in autonomia di documenti informativi sui prodotti. Nelle scelte di investimento, il 20% si affida a un esperto anche in fase di monitoraggio del proprio portafoglio. E il 40% degli investitori ricorre alla cosiddetta consulenza informale, ossia ai consigli di amici e parenti, e altrettanti decidono in autonomia.

Oltre il 30% delle famiglie non sa cosa sia un conto corrente

L’Osservatorio Consob per il 2019 su L’approccio alla finanza e agli investimenti delle famiglie italiane raccoglie i dati relativi a un campione di 3.058 individui, rappresentativo dei decisori finanziari italiani, di cui 1.311 intervistati anche nel 2018. Dal Rapporto Consob, riferisce Adnkronos, emerge inoltre che oltre il 30% delle famiglie italiane non conosce nessuno tra i seguenti prodotti finanziari: conto corrente, azioni, obbligazioni, fondi comuni, Bitcoin. Secondo il sondaggio poi il 21% degli intervistati non conosce nessuna di queste nozioni base: inflazione, relazione rischio/rendimento, diversificazione, caratteristiche dei mutui, interesse composto.



Italia, triste primato per biossido di azoto e ozono

La scarsa qualità dell’aria continua a pesare sulla salute degli europei e degli italiani. Specialmente nelle aree urbane, dove il particolato (PM), il biossido di azoto (NO2) e l’ozono a livello del suolo (O3) causano i danni maggiori. Ed è proprio l’Italia il primo Paese dell’Unione per numero di morti premature causate da biossido di azoto e ozono, e secondo, dopo la Germania, per quelle causate dal particolato fine.

I dati emergono dal Rapporto sulla qualità dell’aria in Europa – 2019 condotto dall’Aea-Agenzia europea per l’ambiente. L’analisi si basa sugli ultimi dati ufficiali sulla qualità dell’aria provenienti da oltre 4.000 stazioni di monitoraggio in Europa nel 2017.

Nel 2016 il PM2,5 ha causato circa 412.000 decessi prematuri in 41 Paesi europei

“Oltre a danneggiare la salute e a ridurre l’aspettativa di vita, la scarsa qualità dell’aria causa anche perdite economiche – avverte l’Agenzia – ad esempio, a causa di costi sanitari più elevati, rendimenti ridotti da agricoltura e silvicoltura e minore produttività del lavoro”.

Secondo l’analisi dell’Agenzia europea per l’ambiente infatti il particolato fine (PM2,5) nel 2016 ha causato da solo circa 412.000 decessi prematuri in 41 Paesi europei. Circa 374.000 di questi decessi si sono verificati nell’Unione europea (Ue a 28 Paesi), 68 mila per biossido di azoto e 14mila per ozono.  In Italia, nello stesso anno, i morti da biossido di azoto sono stati 14.600, e quelli da ozono 3.000. Numeri che conferiscono al nostro Paese il primato europeo per morti causate da inquinamento, e la pongono al secondo posto dopo la Germania per le 58.600 morti causate dal particolato fine.

Nel 2017  concentrazioni di polveri sottili troppo elevate in 7 Stati membri

Rispetto ai valori limite dell’Ue nel 2017 le concentrazioni di polveri sottili erano troppo elevate in sette Stati membri dell’Ue: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Italia, Polonia, Romania e Slovacchia. Ma “Nonostante il persistente inquinamento, i nuovi dati – afferma l’Aea – confermano che normative e misure locali vincolanti stanno migliorando la qualità dell’aria in Europa con effetti positivi sulla salute”. Ad esempio, nel 2016, rispetto al 2015, il particolato fine ha causato circa 17.000 decessi prematuri in meno in tutta l’Unione, riporta Adnkronos.

Le misure del Dl clima

Lo scorso giugno, con la firma del Protocollo Aria Pulita nel corso del Clean Air Dialogue di Torino, l’Italia ha posto alcune basi per migliorare la qualità dell’aria. A cominciare dagli accordi con alcune Regioni nelle quali il problema della qualità dell’aria è particolarmente grave.

“Nel Dl clima – commenta il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – abbiamo inoltre inserito misure per incentivare la mobilità sostenibile nelle città e nelle aree sottoposte a infrazione europea per la qualità dell’aria, e stanziato fondi per la piantumazione e il reimpianto degli alberi e la creazione di foreste urbane e periurbane nelle città metropolitane”.




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