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Di tutto un pò…

Prime Day di Amazon, record di vendite per le Pmi globali

Record di vendite per la due giorni di sconti di Amazon, che quest’anno a causa dell’emergenza Covid-19 si è tenuta a ottobre invece che, come di consueto, a luglio. Il Prime Day ha fatto infatti registrare un boom di vendite per le piccole e medie imprese globali. E proprio a causa del Covid-19 quest’anno tra le merci più vendute figurano una serie di prodotti legati al contrasto della pandemia, come i dispositivi di protezione personale e i disinfettanti.

Soprattutto in Italia, l’unico Paese in cui le mascherine sono state tra i tre prodotti più venduti, mentre altri Paesi hanno scelto di acquistare maggiormente prodotti per l’igiene personale e per disinfettare le superfici. Lo ha confermato la società di Seattle, fornendo l’elenco delle merci più gettonate in ognuno dei 19 Paesi coinvolti dall’iniziativa.

Oltre 3,5 miliardi di dollari

Quest’anno Amazon sta investendo 18 miliardi di dollari per supportare le Pmi e ha progettato questo Prime Day anche per dare ulteriore supporto alle piccole e medie aziende attraverso una promozione che ha contribuito a generare 900 milioni di dollari di vendite per durante le due settimane precedenti al Prime Day, la due giorni con i migliori risultati di sempre per i partner di vendita, riferisce La Stampa.

“Siamo entusiasti che il Prime Day sia stato un evento da record per le Pmi in tutto il mondo, con vendite che hanno superato i 3,5 miliardi di dollari, un aumento di quasi il 60% rispetto allo scorso anno”, ha commentato Jeff Wilke, Ceo Worldwide Consumer di Amazon, in un comunicato ufficiale, aggiungendo: “Siamo orgogliosi che i clienti Amazon Prime abbiano risparmiato più di 1,4 miliardi di dollari e non vediamo l’ora di offrire maggiori opportunità di crescita ai nostri partner di vendita e ai clienti per risparmiare durante le festività natalizie”.

Sul podio italiano Fifa 21, capsule Caffè Borbone Respresso e Mascherina Ffp2

Quanto ai prodotti più acquistati durante il Prime Day in Italia il nostro Paese è l’unica nazione dove la mascherina è tra i tre prodotti più comprati, mentre altrove si è registrato un boom per i prodotti disinfettanti. In ogni caso, nel nostro Paese al primo posto dei prodotti più venduti c’è il videogame Fifa 21 per PlayStation 4, seguito dalle capsule Caffè Borbone Respresso e appunto le Mascherina Ffp2 Jiandi.

Echo Dot e iRobot Roomba i più venduti nel mondo

Guardando agli oggetti più desiderati nel mondo è l’Echo Dot, ovvero il più economico degli smart speaker di Amazon, il bestseller più venduto a livello globale Echo Dot, seguito dall’iRobot Roomba, anche se la classifica varia da Paese a Paese. Tra gli altri prodotti che hanno visto una crescita esponenziale di acquisti per via della pandemia, il gel disinfettante per le mani si piazza secondo in Belgio e terzo in Lussemburgo, mentre in Olanda sono seconde le salviette per igienizzare le mani. E in Brasile e in Messico entrano in classifica i disinfettanti multiuso, riporta Ansa



Milano è la città più circolare d’Italia

La città più circolare d’Italia è Milano, seguita sul podio da Trento e Bologna. La conferma arriva dalla seconda edizione della classifica dei centri urbani più virtuosi sul piano dell’economia circolare, l’economia all’insegna dell’eco-sostenibilità, basata sul riutilizzo delle risorse e la riduzione degli sprechi.

Stilata dai ricercatori del Cesisp, il Centro studi in Economia e regolazione dei servizi, dell’industria e del settore pubblico dell’Università di Milano-Bicocca, quest’anno la classifica ha ampliato il numero delle città coinvolte, salite da 10 a 20, e ha introdotto un confronto con le metropoli europee.

“Milano si conferma al primo posto anche grazie a sistemi di trasporto pubblico ramificati e apprezzati, servizi avanzati di car sharing, rete idrica efficiente, elevato livello di raccolta differenziata e alto fatturato delle attività di vendita dell’usato”, spiegano Massimo Beccarello e Giacomo Di Foggia, rispettivamente direttore scientifico e ricercatore del Cesisp.

Ultime Catania e Palermo

I ricercatori hanno individuato cinque cluster rappresentativi (input sostenibili, condivisione sociale, uso di beni come servizi, end of life, estensione della vita dei prodotti) comprendenti a loro volta 28 indicatori di circolarità. Come nella prima edizione al primo posto è risultata appunto Milano, riporta La Repubblica, città più circolare d’Italia con un punteggio di 7,7 su 10.. Seconda Trento (7,5) e terza Bologna (7,2).  Se le prime 10 città classificate si collocano geograficamente al Nord o Centro-Nord, le ultime posizioni sono coperte da centri urbani del Sud Italia, con Catania (3,8) e Palermo (3,9) fanalini di coda.

Copenaghen, Parigi, Berlino sul podio europeo

Le uniche città del Nord Italia ad avere un punteggio al di sotto della sufficienza sono Genova (5,8 punti), Verona (5,7 punti) e Aosta (5,2 punti). Sul piano internazionale il Cesisp ha messo a confronto Milano con altre grandi metropoli europee (Amsterdam, Berlino, Bruxelles, Copenaghen, Londra, Madrid, Parigi e Praga), utilizzando gli stessi criteri di analisi usati per il contesto italiano.

La città più circolare d’Europa è risultata Copenaghen con un punteggio medio di 3,26 su 5, al secondo posto Parigi (3,21) e al terzo Berlino (3,18).  Milano è quarta in Europa, con un punteggio medio di 3,13, lasciandosi alle spalle, tra le altre, Londra e Madrid (sesta e settima).

“Uno strumento di utile valutazione per le politiche ambientali”

“L’intento della classifica delle città circolari è di proporre l’indice di circolarità urbana sviluppato come strumento di utile valutazione per le politiche ambientali dei centri urbani e per l’impatto delle nuove normative e regolamenti – aggiungono Beccarello e Di Foggia -. La Commissione Europea, presentando l’ambizioso progetto Green New Deal lo scorso gennaio, ha collocato l’economia circolare al centro delle nuove politiche europee necessarie per raggiungere gli obiettivi che l’Europa ha sottoscritto a Parigi nel 2015. La sostenibilità è un tema al centro anche del Recovery Fund. Ecco perché è importante partire da una mappatura delle politiche di prossimità del cittadino e da una misurazione dell’efficacia delle aree urbane, che sono oggi il motore dello sviluppo economico e sociale”.

 



A maggio il commercio con l’estero torna a crescere

La rilevazione Intrastat stima per maggio 2020 un aumento congiunturale per entrambi i flussi commerciali con l’estero. Decisamente elevata per le esportazioni (+35,0%) la crescita è invece più contenuta per le importazioni (+5,6%). Il netto incremento su base mensile dell’export è dovuto ai forti aumenti delle vendite sia verso i mercati extra Ue (+36,5%) sia verso l’area Ue (+33,7%). Ma nel trimestre marzo-maggio 2020, malgrado la crescita nel mese di maggio, la dinamica congiunturale è condizionata dai forti cali dei mesi precedenti, ed è ampiamente negativa sia per l’export (-29,0%) sia per l’import (-27,7%).

Su base annua flessione per import ed export

Su base annua a maggio 2020 l’export segna infatti una flessione marcata (-30,4%), ma in evidente attenuazione rispetto ad aprile (-41,5%), che coinvolge sia l’area extra Ue (-31,5%) sia quella Ue (-29,4%). Rispetto alle esportazioni, la contrazione delle importazioni (-35,2%) è più ampia e sintesi dei cali degli acquisti da entrambi i mercati (-38,2% dai Paesi extra Ue, -32,9% dall’area Ue).

Secondo le rilevazioni Intrastat sono tutti i principali settori di attività economica a contribuire alla flessione tendenziale dell’export.

I prodotti e i Paesi che contribuiscono alla contrazione delle esportazioni

I contributi maggiori alla flessione dell’export derivano da macchinari e apparecchi n.c.a (-29,9%), metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-24,4%), articoli sportivi, giochi, preziosi, strumenti musicali e medici e altri prodotti n.c.a. (-57,8%), altri mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (-38,9%), articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (-45,7%), articoli di abbigliamento, anche in pelle e in pelliccia (-49,0%) e autoveicoli (-46,2%). Su base annua, i Paesi che contribuiscono maggiormente alla caduta dell’export sono Francia (-33,8%), Germania (-23,0%), Stati Uniti (-26,8%), Spagna (-39,6%) e Regno Unito (-35,5%).

Diminuiscono i prezzi all’importazione

Nei primi cinque mesi del 2020 la flessione tendenziale dell’export (-16,0%) è dovuta in particolare al calo delle vendite di macchinari e apparecchi n.c.a. (-22,4%), metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-14,9%), autoveicoli (-34,5%) e articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (-30,4%). A maggio 2020 si stima che il saldo commerciale aumenti di 199 milioni di euro, passando da +5.385 milioni a maggio 2019 a +5.584 milioni a maggio 2020. Al netto dei prodotti energetici il saldo è pari a +6.603 milioni di euro (era +8.777 milioni a maggio 2019). Nel mese di maggio 2020 si stima che i prezzi all’importazione diminuiscano dello 0,1% su aprile 2020, e dell’8,6% su base annua.



Automotive, un settore in ripartenza: crescono le ricerche online, l’ibrido la soluzione preferita

Gli italiani hanno ricominciato a muoversi con maggiore libertà e così, dopo mesi di forzato stop, anche il mercato dell’Automotive sta ricominciando a mettersi in moto. Ma cosa è cambiato, se è cambiato, nelle scelte dei nostri connazionali rispetto all’automobile? Quali sono le modalità di viaggio preferite e i veicoli maggiormente scelti? Alle domande risponde l’analisi condotta da GfK  Sinottica dedicata proprio alla nuova mobilità. In particolare, dall’indagine emerge che tra gli italiani resiste una certa diffidenza verso il trasporto pubblico e in sharing, mentre sono in crescita i mezzi di trasporto individuali. Secondo i dati del GfK Covid-19 Tracking, 1 italiano su 3 ha dichiarato di avere intenzione di incrementare l’utilizzo dell’auto privata rispetto a prima dell’emergenza Coronavirus. E, ovviamente, questo aspetto fa mutare sensibilmente anche il mercato dei mezzi di trasporto.

Gli italiani acquisterebbero l’auto in rete

Ora che la mobilità è ripresa e l’utilizzo dei mezzi pubblici è vissuto con cautela e diffidenza, gli italiani hanno ricominciato a cercare informazioni sul mondo dell’auto. Dall’inizio della Fase 2, infatti, la navigazione su siti Automotive registra un +34% rispetto al periodo del lockdown. Ciò significa che i nostri connazionali stanno ritrovando interesse per il mondo dell’automobile, seppur con delle differenze rispetto al passato. “Una delle tendenze più marcate della fase di ‘new normal’ che stiamo vivendo è la forte accelerazione della digitalizzazione in tutti gli strati della popolazione italiana (Baby Boomer compresi) e una diffusione capillare dell’e-commerce” spiega l’analisi. Questa tendenza si riflette sul mondo Automotive, tanto che ben il 50% degli automobilisti prenderebbe in considerazione l’idea di acquistare un’auto su Internet, se fosse possibile. Un dato che potrebbe crescere ancora nel 2020, considerato il salto in avanti compiuto da ampi strati della popolazione in fatto di digitalizzazione e la possibilità sempre più concreta di conquistare nuovi spazi con eventi digitali dedicati al settore auto.

Meno diesel, stabile la benzina, sale l’ibrido

La pausa di riflessione che il coronavirus ci ha imposto ha forse fatto riflettere maggiormente gli automobilisti anche sulla tipologia di auto che preferirebbero adottare. Si scopre così che i “piloti” italiani dichiarano di preferire sempre meno l’alimentazione Diesel. Pur raccogliendo ancora molti consensi, tra il 2015 e il 2019 il motore Diesel ha fatto registrare un -27% nelle dichiarazioni di preferenza degli automobilisti. Stabile il Benzina, mentre cresce in maniera esponenziale il motore Ibrido (benzina + elettrico), che in soli quattro anni (tra il 2015 e il 2019) ha visto un aumento del +74% nelle preferenze dichiarate. In generale, diventano sempre più rilevanti le caratteristiche ecologiche.



Il denaro è l’obiettivo principale delle violazioni informatiche

Quasi 9 violazioni su 10 (86%) sono motivate da finalità finanziarie: i soldi quindi rimangono l’obiettivo principale per il crimine informatico. Furto di credenziali, attacchi social engineering, phishing e compromissioni delle e-mail aziendali causano la maggior parte delle violazioni. Il 37% è stata determinata dall’utilizzo di credenziali rubate o deboli e il 25% ha coinvolto attività di phishing, mentre l’errore umano ha interessato il 22% delle violazioni. Lo rivela il Data Breach Investigations Report 2020 di Verizon Business (DBIR 2020), secondo il quale rispetto al 2019 le violazioni delle applicazioni web sono raddoppiate (43%), e nell’80% dei casi riguardano credenziali rubate. Anche il ransomware ha visto un leggero aumento (27% vs 24% DBIR 2019), con il 18% delle organizzazioni che riferisce di aver bloccato almeno un attacco ransomware durante lo scorso anno.

Pmi nel mirino

Il DBIR 2020 ribadisce l’esistenza di modelli comuni riscontrati nei processi di attacco informatico, consentendo alle organizzazioni di identificare gli obiettivi dei malintenzionati mentre l’aggressione è ancora in corso. Le organizzazioni sono quindi in grado di ottenere una sorta di vantaggio per la difesa e comprendere meglio dove concentrare gli sforzi per la sicurezza, riporta Askanews. Ma il numero crescente di Pmi che utilizza applicazioni e strumenti cloud e web le ha rese i principali obiettivi per i cybercriminali. Il DBIR del 2020 mostra che il phishing è la principale minaccia per le piccole organizzazioni, e rappresenta oltre il 30% delle violazioni, seguita dall’uso di credenziali rubate (27%) e dai dumper per le password (16%).

Le differenze tra i settori

Esistono però differenze significative tra i vari settori. Nel settore manifatturiero il 23% degli attacchi malware è stato causato da ransomware, rispetto al 61% nel settore pubblico e all’80% nell’istruzione. Gli errori hanno rappresentato il 33% delle violazioni nel settore pubblico, ma solo il 12% di quelle nel settore produttivo. Nel Retail, invece, se il 99% degli incidenti è stato motivato da finalità economiche, dati di pagamento e credenziali personali continuano a essere informazioni appetibili. Nella sanità l’errore umano ha determinato il 31% delle violazioni, ma a causa del maggior accesso alle credenziali questo settore rimane quello con il più alto numero di attacchi provenienti dall’interno.

Solo il 6% delle violazioni non è stata scoperta per un anno

Tuttavia, le organizzazioni sono notevolmente migliorate nell’individuare le violazioni. Grazie all’introduzione di standard di reportistica legislativa, solo il 6% delle violazioni non è stata scoperta per un anno, rispetto al 47% rilevato nell’edizione precedente. Le 81 aziende coinvolte nel DBIR 2020 hanno fornito ai ricercatori approfondimenti specifici sulle tendenze informatiche regionali, evidenziando le principali similarità e differenze.

Ad esempio, le violazioni motivate da finalità finanziarie hanno rappresentato il 91% dei casi in Nord America, rispetto al 70% in Europa, Medio Oriente e Africa e 63% nell’area Asia-Pacifico.



Parole straniere per dire felicità: in quanti modi essere contenti

In questo periodo di emergenza sanitaria tutti ci siamo trovati a confrontarci con una situazione insolita e complicata, e l’app Babbel ha creato un glossario dei termini usati nel mondo per esprimere la felicità, e ricordare in quanti modi è possibile essere felici. Magari con l’augurio di guardare avanti con ottimismo verso la ripartenza. La prima parola per esprimere questo stato d’animo è Ikigai, un termine di origine giapponese composto da iki (vita) e gai (merito e valore). La filosofia dell’Ikigai pone al centro della felicità la riscoperta dei piccoli piaceri della vita quotidiana. Ikigai significa infatti investire le proprie energie in ciò che ha davvero valore e significato. Un’interpretazione decisamente attuale.

Hygge e Lagom

La parola danese Hygge invece letteralmente si traduce con calore o intimità. Più che uno stato emozionale l’hygge rappresenta un momento che ognuno può vivere diversamente, poiché tutto può essere hygge. A patto di includere il senso di sicurezza, la vicinanza delle persone importanti e la convivialità. Un invito ad accontentarsi “del giusto” arriva dalla Svezia con il termine Lagom, che racchiude una vera e propria filosofia di vita, e invita alla moderazione e la ricerca del proprio equilibrio. Il Lagom lascia a ognuno piena libertà nella valutazione delle proprie necessità, con l’unica raccomandazione di non esagerare in nessun aspetto della vita. Un approccio che si riflette anche nel design, caratterizzato da minimalismo e praticità, riporta Ansa.

Koselig, Gezelligheid, Gemütlichkeit

I norvegesi ricercano dentro di sé il calore con cui accendere le giornate. Un po’ come per il danese hygge, anche l’interpretazione del koselig è soggettiva e si focalizza sull’apprezzare ogni istante della vita. I norvegesi definiscono koseling (letteralmente “accogliente”), tutto ciò che proietta in un’atmosfera calda e confortante. Anche la formula olandese della felicità, incarnata nella filosofia del gezelligheid, in italiano si potrebbe tradurre come “accogliente”. Anche se Gezelligheid significa soprattutto allontanarsi da ansia e depressione, condividendo momenti spensierati con le persone amate.  In Germania un concetto molto simile è racchiuso nella parola tedesca gemütlichkeit, con cui si esprime il senso di benessere derivante dalla condivisione dei momenti di gioia.

Dalla Pasqua ai lombrichi

In Italia l’espressione più comune per esprimere felicità è il detto popolare “felice come una Pasqua”. Ma non siamo gli unici a utilizzare espressioni particolari o metafore. Gli spagnoli, ad esempio, paragonano la felicità alla liquirizia (feliz como un regaliz), ai lombrichi (feliz como una lombriz) o alle nacchere (más contento que unas castañuelas). Allo stesso modo, nel mondo anglosassone il parallelismo è con una vongola: “happy as a calm”, o un maiale nel fango (happier than a pig in shit), oppure con una papera riuscita a conquistare un pezzo di pane (happier than a duck with bread). In Francia invece si punta ai piani alti (heureux comme un roi, heureux comme un pape, e heureux comme Dieu en France), rispettivamente il re, il papa e Dio. Mentre in portoghese la parola Sextou esprime la felicità per l’arrivo del weekend.



Le 5 linee guida per le aziende al tempo del Coronavirus

A differenza di quanto avvenuto con la crisi del 2008, oggi le aziende italiane sono più resilienti. Investimenti in innovazione, diversificazione geografica e solidità patrimoniale hanno infatti reso le aziende italiane più attrezzate per affrontare un periodo di incertezza. Ora più che mai, quindi, per le imprese italiane la pianificazione strategica di lungo termine e un approccio flessibile sono fattori chiave per continuare a crescere. Anche in un contesto di elevata volatilità, come lo è questo causato dall’emergenza Coronavirus. E Monitor Deloitte ha sviluppato 5 linee guida per aiutare le aziende ad affrontare la crisi e a superarla con successo.

Per vincere in tempi di crisi serve una strategia di lungo periodo

Come emerge dal report di Monitor Deloitte, realizzato tramite interviste a un campione di ceo sul territorio nazionale, la maggiore resilienza delle aziende italiane è confermata da alcuni dati chiave. Fra questi, il livello di investimenti intangibili, che hanno registrato dal 2008 un incremento del 23%, l’andamento positivo dell’import/export, che nel 2018 riporta una bilancia dei pagamenti pari a +39,3 miliardi di euro, e il netto miglioramento dell’indice di debito/capitale sociale, passato dal 63,2% del 2009 al 52,9% del 2019.

Tuttavia, la ricerca evidenzia come “per prosperare in tempi di stagnazione, o recessione, i fondamentali di bilancio siano un ingrediente chiave, ma non sufficiente – commenta Carlo Murolo, Leader Monitor Deloitte -. Una chiara strategia di lungo periodo e un approccio nuovo ed evoluto alla pianificazione strategica fanno la differenza per vincere in tempi di crisi”.

Immaginare il futuro e definire il percorso

Monitor Deloitte ha quindi sviluppato 5 linee guida utili a ceo, manager e leader di aziende italiane per continuare a competere e crescere nel lungo periodo, indipendentemente dall’andamento dell’ambiente macroeconomico. La prima linea guida è immaginare il futuro. Dal momento che nel futuro gli scenari possibili sono molteplici, per essere in grado di gestire le incertezze e porre le basi per un’espansione futura occorre pianificare con una visione di lungo periodo. Inoltre è necessario “definire il percorso”. A partire da un’attenta disamina di minacce e opportunità, è fondamentale stabilire il percorso che l’azienda dovrà intraprendere per raggiungere il posizionamento strategico desiderato.

Agire con decisione e pensare agile, ma non copiare la ricetta di altri

Agire con decisione è la terza linea guida di Deloitte. Definire in tempi brevi direttrici strategiche caratterizzanti il futuro della propria azienda è molto importante. Prepararsi in anticipo, invece di reagire, consente infatti di mantenere i vantaggi competitivi e lavorare in condizioni più favorevoli. Così come imparare a pensare e diventare “agile”. Un approccio flessibile consente infatti di poter cogliere maggiori opportunità, non solo intervenendo su strategia e organizzazione, ma soprattutto lavorando sulla cultura aziendale per favorire il cambiamento continuo.

Per fare questo però non serve copiare la ricetta di altri. È essenziale costruire un proprio modello di business, adatto allo specifico contesto in cui si compete. Copiare le best practice di altri o adottare ricette preconfezionate si rivela del tutto inefficace.



Lo spreco alimentare vale 5 euro a settimana

Quanto costa lo spreco alimentare? Nel 2020, a livello settimanale, in media 4,9 euro a nucleo familiare, per un totale di circa 6,5 miliardi di euro, e un costo complessivo di circa 10 miliardi di euro. Nei costi sono inclusi gli sprechi di filiera dalla produzione alla distribuzione, che nel 2020 sono stimati a oltre 3 miliardi e 293 milioni. Il Rapporto Waste Watcher 2020 è legato allo spreco percepito, poiché il dato dello spreco reale era stato calcolato nel 2018-2019 misurando lo spreco nelle famiglie italiane con i test scientifici dei Diari di famiglia del Progetto Reduce dell’Università di Bologna-Distal con il ministero dell’Ambiente e la campagna Spreco Zero. La rilevazione dei Diari registrava 8,70 euro di spreco alimentare settimanale per ogni nucleo familiare, per un costo complessivo di 11.500 miliardi di euro ogni anno.

Nel 2020 la tendenza è di circa il 25% in meno

L’ultimo Rapporto Waste Watcher, diffuso nel corso del 2019, si era attestato invece su un valore medio di 6,6 euro settimanali per nucleo familiare, pari al costo di 600 grammi circa di spreco settimanale, per un totale di circa 8,4 miliardi di euro. La tendenza per il 2020 è quindi di circa il 25% in meno.

In ogni caso, dal rapporto emerge che quasi 7 italiani su 10 (il 66%) ritengono ci sia una connessione precisa fra spreco alimentare, salute dell’ambiente e dell’uomo. Così, al momento dell’acquisto l’attenzione agli aspetti della salubrità del cibo e del suo valore per l’impatto sulla salute, così come agli elementi di sicurezza alimentare, incide in maniera determinante per 1 italiano su 3 (36%).

Il 13% degli italiani ritiene invece di poter dare per scontato questi, e il 6% non ci fa caso, o non ha elementi specifici di valutazione (9%).

Gestire il cibo in modo più consapevole

Per attingere informazioni sulla salubrità e sul valore del cibo da acquistare, invece, essenziali si confermano le etichette (64%), mentre per 1 italiano su 2 (51%) il valore è da attribuire alla stagionalità dei prodotti, riporta Adnkronos.

I prodotti bio sono presidio di certezza nell’acquisto del cibo per 1 italiano su 5 (19%) e il 17% dichiara di informarsi prima di fare la spesa. In ogni caso, l’asticella dell’attenzione per la questione spreco si è decisamente alzata. Lo dichiarano 7 italiani su 10 (68%), per i quali l’ultimo decennio è stato decisivo per considerare la gestione del cibo più consapevole, mentre per il 24% l’attenzione è rimasta inalterata.

Le iniziative di sensibilizzazione sul tema convincono gli italiani

Per 1 italiano su 2 l’aspetto determinante per quanto riguarda la gestione del cibo sono i grandi paradossi e le diseguaglianze del mondo. Si tratta quindi di un aspetto etico-sociale. Ma risulta notevole, per quasi 6 italiani su 10 (57%), la sensibilizzazione prodotta negli ultimi anni attraverso la veicolazione di dati e la sensibilizzazione di campagne informative e iniziative sul tema spreco, che ha raggiunto oltre 1 italiano su 5 (23%). Un po’ meno risultano efficaci i messaggi della produzione/grande distribuzione (14%), dei media (12%) e le raccomandazioni di singoli personaggi autorevoli (5%).



A dicembre prezzi al consumo più alti

Secondo le stime preliminari dell’Istat nel mese di dicembre 2019 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, ha registrato un aumento dello 0,2% su base mensile, e dello 0,5% su base annua rispetto al +0,2% del mese di novembre. In media, specifica l’Istat, nel 2019 i prezzi al consumo hanno registrato una crescita dello 0,6%, dimezzando quella del 2018, che si attestava al +1,2%. Al netto degli energetici e degli alimentari freschi, la cosiddetta inflazione di fondo, la crescita dei prezzi al consumo è stata dello 0,5%, in diminuzione quindi rispetto al +0,7% dell’anno precedente.

Inversione di tendenza dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati

La lieve accelerazione dell’inflazione nel mese di dicembre, sempre secondo l’Istat, è imputabile prevalentemente all’inversione di tendenza dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati, che passano da -3,0% a +1,6%. L’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici registrano a dicembre lo stesso dato di novembre 2019, rispettivamente +0,7% e +0,8%, riporta Askanews. L’aumento congiunturale è dovuto alla crescita dei prezzi di più componenti merceologiche, in particolare dei Servizi relativi ai trasporti (+0,9%), dei Beni alimentari non lavorati (+0,6%), dei Beni energetici non regolamentati e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+0,4% per entrambi).

Il differenziale inflazionistico tra beni e servizi rimane positivo

I prezzi dei beni registrano una variazione tendenziale nulla (da -0,4% del mese precedente), mentre rimane stabile la crescita dei prezzi dei servizi (a +1,0%). Il differenziale inflazionistico tra servizi e beni, quindi, rimane positivo, ma si riduce passando da +1,4 punti percentuali di novembre a +1,0 di dicembre.

I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona aumentano dello 0,8% su base annua (da +0,5%) e quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto dell’1,1% (da +0,4% del mese precedente), registrando in entrambi i casi una crescita più sostenuta di quella riferita all’intero paniere.

La variazione media annua dell’IPCA nel 2019 è pari a +0,6%

Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,2% su base mensile e dello 0,5% su base annua (da +0,2% di novembre). La variazione media annua del 2019 è pari a +0,6% (era +1,2% nel 2018). La leggera ripresa dell’inflazione osservata a dicembre è imputabile principalmente all’accelerazione dei prezzi dei carburanti, una componente molto volatile del paniere, che hanno registrato un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi mesi. La crescita in media d’anno dei prezzi al consumo del paniere nel suo complesso (dimezzata rispetto al 2018), così come quella della componente di fondo, confermano la debolezza dell’inflazione che ha caratterizzato l’intero 2019. In questo quadro, i prezzi dei beni aumentano dello 0,4% mentre quelli dei servizi dell’1,0%.



Stereotipi sui generi e violenza sessuale: l’immagine sociale secondo l’Istat

Gli stereotipi sui generi più comuni? Per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro, (32,5%), gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche (31,5%), è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia (27,9%). Sul tema della violenza nella coppia, invece, il 7,4% delle persone ritiene accettabile sempre, o in alcune circostanze, che un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha civettato con un altro uomo. Secondo una rilevazione statistica dell’Istat su dati 2018 dal titolo Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale, il 58,8% della popolazione fra i 18 e i 74 anni si ritrova in questi stereotipi. Che risultano però più diffusi al crescere dell’età, e tra i meno istruiti.

Per il 77,7% le donne sono considerate oggetti di proprietà

Se il 6,2% del campione pensa che in una coppia ci scappi uno schiaffo ogni tanto, sono più del doppio le persone (17,7%) che ritengono più o meno accettabile che un uomo controlli abitualmente il cellulare e/o l’attività sui social network della propria moglie/compagna. Alla domanda sul perché alcuni uomini sono violenti con le proprie compagne/mogli, il 77,7% degli intervistati risponde perché le donne sono considerate oggetti di proprietà (84,9% donne e 70,4% uomini), e la difficoltà di alcuni uomini a gestire la rabbia è indicata dal 70,6%.

Persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza subita

A una donna che ha subito violenza da parte del proprio compagno/marito, il 64,5% della popolazione consiglierebbe di denunciarlo e il 33,2% di lasciarlo. Ma persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza subita: il 39,3% della popolazione ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. E per il 23,9% le donne possono provocare la violenza sessuale con il loro abbigliamento. Per il 10,3% della popolazione le accuse di violenza sessuale sono false (uomini 12,7%, donne 7,9%), per il 7,2% di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì, per il 6,2% le donne serie non vengono violentate. Solo l’1,9% ritiene che non si tratta di violenza se un uomo obbliga la propria moglie/compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.

Le opinioni di uomini e donne sono diverse

Il quadro che emerge dalla ricerca mostra cinque profili: due rappresentano gli individui con le convinzioni più stereotipate (36,3%), due quelle meno stereotipate (62%) e un gruppo si qualifica per l’indifferenza rispetto al tema (1,8%). In ogni caso, gli stereotipi sul ruolo di genere sono più frequenti nel Mezzogiorno (67,8%), in particolare in Campania (71,6%) e in Sicilia, e meno diffusi al Nord-est (52,6%), con il minimo in Friuli Venezia Giulia (49,2%).

Quanto alla violenza all’interno della coppia, Sardegna (15,2%) e Valle d’Aosta (17,4%) presentano i livelli più bassi di tolleranza verso la violenza, Abruzzo (38,1%) e Campania (35%) i più alti. Ma nelle regioni le opinioni di uomini e donne sono diverse.




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