Di tutto un pò…

Quanti amici si possono avere?

E’ vero che oggi i confini del termine “amico”, con l’avvento dei social, sono più sfumati rispetto al passato, ma la domanda è sempre attuale: quanti amici può avere una persona? In uno studio del 1993, Robin Dunbar, un antropologo britannico, teorizzò che gli esseri umani non potessero avere più di 150 relazioni significative, una parametro divenuto famoso come numero di Dunbar. Ma qualche settimana fa i ricercatori dell’Università di Stoccolma hanno pubblicato un articolo mettendo in discussione quel numero, scoprendo che le persone potrebbero avere molti più amici se si impegnassero. “Possiamo imparare migliaia di cifre di pi greco e, se interagiamo con molte persone, diventiamo più bravi ad avere relazioni con un numero maggiore di individui”  ha affermato Johan Lind, autore dello studio. Nella ricerca originale, Dunbar ha studiato diverse specie di primati e ha determinato che la dimensione della neocorteccia, la parte del cervello responsabile del pensiero cosciente, era correlata alla dimensione dei gruppi in cui vivevano. La neocorteccia negli esseri umani è ancora più grande, quindi ha estrapolato che la dimensione ideale del gruppo era, in media, di 150 individui. Il team del dottor Lind ha invece affermato che non è possibile stabilire con precisione il numero massimo di amicizie.

Cosa significa relazione?

In un’intervista, il dottor Dunbar, professore di psicologia evolutiva all’Università di Oxford, ha difeso la sua ricerca. La nuova analisi, ha detto, “è folle”, aggiungendo che i ricercatori dell’Università di Stoccolma hanno condotto un’indagine statistica imprecisa e frainteso sia le sfumature delle sue analisi sia delle connessioni umane. “Mi meraviglio della loro apparente incapacità di comprendere le relazioni”. Il Dr. Dunbar definisce le relazioni significative come quelle persone che conosci abbastanza bene da salutare senza sentirti a disagio se le incontri in una lounge dell’aeroporto. Quel numero in genere varia da 100 a 250, con una media di circa 150.

Cosa cambia con i social?

Il dottor Dunbar ha avanzato la sua teoria decenni fa, agli albori di Internet e molto prima che i siti di social media cambiassero il modo in cui le persone comunicano. Dunbar ha affermato che la sua teoria è ancora valida, anche nel mondo iperconnesso di oggi, poiché la qualità delle connessioni sui social network è spesso bassa. “Queste non sono relazioni personalizzate”, ha detto. Insomma, gli amici virtuali valgono come quelli reali? La risposta sarebbe no. Uno studio ha confermato ancora una volta che l’importanza degli amici veri risiede nelle relazioni che danno “una sensazione di benessere ma non c’è un’altrettanta equivalenza con quelle online”.

Spreco alimentare, il divario tra attitudini e comportamenti

Secondo le stime della FAO, a livello mondiale viene perso o sprecato circa il 30% del cibo all’anno, causando il 10% delle emissioni di gas serra. Babaco Market ha presentato i dati di una ricerca commissionata a BVA-Doxa sulle attitudini degli italiani verso lo spreco di cibo. Di fatto, il 66% consuma frutta fresca tutti i giorni, con una forte consapevolezza in merito al tema dello spreco alimentare globale. Il 96%, infatti, dichiara di averne una chiara percezione, ma solo il 43% ne conosce l’entità. L’esistenza di un divario tra conoscenza del fenomeno e comprensione della sua gravità è ulteriormente testimoniata dal fatto che un quarto degli italiani non è a conoscenza dell’impatto del fenomeno sul cambiamento climatico.

I criteri d’acquisto di frutta e verdura
Quanto ai criteri d’acquisto di frutta e verdura, la provenienza locale/italiana è il driver fondamentale per il 37%, seguito da prezzo conveniente (22%) e buon gusto (20%). Se si analizzano più da vicino le abitudini nei confronti del consumo di prodotti ortofrutticoli, il 46% del campione dichiara di sforzarsi di mangiare spesso frutta e verdura perché consapevole dei benefici per la salute. I dati sui luoghi di acquisto sottolineano, invece, un’apertura green verso canali meno tradizionali e più sostenibili. Infatti, circa il 19% usufruisce di siti/app specializzate nella vendita di prodotti ortofrutticoli almeno una volta al mese.

I cibi più sprecati
L’obiettivo dell’ONU di dimezzare gli sprechi alimentari entro il 2030 è stato giudicato importante per quasi tutta la popolazione (97%), e l’88% lo reputa fondamentale. I buoni propositi si scontrano però con la realtà: solo 4 su 10 considerano certamente realizzabile l’obiettivo ONU e 1 su 5 crede che non sarà raggiunto. In ambiente domestico, quasi un quarto ammette di sprecare cibo per scarsa attenzione, e nonostante la volontà generale sia quella di non buttare quasi mai nulla, il 57% ha riscontrato almeno un episodio di spreco alimentare domestico nell’ultimo mese. E a finire più spesso nel cestino sono verdura (47%), frutta (41%), pane fresco (29%), latticini (24%), cipolle, aglio e tuberi (22%).

Le cause dello spreco
Tra le maggiori cause dello spreco, la scarsa attenzione a consumare alimenti prima che scadano/si deteriorino (54%), una conservazione poco adeguata dei prodotti nei punti vendita (33%), l’acquisto di troppi alimenti (21%) o in formati troppo grandi (19%), e la tendenza a cucinare cibo in eccesso (9%). Al contrario, tra le principali azioni anti-spreco, il porzionamento e il congelamento del cibo (46%), dare priorità ai cibi prossimi alla scadenza (38%), acquistare prodotti durevoli/a lunga conservazione (37%), acquistare formati più piccoli (30%), l’adozione di un menu settimanale (25%) e l’acquisto su siti specializzati vs anti-spreco (8%). Positivo anche l’interesse per l’acquisto online di frutta e verdura esteticamente imperfetta, e in grado di supportare il Made in Italy: il 50% è molto attratto da questa possibilità.

Aumentano le presenze turistiche straniere in Italia

Gli italiani hanno ripreso a viaggiare, e per le vacanze estive 2022 cresce anche il flusso di viaggiatori stranieri. Giugno ha infatti registrato un significativo incremento delle presenze turistiche. “I dati sulle vacanze pasquali e i ponti successivi lasciavano ben sperare in una ripresa dell’intero settore turistico. Tuttavia nessuno aveva l’ardire di pensare che ci saremmo avvicinati ai numeri pre-pandemia – commenta Asmaa Gacem, vicepresidente nazionale del CNA Turismo e Commercio, con delega alle città d’arte -. Si temeva molto la mancanza dei russi, ma l’aumento del turismo interno sta aiutando a mitigare la situazione”. Continua invece a pesare l’assenza del pubblico asiatico, grande bacino di utenza delle bellezze nostrane. Ma “si aggiunge la rinnovata presenza degli statunitensi, che continuano a scegliere l’Italia come una delle mete preferite”, sottolinea Gacem.

Coniugare il relax con la scoperta di nuovi luoghi

Un’indagine del Touring Club Italiano riporta che il 79% degli italiani effettuerà un viaggio tra maggio e settembre, contro solo l’1% che è sicuro di non viaggiare. Nonostante l’aumento dei prezzi innescati dalla combinazione del conflitto russo-ucraino e pandemia, gli italiani hanno quindi voglia di spostarsi coniugando il relax con la scoperta di nuovi luoghi. La congiuntura positiva si alimenta anche dell’eliminazione delle restrizioni agli spostamenti, sia nel territorio nazionale, che per quanto riguarda gli ingressi internazionali.

A giugno 46,3% di strutture prenotate 

Le maggiori presenze si registrano nel mese di giugno, quando i costi sono più contenuti, mentre luglio si conferma il mese di punta dell’alta stagione insieme alle prime due settimane di agosto, quando si registra un’inflessione nel volume di presenze. Nel mese di giugno poi la percentuale di strutture prenotate arriva al 46,3%, e il primato si perde tra luglio (21,3%) e agosto (30%), quando si passa il testimone di prima in classifica alla Grecia.
“La maggiore saturazione interessa le mete lacuali (54,1%), mentre gli altri due gradini del podio sono occupati rispettivamente dalle città d’arte (51,7%) e dalle mete balneari (44,5%). Nel mese di luglio ci sarà una possibile inversione di tendenza a favore delle città di mare, ma la presenza di stranieri assicura numeri molto positivi per il turismo culturale”, spiega ancora Gacem.

Città d’arte: previsti 27,4 milioni di visitatori

Il dossier di Assoturismo per Confesercenti rivela infatti che tra giugno e agosto sono previsti 27,4 milioni di visitatori nelle città d’arte, facendo registrare un incremento del +24,6% rispetto al 2021.
“Secondo quanto mostrato nel rapporto ENIT, nella seconda settimana di giugno si contavano 931mila prenotazioni aeroportuali internazionali verso l’Italia. Si tratta di una cifra del +384% superiore rispetto al 2021 – aggiunge Gacem -. Riprendendo lo stesso documento dell’Agenzia nazionale del Turismo sui voli per l’Italia, nel mese di luglio si contano 728mila prenotazioni (+222%) e ad agosto 393mila (+202%). Ora, resta aperta la possibilità dei viaggi last minute, però le tendenze sono queste e confermano dei trend ormai stazionari”.

Maestri artigiani, ecco quali sono sono gli antichi mestieri più richiesti

In mezzo a tante nuove professioni legate alla tecnologia, ce ne sono alcune che non solo non passano mai di moda, ma che anzi vengono riscoperte e sono sempre più richieste. Si tratta in particolare dei mestieri artigiani, abilità antiche che vivono una uova giovinezza e che vengono ulteriormente valorizzate. Non solo: offrono anche un ottimo sbocco lavorativo a chi le sa esercitare. Il dato emerge da un’analisi condotta da da Espresso Communication per Cameo Italiano sulle principali testate di settore. Cameo Italiano, azienda specializzata nella creazione di camei su conchiglia, rappresenta solo un esempio di molte piccole e medie imprese che sono alla ricerca di profili altamente specializzati: i distretti conciari in Toscana, Veneto e Campania cercano conciatori per la lavorazione delle pelli; nelle aziende tessili mancano ricamatrici a mano ed esperte di uncinetto; intagliatori del legno, ornatisti del marmo e decoratori manuali sono sempre richiesti per le loro abilità manuali.

Quali sono le abilità più ricercate?

Dal conciatore di pelli appunto al liutaio fino ad arrivare al ramaio e al poco conosciuto bombonierista, sono dieci le arti identificate dall’indagine come le più ricercate dalle imprese. Ecco chi sono e cosa fanno questi artigiani dall’altissima specializzazione. Il Conciatore di pell opera nell’industria conciaria italiana, un’eccellenza manifatturiera conosciuta in tutto il mondo: tramite il processo di lavorazione si rende la pelle ed il cuoio un prodotto adatto all’uso quotidiano e durevole nel tempo. Il Liutaio è un mestiere nato nell’epoca barocca, il liutaio si occupa di costruire e restaurare strumenti ad arco (come violini e violoncelli) e a pizzico (liuti, chitarre e mandolini). In Italia la culla di quest’arte è a Cremona mentre in Europa è rinomata la produzione artigianale di Granada. Il Maestro incisore su conchiglia e corallo: artigianalità tipica di Torre del Greco, la creazione del cammeo su conchiglia e corallo ancora oggi viene affidata alle sapienti mani di maestri artigiani che lavorano la materia secondo tecniche e tradizioni che hanno attraversato secoli di storia. La Ricamatrice a mano: dalle mercerie alle grandi aziende, l’Italia si è sempre contraddistinta nel mondo per la qualità e il pregio delle ricamature per abbellire o impreziosire ogni tipologia di tessuto. L’Impagliatore è l’artigiano esperto nella lavorazione della paglia e del vimine crea sedie, cestini di varia grandezza e contenitori per damigiane. Mestiere tornato alla ribalta anche grazie alla riparazione delle sedute delle sedie che vengono prodotte industrialmente.

Anche mestieri meno noti

Gli altri cinque mestieri più ricercati, presenti nella classifica, sono forse poco noti. Come il Tessitore, in grado di utilizzare i telai per realizzare prodotti finiti direttamente dai filati. Una particolare categoria sono gli arazzieri che tramite un’antica tecnica di lavorazione realizzano pregiati articoli di tappezzerie per adornare le pareti. Il Bombonierista è l’artigiano che crea piccole opere per celebrare le cerimonie tradizionali, come matrimoni, cresime, battesimi. L’Ornatista è l’artigiano specializzato in opere e lavori di pura ornamentazione, ed è sempre stato una figura richiesta nel campo dei modellatori, intagliatori e incisori: grazie alle sue doti manuali è in grado di perfezionare e rendere unico un manufatto. Il Lattoniere è una figura specializzata nella lavorazione delle lamiere con utensili manuali o macchine piegatrici. I lattonieri sono in grado di realizzare lamiere, tubazioni, raccorderia e grondaie per l’edilizia e di riparare le carrozzerie delle autovetture. Il Ramaio infine è l’artigiano che realizza pezzi di artigianato (una volta era pentolame da cucina) partendo da semplici fogli di rame che vengono tagliati, modellati con un martello e infine saldati tra loro.

Meta: una nuova tipologia di account per la realtà virtuale nel metaverso

È stato già annunciato durante la conferenza virtuale Connect 2021: ad agosto 2022 Meta inizierà a introdurre una nuova tipologia di account, e cambierà la metodologia di accesso ai visori VR. Non sarà quindi più necessario accedere ai dispositivi Meta VR tramite un account Facebook, perché l’account Meta consentirà di accedere ai dispositivi VR e visualizzare e gestire le app acquistate in un unico luogo, ma non sarà in alcun modo un profilo social. In pratica, il profilo Oculus degli utenti evolverà in Meta Horizon, i nuovi profili social attraverso i quali interagire nella VR e negli altri spazi in cui sarà possibile utilizzarli, come nel web. Si potrà anche scegliere come apparire agli altri utenti, personalizzando le informazioni come nome e avatar. 

Un cambiamento valido per i nuovi arrivati nella realtà virtuale

Gli utenti però avranno la possibilità di aggiungere il proprio account Facebook e Instagram all’account Meta, in modo da sbloccare esperienze connesse tra loro all’interno della realtà virtuale. Inoltre, gli ‘Amici’ diventeranno ‘Follower’, avvicinandosi quindi a quello che è il modello di Instagram. Il cambiamento è valido per i nuovi arrivati nella realtà virtuale di Meta: per chi avesse già unito il proprio account Oculus con quello Facebook, sarà necessario creare un account Meta e un profilo Meta Horizon corrispondente. Se l’accesso al proprio dispositivo VR è già stato effettuato, invece, sarà possibile mantenerlo fino al primo gennaio 2023.

La personalizzazione della privacy

Dopo quella data, per continuare a usare il visore serviranno l’account Meta e il profilo Meta Horizon Allo stesso tempo, Meta ha reso noto in che modo permetterà la personalizzazione della privacy nei suoi profili nel metaverso: con il prossimo aggiornamento, gli utenti troveranno un menu con tre opzioni per la privacy che saranno d’ausilio nello scegliere tra tre impostazioni: Aperto a tutti, Amici e familiari e Solo io. Dopo aver effettuato la scelta, gli utenti avranno l’opportunità di rivedere e confermare le impostazioni di privacy individuali nel modo desiderato, ma sarà comunque possibile modificare queste impostazioni in qualsiasi momento.

Per i minorenni profili Meta Horizon impostati in automatico come privati

Ci sarà anche la possibilità di impostare il proprio profilo Meta Horizon come privato, riporta Adnkronos, il che significa che all’utente verrà chiesto di volta in volta di esaminare e approvare le richieste di follow. Una volta scelta questa opzione, la sezione follower sarà visibile solo ai follower stessi, mentre i non follower potranno vedere l’immagine del profilo, l’avatar, il nome utente e il nome visualizzato, il numero di follower e il numero di persone seguite. Anche con un profilo chiuso, gli utenti saranno sempre visibili e perciò sarà possibile ricevere richieste di follow. Le persone di età compresa tra i 13 e i 17 anni, invece, avranno i propri profili Meta Horizon impostati in automatico come privati.

Gli italiani a tavola ascoltano la musica: ma quale?

Classica, rock, pop, dance, metal? Per la gran parte degli italiani il pasto è accompagnato da una colonna sonora. Non solo: sono anche i cibi a guidare le tipologia di musica. In vista della nuova stagione di concerti e festival, Uber Eats rivela quali sono i profili musicali ed i generi a cui è possibile associare un determinato cibo o piatto. Tra conferme e miti da sfatare, emergono delle “tribù musicali” legate a cibi e pietanze. Qual è il piatto preferito del metallaro? Quello di chi ascolta musica classica? Ecco in che modo i gusti musicali possono essere legati ad una particolare pietanza o cibo. L’indagine, denominata“Il cibo è musica”  ha coinvolto un campione di circa 1.200 persone, composto sia da donne sia da uomini, definito trasversalmente nella fascia d’età dai 20-50 anni di diverso titolo di studio e professione. Obiettivo della ricerca, individuare e analizzare in che modo il cibo sia entrato sempre più nella sfera emozionale dell’uomo, legandosi ad altri elementi esperienziali della persona, come l’ascolto della musica e la preferenza di specifici generi musicali.

Musica soprattutto per il buonumore

La musica è un elemento molto importante nella vita quotidiana degli italiani, così ha risposto il 41% degli intervistati e la motivazione, per la stragrande maggioranza (62%) è che trasmette buonumore. Dove si ascolta principalmente? Se la propria camera è al primo posto con il 27% delle preferenze, circa uno su quattro ha dichiarato di ascoltare musica in cucina e il 21% l’ascolta proprio durante i pasti. La principale motivazione (61%) è data dal fatto che ascoltare musica ai pasti aumenta la soddisfazione legata a ciò che si sta mangiando.

A ogni piatto una colonna sonora

La maggior parte degli intervistati ha dichiarato di ascoltare musica classica (23%) durante i pasti. Seguono la musica pop (22%), quella rock (17%), il jazz (14%), la dance (10%) e il metal (9%). Ecco qualche curiosità in più, che mette in evidenza l’associazione fra uno specifico piatto e la relativa musica. Gli intervistati,  ai quali è stato chiesto che tipo di genere musicale assocerebbero ai piatti più comuni, hanno risposto così: Spaghetti – musica classica;  Pizza margherita – musica pop; Panino gourmet – musica rock; Hamburger – musica dance;  Sushi – musica jazz; Poke – musica dance; Cucina etnica – musica metal. Insomma, ogni piatto ha la sua colonna sonora!

Desertificazione e siccità, gli italiani sono preoccupati per il futuro 

Otto italiani su 10 sono preoccupati per il futuro, minacciato da desertificazione e siccità che mettono a rischio l’agricoltura. La siccità è infatti un problema attuale e globale, e in Italia la fotografia è allarmante: oltre il 20% del territorio nazionale è a rischio desertificazione fin dal 2018, e la situazione è ulteriormente complicata dall’assenza di precipitazioni degli ultimi mesi, che non ha riguardato solo le aree meridionali del paese.
È quanto emerge da una ricerca Ipsos per Finish, realizzata in occasione della Giornata Mondiale per la Lotta alla Desertificazione e alla Siccità, che si celebra ogni anno il 17 giugno.

Il deficit di pioggia e neve mette in crisi le principali aree rurali del Nord Italia

Il deficit di pioggia e neve, -60% e -80% rispetto alla media stagionale, ha messo in crisi le principali aree rurali del Nord Italia, con i grandi invasi di acqua riempiti a livelli minimi, e ben al di sotto della loro capacità. Gli italiani sembrano aver compreso la situazione: secondo l’indagine la situazione odierna e lo spettro della desertificazione preoccupano il 62% degli intervistati, con una percentuale che aumenta all’83% se viene ampliato l’orizzonte temporale e si guarda al futuro. Preoccupazione che, nel presente, rimane elevata per il Sud Italia e le isole (69%), ma che proprio in ottica futura vede il Nord-Ovest guadagnare il primo posto (63%), a causa del forte stress idrico a cui sono sottoposte Piemonte e Lombardia. Al Nord-Ovest seguono Sud e isole (62%), Centro (59%) e Nord-Est (57%).

A rischio le risorse idriche

Questa situazione ha un impatto diretto e inevitabile sull’agricoltura, settore che a causa di siccità e fenomeni atmosferici è considerato a forte rischio dal 56% degli intervistati e che pertanto, per resistere alla ‘crisi’, è costretto a trovare nuove aree da coltivare o a ricercare e accelerare su nuovi investimenti. Emerge particolare preoccupazione per quanto concerne le risorse idriche in futuro: il 25% è preoccupato per i fenomeni di prolungata siccità (+13% se paragonato ai timori sul presente), il 24% per lo scioglimento dei ghiacciai e il 19% per la presenza di fenomeni atmosferici intensi sempre più brevi e limitati ad alcuni periodi dell’anno.

Come contrastare il problema? 

Per contrastare il problema, “c’è tanto che si può fare – spiega all’Adnkronos, Luca Spadaro, responsabile progetto Finish ‘Acqua nelle nostre mani’ -. Dal bagno alla cucina: le abitudini quotidiane che possono fare la differenza sono tante”. Ad esempio, continua Spadaro, “evitare di sciacquare a mano le stoviglie prima di metterle in lavastoviglie. Questo semplice gesto consente di risparmiare 38 litri d’acqua a ogni lavaggio e, se messo in pratica da tutti, può avere un impatto notevole”.
Rispetto a due anni fa, però, “la sensibilità dei cittadini è costantemente migliorata e oggi il 33% ha smesso di sciacquare i piatti – aggiunge Spadaro -. Questo consente un risparmio idrico di circa 4mila e 500 piscine olimpioniche”.

Reati online: gli italiani vogliono tutelarsi dal furto di dati sensibili

Il furto dell’identità genetica, l’accesso fraudolento ai profili social, la diffusione di dati sensibili come forma di ricatto sono alcune delle minacce percepite in misura maggiore tra chi ha già subito una violazione della propria identità digitale.
È quanto emerge dal sondaggio Ipsos, condotto per Wallife, insurtech focalizzata sulla protezione dei rischi derivanti dal progresso tecnologico e scientifico. La ricerca, effettuata su un campione rappresentativo di 1.700 persone fra Italia, Francia e Germania appartenenti al cluster degli utenti adulti di internet, ha indagato i rischi connessi all’utilizzo del web e la propensione all’acquisto di una copertura assicurativa.

Subire un furto d’identità: la principale minaccia percepita

In Italia, lo scenario disegnato da Ipsos evidenzia un dato rilevante: il 73% degli italiani prenderebbe in considerazione strumenti di protezione che coprano la violazione dell’identità digitale. Un’esigenza soprattutto tra i giovani adulti di età compresa tra i 35 e i 54 anni. Quasi un terzo della popolazione italiana dichiara poi di aver subito in prima persona una forma di violazione digitale. Le prime tre minacce che preoccupano maggiormente gli italiani sono subire un furto d’identità (41%), l’utilizzo improprio di metodi di pagamento online (39%), e l’accesso fraudolento al conto corrente online (34%).

Come proteggersi dalle violazioni digitali?

Il bisogno di una copertura assicurativa è particolarmente sentito quando si parla di violazione del conto corrente online o del conto di trading online. Infatti, oltre la metà degli italiani (55%) si dichiara propenso all’acquisto di una polizza che preveda un rimborso in caso di eventuali danni. La percentuale sale al 73% se si includono anche altre casistiche, come l’accesso fraudolento al profilo social e la diffusione non autorizzata di dati sensibili sul web come fonte di ricatto. Tali minacce fanno innalzare la propensione a sottoscrivere una copertura assicurativa. E tra i metodi preferiti di acquisto delle polizze, le gift card sono ritenute un metodo semplice e innovativo da un terzo degli italiani (32%).

Vantaggi della tecnologia e incremento della sicurezza

“Come emerge dall’indagine – commenta Nando Pagnoncelli, Presidente di Ipsos – vi è sempre una maggiore presa d’atto dei rischi connessi all’uso del web rispetto ai quali, soprattutto chi è incappato in violazioni della propria identità digitale, manifesta un orientamento a forme di protezione. Le soluzioni a cui Wallife sta pensando vanno proprio nella direzione di conciliare un maggiore utilizzo del web con una maggiore tutela da situazioni potenzialmente rischiose”.
Ma se il progresso tecnologico è in continua evoluzione, “i vantaggi apportati dalla tecnologia devono però essere bilanciati da un incremento della sicurezza – aggiunge Maria Enrica Angelone, ceo di Wallife -. L’obiettivo di Wallife è ideare polizze assicurative che permettano ai consumatori di utilizzare le nuove tecnologie con maggiore tranquillità”.

L’agricoltura italiana è sempre più “giovane”

Sono sempre di più i giovani che si avvicinano all’agricoltura, in particolare quelli che decidono di affrontare questo settore con un approccio imprenditoriale. Per questo, infatti, lo stock di aziende agricole a conduzione giovanile iscritto ai registri camerali è passato dalle 52.388 nel 2016 alle 56.172 di fine 2021, con un picco nel 2018 dove si è superato il numero di 57.600. Mediamente nel periodo considerato si è registrata una crescita dello stock di aziende ‘giovani’ dello 0,4% annuo, sintesi dell’ottimo andamento del 2017 e 2018 (rispettivamente +5,6% e +4,1%). Lo rileva l’Ismea nel fare il punto con l’Adnkronos a pochi giorni dalla scadenza della quinta edizione della Banca nazionale delle Terre agricole il 5 giugno, segnalando come nello stesso arco temporale, invece, il numero complessivo di aziende agricole si è ridotto a un ritmo dello 0,7% all’anno, portando la quota di imprese condotte da giovani al 7,7% rispetto al 6,9% del 2016.

Cosa fa per i giovani la Banca nazionale delle Terre Agricole

La Banca nazionale delle Terre Agricole è uno strumento che pur non essendo rivolto esclusivamente ai giovani, vede un’alta partecipazione da parte degli under 41, grazie alla possibilità a loro riservata di pagare il prezzo del terreno ratealmente, per un periodo massimo di 30 anni. Finora ha rimesso in circolo 349 terreni per un totale di oltre 13 mila ettari aggiudicati. Tra l’altro, bel il 75% delle aggiudicazioni della Banca, segnala ancora l’Ismea, avviene a favore di giovani agricoltori. 

Un successo che cresce

Nel frattempo sembra aumentare sempre di più l’interesse da parte degli imprenditori verso i temi della quinta edizione della Banca delle Terre agricole con 340mila visualizzazioni e oltre 140mila utenti unici che hanno visitato la sezione, a partire dal 7 marzo scorso. Questa edizione è costituita da oltre 19.487 ettari per un totale di 801 aziende agricole potenziali. Il valore a base d’asta complessivo del lotto raggiunge oltre 283 milioni di euro. I terreni di questo quinto lotto sono attualmente destinati a seminativi per quasi la metà degli ettari disponibili accanto a un 22% costituito da prati e pascoli, e a un 30% suddiviso tra boschi, uliveti, agrumeti, vigneti e frutteti. La Sicilia da sola concentra il 33% delle superfici complessive. Seguono Sardegna e Basilicata con il 12% degli ettari, Toscana (11%), Puglia (9%), Calabria (6%), Emilia Romagna (5%) e Lazio (4%). Il restante 8% è distribuito nelle altre Regioni.

Ransomware: l’88% delle aziende disposte a pagare il riscatto

Sebbene i ransomware rimangano una delle minacce più diffuse, con due terzi delle aziende che hanno già subito un attacco, il pagamento del riscatto sembra essere percepito dai dirigenti come un modo sicuro di affrontare il problema. La parola ransomware è ormai nota nel mondo aziendale, e secondo quanto emerge dal nuovo report di Kaspersky, ‘How business executives perceive ransomware threat’, i dirigenti dell’88% delle organizzazioni vittime di un attacco ransomware sceglierebbero di pagare il riscatto se dovessero subirne un altro. Tra le organizzazioni che non ne sono ancora state vittime, è il 67% che sarebbe disposto a pagare, ma non subito.

Una minaccia reale per la sicurezza informatica

I ransomware rimangono una minaccia reale per la sicurezza informatica. Il 64% delle aziende conferma di aver subito un incidente di questo tipo mentre il 66% prevede che prima o poi ne subirà uno simile, ritenendolo più probabile rispetto ad altri tipi di minacce (attacchi DDoS, alle supply-chain, APT, cryptomining o cyberspionaggio).
“La nascita di nuovi sample e l’utilizzo dei ransomware da parte di alcuni gruppi APT in attacchi avanzati li ha resi una minaccia molto seria per le aziende – dichiara Sergey Martsynkyan, VP, Corporate Product Marketing di Kaspersky -. Anche un’infezione accidentale può causare gravi danni e compromettere la continuità aziendale, ecco perché i dirigenti sono costretti a prendere decisioni difficili in merito alla possibilità di pagare il riscatto”.

Ripristinare i dati costerebbe di più: ci vuole troppo tempo

Le aziende che hanno già subito un attacco sono anche più propense a pagare prima possibile per ottenere l’accesso immediato ai propri dati (33% delle aziende già attaccate in passato contro il 15% delle aziende che non sono mai state vittime), o a pagare dopo un paio di giorni di tentativi di decriptazione non andati a buon fine (30% contro il 19%). I dirigenti aziendali che hanno già pagato un riscatto sembrano ritenere che questo sia il modo più efficace per riavere i propri dati, e il 97% di loro è disposto a farlo di nuovo. La disponibilità delle aziende a pagare potrebbe essere attribuita alla scarsa consapevolezza su come rispondere a tali minacce, o al troppo tempo necessario a ripristinare i dati, poiché l’attesa prolungata potrebbe far perdere più denaro di quello impiegato per pagare il riscatto.

Inviare denaro ai criminali li incoraggia a ripetere l’operazione

“Tuttavia – aggiunge Martsynkyan – non è mai consigliabile inviare denaro ai criminali, in quanto ciò non garantisce la restituzione dei dati crittografati e incoraggia gli attaccanti a ripetere l’operazione. Noi di Kaspersky stiamo lavorando duramente per aiutare la comunità aziendale a evitare questo tipo di situazioni. È importante che le aziende seguano i principi di sicurezza di base e cerchino soluzioni di sicurezza affidabili per ridurre al minimo il rischio di un incidente ransomware”.