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Di tutto un pò…

Gli italiani sostengono la transizione verso il packaging sostenibile

I prodotti bio sono una componente strutturale del carrello della spesa degli italiani, e le azioni a favore della sostenibilità che le imprese portano avanti si hanno ripercussioni sempre maggiori sul settore agroalimentare italiano. Cresce infatti l’impegno alla transizione a un packaging sostenibile, che abbandona la plastica vergine/monouso a favore di materiali riciclati e riciclabili o ottenuti da fonti rinnovabile. Di fatto, le vendite di prodotti biologici crescono del 133% negli ultimi dieci anni, raggiungendo a luglio 2021 un valore di 4.573 miliardi di euro, dei quali 3.872 nel mercato domestico. E circa 23 milioni di famiglie italiane, l’89% del totale, hanno acquistato Food&Beverage BIO almeno una volta nell’ultimo anno.

L’origine del prodotto e le caratteristiche del packaging guidano la scelta

Per comprendere queste dinamiche Nomisma ha realizzato per ASSOBIO un’analisi di 6 case history aziendali, che hanno consentito di mettere a fuoco il percorso di adozione di un packaging sostenibile nell’impresa e i relativi costi. E se le imprese vanno incontro alle nuove richieste del consumatore, che nella scelta di un prodotto BIO privilegia innanzitutto due driver, l’origine (42%) e le caratteristiche del packaging (21%). In relazione alle caratteristiche della confezione, gli aspetti più considerati riguardano l’effettiva sostenibilità dei materiali, la preferenza verso uno specifico materiale impiegato, alla leggerezza e all’essenza di eccessi di imballaggio, fino alle confezioni plastic free, cui si sommano le informazioni in etichetta e sull’impatto ambientale del prodotto.

Gli sforzi delle aziende sono premiati dal consumatore

In questo scenario di adozione di un packaging più sostenibile si confronta con l’aumento dei prezzi delle materie prime e con le complessità di adeguamento tecnologico delle linee produttive, a fronte di una non immediate e automatica disponibilità a pagare un differenziale di prezzo da parte del consumatore.
“Questi sforzi sono premiati dal consumatore – afferma Ersilia Di Tullio, senior project manager di Nomisma – che posto a scegliere fra la precedente confezione e quella più sostenibile dichiara una netta preferenza per quest’ultima: l’85% sceglie, infatti, il nuovo packaging sostenibile, il 9% dichiara di preferire il precedente e il 6% non rileva alcuna differenza”.

La vera sfida è comunicare la sostenibilità del packaging sull’etichetta

“La vera sfida, in un mondo di etichette sempre più ricche di informazioni e di claim – dichiara Silvia Zucconi, responsabile Market Intelligence Nomisma – diventa quindi quella di comunicare in maniera chiara e immediata la sostenibilità del packaging, rendendo esplicito al consumatore il valore aggiunto, per l’ambiente e per la collettività, che deriva dalla scelta quotidiana di consumare prodotti sostenibili per metodo di produzione e per caratteristiche dei materiali della confezione”.



Smartworking e diritto alla disconnessione

Lo smartworking è una modalità di prestazione da remoto molto diversa da come si è affermata durante la pandemia. Si tratta infatti di una tipologia contrattuale regolata dalla legge 81 del 2017, che prevede il diritto alla disconnessione, alla connessione e alla riconnessione.
“Il diritto alla disconnessione presuppone infatti che il dispositivo debba essere disconnesso dal server aziendale, cosicché il lavoratore non debba farsi carico di non rispondere a chiamate o messaggi – spiega la giuslavorista dell’Università di Milano Alessandra Ingrao -. La connessione, invece, resta a carico degli individui qualora l’azienda non supporti i costi – continua Ingrao -. Infine, la riconnessione è il diritto, una volta, terminata la pandemia, di ritornare in ufficio e poter contrattare le condizioni con cui tornare, evitando la completa spersonalizzazione da isolamento connessa alla sindrome della capanna”.

Mediare tra il telelavoro estremo e la spinta al ritorno in ufficio

Disconnessione, connessione e riconnessione sono tre diritti che stanno rimescolando le carte dopo una fase di telelavoro estremo durante i lockdown e la successiva spinta verso il ritorno in ufficio. Ma la possibilità di recuperare fondi disinvestendo dagli uffici fisici in centro città per destinarli a viaggi e iniziative aziendali sta attivando soprattutto le aziende Fintech, che come People.ai Inc, hanno ridotto gli uffici dei propri quartier generali, chiuso le sedi satellite e riprogettato strutture operative per renderle fruibili da remoto. L’azienda, in questo modo, ha potuto impiegare l’85% del budget immobiliare del 2019 reinvestendolo in vantaggi per i dipendenti, tra cui un viaggio per tutto lo staff di 200 persone, e altri organizzati in forma ridotta per i singoli team.

Con la rigidità di vedute si perdono i talenti

“Riportare tutti indietro al lavoro in ufficio sarebbe un errore – commenta il CEO di People.ai Inc Oleg Rogynskyy  – è con la rigidità di vedute che si perdono i talenti”.
Anche l’incubatore di startup All Turtles Corp. ha deciso di chiudere gli uffici di Parigi, Tokyo e San Francisco per spostare tutto online, mente un gigante come HSBC intende ridurre i propri uffici del 20% entro la fine del 2021, sfruttando la tendenza al lavoro da casa durante la pandemia globale per ridurre le spese immobiliari.

La soluzione? Un modello di lavoro ibrido

La soluzione, riporta Adnkronos, sembra quindi essere un modello ibrido. “Stiamo passando a un modello di lavoro ibrido ove possibile, offrendo ai nostri dipendenti la flessibilità di lavorare in un modo adatto sia a loro sia ai loro clienti – dichiara il capo di HSBC Noel Quinn -. Avremo bisogno di meno spazio per uffici e abbiamo in programma di ridurre la nostra impronta globale di oltre 3,6 milioni di piedi quadrati, o circa il 20%, entro la fine del 2021”.  A maggio poi la banca ha anche iniziato un test pilota per il venerdì pomeriggio senza Zoom nel tentativo di alleviare lo stress causato dagli infiniti incontri virtuali durante la pandemia.



La ricerca scientifica? In Italia è (sempre di più) donna

Almeno nell’ambito della ricerca scientifica, in Italia la parità di genere sembra non essere lontana. Nel nostro Paese, infatti, quasi 5 ricercatori scientifici sono donne (la percentuale di presenza femminile è del 44%). La buona notizia viene dal report annuale “Gender in research” di Elsevier, uno dei più importanti editori scientifici del mondo, con oltre 3000 pubblicazioni in ogni ambito scientifico. Lo studio, che prende in esame la partecipazione delle donne nel campo della ricerca in Europa e in altri 15 Paesi del mondo, rivela per l’Italia una presenza femminile sopra la media Ue, con il 39%. L’Italia è seconda solo al Portogallo (è il paese guida sul genere) e in linea con la Spagna. La Francia è al 39%, la Danimarca 35%, Olanda 33%, Germania 32%. Allargando l’osservazione al di fuori dell’Europa l’Australia è al 39,46% e Argentina e Messico mettono a punto ottimi punteggi, mentre è il Giappone, con il 15.22%, il fanalino di coda.

Dalla rete alla retribuzione: la differenza tra i generi

Gli ultimi cinquant’anni hanno visto enormi progressi per e dalle donne nella ricerca. Le donne ora rappresentano una quota maggiore di scienza, tecnologia, ingegneria, laureati in matematica (STEM) e medicina come mai prima d’ora. Tuttavia, c’è ancora molto da fare. “Questo rapporto evidenzia anche che le donne non partecipano a reti di collaborazione allo stesso livello maschile, con un potenziale impatto sulla loro carriera”, sottolinea Kumsal Bayazit, Chief Executive Officer di Elsevier. Gli elementi da prendere in esame sono pubblicazioni e citazioni, oltre a borse di studio e domande di brevetto: questa è ‘l’impronta’ che lascia il ricercatore. E gli uomini hanno un’impronta di ricerca più ampia, con maggiori pubblicazioni, sovvenzioni e brevetti. Sul fronte della retribuzione, nel settore della ricerca il nostro Paese è avanti rispetto al resto d’Europa, con un pay gender gap attorno al 7% (che rispecchia l’andamento dell’intera economia) decisamente inferiore alla media europea (15%) e pari a circa un terzo della Danimarca (circa il 20%).

Ruoli e posizioni delle donne

Per quanto riguarda la distribuzione dei ruoli, sempre nel settore delle discipline STEM, in Italia le donne sono addirittura più degli uomini fra i candidati ai dottorati (52%), mentre nel terziario avanzato, fra gli impiegati e i tecnici, le donne che svolgono queste professioni in Italia sono quasi il 60% (la media Ue è poco al di sopra del 50%). Per quanto riguarda i ruoli apicali degli istituti di ricerca, le donne hanno poco più del 20% di rappresentanza (percentuale peraltro molto vicina a quella del resto d’Europa). Tra i ruoli di scienziate e ingegnere, infine, in Italia la presenza femminile è di poco sopra al 30%, mentre la media Ue supera il 40%.



Vacanze degli italiani, solo per uno su due: vince l’outdoor

Nonostante la situazione attuale, decisamente pesante per il settore del turismo colpito da oltre un anno dagli effetti della pandemia, gli italiani non perdono la voglia di andare in vacanza. Che, oggi più che mai, è diventata quasi un’esigenza. Spicca, in particolare, la voglia di vivere all’aperto, tanto che – rivela l’indagine realizzata da Enit-Agenzia Nazionale del Turismo e Human Company in collaborazione con Istituto Piepoli – ,l’outdoor si conferma un trend consolidato nell’estate 2021.

Le previsioni per l’estate 2021

Vacanze sì, quindi, ma non per tutti. Solo poco più di un italiano su due ha programmato una vacanza in media per più di una settimana, di questi un quarto pianifica una struttura outdoor, villaggio e agriturismo in testa seguiti da camping e rifugio montano. Il 65% di chi pianifica outdoor sceglierà una destinazione di mare, il 20% la montagna, il 16% città e località d’arte. Il profilo del viaggiatore outdoor è simile a quello dell’ultimo anno, con una decisa presenza di giovani (21%) e scarsa di over 64 (3%). Interessante il dato sul periodo: se agosto si conferma il mese dominante (per il 48% degli italiani e per il 54% dei turisti outdoor è il periodo individuato per le vacanze), settembre registra una quota considerevole, specialmente tra i propensi all’outdoor (28%), Circa un quarto dei vacanzieri open air ha già prenotato, quasi la metà invece intende prenotare tra giugno e luglio. Del totale propensi in strutture outdoor, oltre l’80% sceglierà una struttura in Italia, Sicilia in testa (16%), seguita da Sardegna (14%) e Liguria (12%).

Chi sceglie le vacanze all’aria aperta guarda al prezzo e alla sicurezza

Tra i viaggiatori che hanno programmato una vacanza outdoor, la garanzia di rispetto delle norme igieniche preventive del contagio (26%) è il secondo fattore di scelta dopo la convenienza (29%), evidenziando sempre una grande sensibilità al tema pandemico. In effetti l’andamento della campagna vaccinale ha un grande impatto sulla propensione alla prenotazione: invoglia alle vacanze sette italiani su dieci, addirittura nove su dieci tra i propensi a fare una vacanza in strutture outdoor.

Voglia di natura

“L’ambiente esterno e il suo viverlo pienamente assume una valenza significativa in un contesto che ci ha educato a vivere l’esperienza di viaggio con modalità più sicure” spiega Giorgio Palmucci, Presidente Enit. “Inoltre il turismo outdoor risponde anche ad un’esigenza sociologica e offre l’opportunità di rafforzare il senso di rispetto per l’ambiente naturale e consente di esprimere e potenziare le competenze emotivo affettive, sociali, espressive, creative e motorie. Il turismo all’aria aperta pone le basi per consolidarsi sempre di più negli scenari turistici attuali. Il 2021 sarà l’anno ideale per intercettare i flussi provenienti dagli Stati confinanti all’Italia, L’Europa e il Nord America rappresentano il bacino principale di provenienza degli adventure traveler, ma è anche uno dei più attivi per presenza di t.o. specializzati nelle nicchie di mercato”.



Lavoro, durante la pandemia giovani poco motivati

Se nel 2020 il 39% dei dipendenti ha avuto difficoltà a trovare la giusta motivazione al lavoro, circa la metà dei lavoratori più giovani, dai 18 ai 34 anni, ha sofferto di un vero e proprio blocco motivazionale. Inoltre, nello stesso periodo, rispetto ad altri Paesi europei, in Italia è più forte la percezione di una riduzione delle possibilità di ottenere nuove responsabilità e skill. La pensa così il 49% dei lavoratori italiani. È quanto emerge da una ricerca condotta da Yonder per Workday, società per le applicazioni aziendali cloud nella gestione finanziaria e le risorse umane, sull’impatto della pandemia nella vita lavorativa. La ricerca è stata condotta tra ottobre e novembre 2020, ovvero nella seconda fase della pandemia, attraverso la rilevazione di 17.054 sondaggi online in nove Paesi europei, a dipendenti di livello inferiore a quello di direttore che lavorano in un’organizzazione con più di 250 dipendenti.

I giovani lavoratori italiani soffrono più degli europei

Da quanto emerge dallo studio, rispetto al resto d’Europa, in Italia coloro che hanno maggiormente sofferto l’impatto emozionale della pandemia sul posto di lavoro sono le persone più giovani: la percentuale italiana del 49% si confronta infatti con una media europea del 38%. Il 54% dei giovani dipendenti ha dichiarato, inoltre, di credere che le sue possibilità di ottenere nuove responsabilità e skill nel 2020 si siano ridotte, mentre i lavoratori più anziani sono più portati a considerare egoistico, in questo momento, pensare alla carriera.

La risposta della leadeship percepita positivamente

Ma come è stata percepita da parte dei dipendenti la risposta della leadership? I leader italiani, stando alle risposte fornite a Yonder, sono in linea con i risultati europei. Per il 51% dei lavoratori la leadership ha una visione chiara sul futuro a lungo termine dell’azienda, per il 49% i senior manager hanno dimostrato una leadership chiara, hanno fornito risorse sufficienti per permettere di offrire ai clienti un buon servizio, e hanno lavorato in gruppo e informato. Questo ha fatto sì che il 53% dei lavoratori abbia compreso il ruolo che giocherà nel futuro dell’azienda, anche se solo il 28% si è sentita parte delle decisioni della leadership, un dato in linea con i Paesi europei.

Nei prossimi 12 mesi il 22% dei dipendenti cercherà un nuovo lavoro

Nei prossimi 12 mesi in Italia, riferisce Adnkronos, il 22% dei dipendenti dichiara che probabilmente cercherà un nuovo datore di lavoro. E la percentuale sale al 33% nei giovani 18-34 anni. Il 23% dei dipendenti dichiara, invece, che probabilmente cercherà un nuovo posto di lavoro dopo la pandemia.
Le maggiori motivazioni per cui i lavoratori stanno pensando di cambiare posto di lavoro sono ottenere una migliore formazione e più opportunità di crescita, auspicate dal 39% degli intervistati, una paga migliore (37%), un ruolo più interessante (31%), e un livello più alto (26%).



Economia in ripresa: nelle previsioni il Pil sfiora il 5%

L’economia italiana sembra essere in ripresa, e si prepara a mettere a segno un rialzo del Pil superiore a tutte le stime finora diffuse da Governo, Commissione europea, e le ultime da Bankitalia, Ocse e Fmi. Le previsioni dell’Istat poi sono più che positive, e nel 2021-22 il Pil potrebbe sfiorare il 5%. Per l’esattezza, l’Istituto prevede una crescita sostenuta del Prodotto interno lordo pari al +4,7% nel 2021 e del +4,4% nel 2022. Ancora più positive le previsioni di Fitch, che quest’anno stima un Pil in crescita del 4,8%, sostenuto da una “forte ripresa nella seconda metà dell’anno”. Per il 2022 l’agenzia di rating, che conferma la valutazione BBB, con outlook stabile, stima un +4,3%. Dopo il crollo del -8,9% registrato nel 2020, l’anno segnato dall’esplodere della pandemia, e a livello produttivo, dalle chiusure del lockdown primaverile, si tratta quindi di un deciso rialzo.

Gli effetti della progressiva introduzione degli interventi previsti dal Pnrr

Lo scenario delineato dall’Istat “incorpora gli effetti della progressiva introduzione” degli interventi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. I rischi associati allo scenario sono invece legati “all’effettiva capacità di realizzazione delle misure programmate e all’evoluzione dell’emergenza sanitaria”. L’Istituto prevede il “consolidamento del processo di ripresa dell’attività economica con una intensità crescente nei prossimi mesi”, una fase espansiva che si estenderà dopo il marginale miglioramento del primo trimestre dell’anno, pari al +0,1% rispetto al trimestre precedente.

Bankitalia esprime fiducia
Stessa crescita indicata dall’Ocse nelle ultime prospettive economiche, mentre nelle previsioni della Commissione Ue il Pil si ferma al +4,2%, e per il Fondo monetario al +4,3%. A prospettare un possibile miglioramento è stato lo stesso governo, e recentemente anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha espresso fiducia, e nelle considerazioni finali ha sostenuto come il rialzo del Pil nella media dell’anno “potrebbe superare il 4%”. Un aumento nel biennio che, come segnala l’Istat, sarà determinato dalla risalita della domanda interna, trainata dalla “decisa accelerazione” degli investimenti, per i quali quest’anno si prevede un balzo del 10,9% e poi dell’8,7%, e dalla spesa delle famiglie, con i consumi in aumento del 3,6% e del 4,7% l’anno prossimo.

In recupero anche il mercato del lavoro

Parallelamente recupera il mercato del lavoro, riferisce Ansa: l’evoluzione dell’occupazione, misurata in termini di Ula (Unità di lavoro), secondo l’Istat, sarà in linea con quella del Pil, con un’accelerazione nel 2021 del +4,5% e un aumento nel 2022 del +4,1%. L’andamento del tasso di disoccupazione rifletterà invece la progressiva normalizzazione del mercato del lavoro, con un aumento quest’anno al 9,8%, dopo il 9,2% del 2020. Il tasso di disoccupazione è previsto poi in lieve calo nel 2022 al 9,6%. Con gli ultimi dati di aprile si è inoltre segnato un incremento di oltre 120 mila occupati rispetto a inizio anno, ma sono ancora 800 mila gli occupati in meno rispetto al periodo pre-Covid.



Terziario lombardo, migliorano le aspettative

È il terziario, in Lombardia, il settore maggiormente colpito dalla crisi determinata dalla pandemia, anche se le prospettive sono all’insegna del miglioramento. Il fatturato delle imprese lombarde attive nei servizi (-1,8% tendenziale) e nel commercio al dettaglio (-1,6%) è ulteriormente diminuito a inizio 2021 rispetto al primo trimestre 2020, quando gli effetti negativi della crisi avevano già iniziato a farsi sentire. Dopo il recupero dell’estate 2020, il secondo lockdown in autunno ha nuovamente penalizzato questi comparti, ampliando il divario rispetto alla situazione pre-Covid. Il gap si attesta oggi al -15,4% per i servizi e al -11,7% per il commercio al dettaglio.

Alloggio, ristorazione e negozi non alimentari i settori più in crisi

I settori maggiormente in difficoltà sono le attività di alloggio e ristorazione e i servizi alle persone: il calo rispetto alla media 2019 supera il 50% per le prime e il 20% per i secondi. I servizi alle imprese (-7,6%) e il commercio all’ingrosso (-4,4%) mostrano fortunatamente una riduzione molto più contenuta. Nell’ambito del commercio al dettaglio, è sempre più evidente la differenza dei comportamenti di spesa indotti dalle nuove abitudini determinate dalla pandemia. I negozi non specializzati, come minimarket e supermercati, hanno registrato un incremento (+0,3% dei consumi alimentari  domestici rispetto alla media 2019), mentre per i negozi non alimentari il divario con il periodo pre-Covid tocca il -20%.

Vaccini e riaperture alimentano l’ottimismo degli imprenditori

Il procedere della campagna vaccinale, i dati di contagio sempre più bassi e il progressivo allentamento delle misure restrittive aprono spiragli positivi per una ripresa che dovrebbe manifestarsi già a partire dai prossimi mesi. Insomma, nonostante i risultati di vendita sicuramente non brillanti di inizio 2021, si torna a vedere rosa. O almeno a vedere la fine di questo lungo tunnel. Le aspettative degli imprenditori sono infatti in deciso miglioramento, con previsioni positive sia in termini di fatturato, sia per quanto riguarda il livello di occupazione. E i prossimi mesi dovrebbero essere veramente decisivi.
“Le imprese del terziario hanno pagato e stanno ancora pagando il prezzo più pesante di questa crisi ma l’ottimismo sta tornando – commenta Gian Domenico Auricchio, Presidente di Unioncamere Lombardia – se il cammino verso le riaperture rimarrà costante, la ripresa dovrebbe essere ormai vicina e gli imprenditori sono pronti a fare la loro parte per ripartire: per molte imprese dei settori più colpiti ormai è quasi una questione di sopravvivenza”.



Nel 2020 hanno chiuso 22mila bar e ristoranti

Costretti a casa dai lockdown nel 2020 gli italiani hanno aumentato i consumi domestici, tanto che la spesa alimentare è cresciuta di 6 miliardi di euro in un anno, non abbastanza però per compensare quanto si è perso nei pubblici esercizi, dove i consumi sono crollati di 31 miliardi di euro. Un dato che certifica come gli italiani abbiano speso meno soprattutto per prodotti agroalimentari di qualità superiore, consumati in maniera maggiore all’interno dei ristoranti. E con il crollo dei consumi fuori casa sono oltre 22mila tra bar e ristoranti ad avere chiuso i battenti, a fronte di 9.190 nuove aperture. Un saldo negativo di oltre 13mila imprese.

La pandemia ha modificato il rapporto tra i consumatori e i pubblici esercizi

In termini di spesa pro-capite siamo tornati indietro di 26 anni, ovvero al 1994. È quanto emerge dal Rapporto Ristorazione 2020 di Fipe-Confcommercio, che evidenzia come pandemia e restrizioni abbiano anche modificato il rapporto tra i consumatori e i pubblici esercizi. Se a luglio 2020, periodo nel quale i locali sono tornati a lavorare a buoni ritmi, la colazione rappresentava il 28% delle occasioni di consumo complessive, a febbraio 2021 la percentuale è salita al 33%. L’esatto contrario di quanto accaduto con le cene, passate dal 19% a meno dell’11%.

Il 2021 è iniziato in modo complicato per i pubblici esercizi

A conti fatti, a febbraio di quest’anno colazioni, pranzi e pause di metà mattina hanno costituito l’87% delle occasioni di consumo fuori casa. Mentre è completamente scomparsa l’attività serale. Quanto al 2021, si apre in modo complicato per i pubblici esercizi. A metà marzo oltre il 75% delle imprese risultava parzialmente aperto, il 22% era chiuso pur prevedendo di riaprire ‘un giorno’, e il 2% dichiara che non riaprirà mai.

Crolla l’indice di fiducia sul futuro per gli imprenditori

Nel primo trimestre 2021 poi l’indice di fiducia sul futuro per gli imprenditori della ristorazione è crollato a -68,3% rispetto allo stesso periodo del 2020. Infatti, secondo gli intervistati da Fipe-Confcommercio, il 2021 sarà ancora un anno di fatturati in calo, mediamente del 20%, ma il dato più preoccupante è l’incertezza che i titolari manifestano verso il futuro. Il 33,4% delle imprese, scrive Adnkronos, non ha idea di cosa potrà riservare loro il 2021, e un altro terzo delle imprese ritiene che certamente nel 2021 andrà incontro a una ulteriore riduzione dei ricavi. Mentre il 2%, in linea con la prospettiva di non riaprire, dichiara che nel 2021 non sarà conseguito fatturato.



Cittadini e imprese, ad aprile 2021 aumenta il clima di fiducia

Dopo alcuni mesi, arrivano segnali incoraggianti da parte dei consumatori e delle imprese: i due macrocomparti manifestano entrambi – finalmente – un buon incremento del clima di fiducia, il parametro dell’Istat per misurare “l’ottimismo” di aziende e cittadini. Ad aprile 2021, infatti, l’Istituto di Statistica stima un aumento dell’indice del clima di fiducia dei consumatori da 100,9 a 102,3 così come da parte delle imprese, passando da 94,2 a 97,3. Si tratta di segnali decisamente positivi, che rivelano come sia le persone sia le attività produttive e dei servizi riescano a cogliere i segnali di una vicina uscita dalla pandemia e di conseguenza un ritorno alla normalità e alla tanto desiderata ripresa sociale ed economica.

I consumatori vedono “rosa”

L’Istat segnala che tutte le componenti dell’indice di fiducia dei consumatori sono in aumento. Il clima economico e quello personale passano, rispettivamente, da 90,2 a 91,6 e da 104,5 a 105,9. Il clima corrente aumenta da 96,7 a 97,4 e quello futuro, che registra l’incremento più marcato, sale da 107,1 a 109,6. Si tratta di aumenti significativi, che fanno ben sperare per l’immediato futuro.

Crescita della fiducia in tutti i settori imprenditoriali

Per quel che riguarda le imprese, si registra un miglioramento della fiducia in tutti i settori osservati. In particolare, nell’industria manifatturiera l’indice sale da 101,9 a 105,4 e nelle costruzioni da 147,9 a 148,5. Nei servizi di mercato l’indice aumenta da 85,4 a 87,1 e nel commercio al dettaglio da 91,2 a 95,8 (grazie anche alle recenti riaperture, che hanno consentito di riprendere gran parte delle attività commerciali). Nell’industria manifatturiera migliorano tutte le componenti dell’indice di fiducia mentre nelle costruzioni si assiste ad un’evoluzione positiva solo dei giudizi sugli ordini.

Buone prospettive per i servizi

Per i servizi, l’aumento degli indici di fiducia è trainato dalle aspettative sugli ordini nei servizi di mercato e da quelle sulle vendite per il commercio al dettaglio. Tutte le altre componenti sono in peggioramento. Con riferimento ai circuiti distributivi del commercio al dettaglio, il miglioramento della fiducia è diffuso ad entrambi i circuiti analizzati ma con intensità diverse: nella grande distribuzione l’aumento è marcato (l’indice sale da 95,8 a 101,2) mentre nella distribuzione tradizionale è più contenuto (l’indice passa da 81,8 a 82,7). Insomma, ai “piccoli” la ripresa – stando alle rilevazioni – appare più lontana e difficile.

 



La sostenibilità nell’era Covid-19

In questo periodo di pandemia globale e crisi economica la sostenibilità ambientale è ancora una priorità? La risposta è sicuramente sì: le richieste e le aspettative dei consumatori in fatto di pratiche più sostenibili da parte delle imprese sono sempre più alte. E non è più una questione di quando le imprese dovrebbero perseguire un’agenda per la sostenibilità aziendale, ma di come dovrebbero procedere. L’indagine Global Trends di Ipsos, condotta su 33 mercati, ha scoperto che l’attenzione per l’ambiente e per l’emergenza climatica è il primo valore che unisce le persone in tutto il mondo. Nel settembre 2020, a livello europeo, si è infatti riscontrato un aumento della percezione di un imminente disastro ambientale se le abitudini non cambiamo rapidamente.

Ciò che una volta era una missione aziendale ora è un imperativo commerciale

Insomma, il business as usual non è più praticabile. Come affermato al World Economic Forum di Davos, rappresentato dalle imprese di tutto il mondo, “Ormai tutti capiamo l’importanza di investire nella sostenibilità economica. Quella che una volta era considerata una missione aziendale per fare del bene sociale è ora un imperativo commerciale”.

Nell’agosto 2019, la Business Roundtable ha adottato una nuova Dichiarazione sullo scopo di una società che asserisce come le aziende non dovrebbero solo servire i loro azionisti, ma anche dare valore alle opinioni dei loro clienti, investire nei dipendenti, trattare equamente i fornitori e sostenere le comunità in cui operano.

Il Coronavirus avrà un impatto sulle priorità in termini di sostenibilità?

Per questo le aziende e le organizzazioni di tutto il mondo stanno ponendo una crescente attenzione alla costruzione di business più sostenibili sotto ogni profilo: ora la sostenibilità è la redditività a lungo termine di un’azienda. Ma il Coronavirus avrà un impatto sulle priorità in termini di sostenibilità? Ipsos sta monitorando l’opinione pubblica dal febbraio 2020, analizzando le priorità, le paure e i rischi, le implicazioni sanitarie e finanziarie, la fiducia nelle organizzazioni, fino ai comportamenti di acquisto dei consumatori. Il sentiment verso la sostenibilità, e il progresso sociale più in generale, sono stati un aspetto chiave della ricerca. E le ricerche condotte durante la pandemia hanno dimostrato che l’opinione pubblica è ancora molto attenta ai temi della sostenibilità sociale e ambientale e si aspetta che queste siano affrontate al più presto.

Privilegiare gli aspetti sociali rispetto alla crescita economica

Un recente studio condotto da Ipsos e dal Social Progress Imperative rileva che quando la pandemia sarà finita la maggioranza delle nazioni (53% a livello globale) sceglierebbe il miglioramento degli aspetti sociali rispetto alla crescita economica come priorità a lungo termine per il proprio paese. Non è sorprendente che le persone si aspettano che l’economia si riprenda al più presto, ma l’opinione pubblica in generale si aspetta che la ripresa non debba avvenire a spese del nostro pianeta. E se in questa era segnata dal Covid-19 emergono nuovi bisogni, la sostenibilità rimane rilevante e prioritaria.




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