Marina Lo Cerchio

Food e beverage Made in Italy, boom per l’export

L’agroalimentare italiano ha registrato un vero e proprio exploit nel corso del 2021, conquistando le tavole di tutto il mondo. L’export di prodotti alimentari tricolore, infatti, ha superato i 50 miliardi di euro in valore con un aumento del 15% rispetto al 2019 e dell’11% sul 2020. Lo afferma  un report pubblicato sul settimanale economico del Gambero Rosso, “TreBicchieri” ripreso da Agi.

Un anno straordinario

Conferma la tendenza in atto anche la sesta edizione del forum Agrifood monitor promosso da Nomisma con Crif, sistemi di informazioni creditizie, che parla di performance “sorprendente” per il settore dell’agroalimentare. Tanto  il 2021, viene definito come “un anno straordinario per l’export italiano” secondo il giudizio di Denis Pantini, responsabile agroalimentare di Nomisma, proprio “grazie ad una crescita che ha coinvolto tutti i prodotti, portando a incrementi della quota di mercato dell’Italia in molti mercati mondiali”.

I principali mercati

Tra i principali mercati di sbocco dell’agroalimentare italiano, Stati Uniti e Canada hanno fatto registrare un aumento a valori del 20% rispetto alla situazione pre-pandemica (2019), in Germania il nostro export è cresciuto del 15%, mentre le variazioni più alte si sono toccate in Corea del Sud (+60%) e Cina (+46%), sebbene in quest’ultimo Paese la nostra quota di mercato continui a rimanere marginale (meno del 2% sul valore delle importazioni agroalimentari totali del paese asiatico).  Anche nel Regno Unito post Brexit gli acquisti di prodotti alimentari italiani non sono diminuiti, portando ad una crescita della nostra quota di mercato che dal 5,6% è arrivata oggi al 6,3%, in un trend di riduzione delle importazioni totali di food&beverage.  Dalle indagini è emerso innanzitutto come il food&beverage italiano goda di un ottimo appeal: sia per il consumatore australiano che, soprattutto, per quello inglese, quelli italiani sono i prodotti alimentari esteri più apprezzati grazie in particolare al loro gusto e alla loro ottima qualità (lo indica il 35% in UK e il 23% in Australia). Tale percezione è da ricondurre anche alle eccellenze del nostro alimentare che vengono esportate in tali Paesi e che son ben note ai consumatori: in UK a farla da padrone in termini di notorietà è il Prosecco seguito dal Parmigiano Reggiano e dal Prosciutto di Parma. In Australia invece il primato spetta al Parmigiano Reggiano seguito a breve distanza dal Prosecco e dal Chianti.

Il ruolo dell’e-commerce

In entrambi i Paesi, l’e-commerce per il food&beverage è molto diffuso: il 34% usa spesso internet per acquistare prodotti alimentari e bevande, quota che sale al 45% tra gli inglesi. Si ricorre al web anche per acquisire informazioni sui prodotti da consumare (caratteristiche, storia del produttore, luoghi di produzione): a farlo è il 40% dei consumatori di entrambi i mercati.

Un mondo plastic free: cosa pensano i cittadini del mondo

No alla plastica monouso, anche attraverso l’introduzione di un trattato internazionale in materia: i cittadini del mondo si rivelano sempre più attenti ai temi della sostenibilità e alla tutela del Pianeta. Tanto che la plastica, per la quasi totalità delle persone a livello globale, andrebbe abolita e sostituita con materiali ecocompatibili. A fotografare il sentiment dell’opinione pubblica è l’ultimo sondaggio internazionale di Ipsos, realizzato in collaborazione con Plastic Free July.  Lo studio è stato condotto in 28 Paesi del mondo, intervistando oltre 20.000 adulti sotto i 75 anni, attraverso il Global Advisor di Ipsos, la piattaforma online che mensilmente raccoglie evidenze sulle questioni più attuali generando report e dati costantemente aggiornati. 

Nove persone su dieci favorevoli a un trattato vincolante

In generale, quasi 9 persone su 10 sono favorevoli all’introduzione di un trattato vincolante, a livello internazionale, per contrastare l’inquinamento da plastica e quasi 8 persone su 10 concordano sul fatto che la plastica monouso dovrebbe essere vietata il più presto possibile. In media, nei 28 Paesi esaminati, l’88% degli intervistati crede sia essenziale, molto/abbastanza importante avere un trattato vincolante, a livello internazionale, per contrastare l’inquinamento da plastica. In generale, l’America Latina (LATAM) e il Medio Oriente/Africa, insieme ai Paesi BRIC, mostrano i più alti livelli di accordo sull’importanza di un trattato internazionale. In Italia, la percentuale è maggiore rispetto alla media internazionale: il 94% dei cittadini ritiene fondamentale avere un trattato per contrastare l’inquinamento da plastica. Ancora, una media del 75%, in tutti i Paesi esaminati, concorda sul fatto che la plastica monouso dovrebbe essere vietata il più presto possibile. I Paesi dell’America Latina e del BRIC mostrano i livelli di accordo più alti.  In Italia, anche in questo caso, la percentuale di chi ritiene necessario il divieto della plastica monouso è più alta della media internazionale, con l’83% dei cittadini d’accordo.

Il ruolo del packaging nelle scelte di acquisto

In tutti i Paesi intervistati, una media dell’82% delle persone è d’accordo nel voler comprare prodotti che usino meno imballaggi di plastica possibile. In generale, l’America Latina mostra i livelli più alti d’accordo seguita dalle Nazioni BRIC. Al contrario, il Nord America e i Paesi del G-8 mostrano un livello di consenso più basso.  In Italia, l’86% dei cittadini afferma di essere intenzionata ad acquistare prodotti che utilizzino minor quantità di plastica nel packaging. In media, a livello internazionale, l’85% delle persone ritiene che i produttori e i rivenditori dovrebbero essere responsabili di ridurre, riutilizzare e riciclare i packaging di plastica. 

Le donne sono limitate al lavoro. Lo pensa un italiano su due

Colpa della loro scarsa forza, resistenza e capacità fisica: lo pensa il 46.9% degli italiani e il 43% tra le donne, o del loro carattere (27.9%). Queste le ragioni per cui le donne hanno dei limiti nel mondo del lavoro. Ed ecco perché la parità di genere è ancora un miraggio per la metà degli italiani (49,8%), e non solo sul lavoro. Per gli italiani le donne hanno dei limiti quando si parla di accesso alle professioni e al mondo del lavoro. Tanto che una donna su quattro crede che carriera lavorativa, leadership politica, guadagno da lavoro siano ‘naturalmente’ a maggiore appannaggio degli uomini. Si tratta di quanto emerge dall’indagine Inclusion, condotta da AstraRicerche per Gilead Sciences, su un campione rappresentativo della popolazione italiana.

Differenze di genere più marcate per carriera e ruoli di leadership

Dall’indagine emerge in particolare come gli ambiti in cui le differenze di genere sono più forti riguardano la carriera lavorativa, tanto nella possibilità di ricoprire ruoli ‘alti’, quanto nella leadership politica e amministrativa, e nel guadagno da lavoro. A pensarlo sono soprattutto le donne (67%), ma la percezione degli uomini non è poi così diversa (56%).

E ancora, oltre un italiano su 5 pensa che se in una coppia eterosessuale entrambi lavorano è giusto che l’uomo abbia maggiore opportunità di crescita professionale/lavorativa.
Non solo, la stessa percentuale sostiene che ‘le bambine che amano giocare con i giochi tipici dei bambini’ (robot, costruzioni ecc.) e i bambini che amano quelli ‘tipici’ delle bambine (bambole, mini-cucina giocattolo ecc.) cresceranno con confusione nella loro mente sui ruoli di donne e uomini.

Il valore dei progetti di ricerca indipendenti

In continuità con il suo impegno a favore della parità di genere e dell’inclusione Gilead riconosce il valore dei progetti di ricerca indipendenti di ricercatrici e ricercatori italiani grazie al Fellowship Program, bando di concorso che premia la ricerca scientifica che migliora la qualità di vita dei pazienti, gli esiti della malattia o favorisce il raggiungimento di obiettivi di salute pubblica nell’area delle malattie infettive e oncoematologiche, giunto quest’anno alla sua undicesima edizione.
Nel corso dei primi 10 anni attraverso il Bando sono stati erogati quasi 9 milioni di euro per la realizzazione di oltre 360 progetti a cui ha partecipato la comunità scientifica italiana, senza distinzione di genere. Il Bando ha visto infatti un’ampia partecipazione femminile, a cui si deve poco meno del 50% dei progetti presentati e di quelli finanziati.

Un Premio speciale dedicato alle minoranze

Con la nuova edizione dei Bandi Gilead, in partenza il 28 febbraio, viene confermata per il secondo anno consecutivo l’erogazione di un Premio speciale dedicato alle tematiche di Inclusion&Diversity. Quest’anno, riferisce Adnkronos, il premio è rivolto a sottogruppi di popolazione culturalmente minoritari e discriminati all’interno della loro comunità di appartenenza, o a gruppi sociali che siano penalizzati, oltre che dalla condizione socioeconomica, anche dall’isolamento e dallo scarso interesse da parte del terzo settore.

In Italia decolla la Space Economy 

Forse pochi sanno che l’Italia è il sesto paese al mondo per spese spaziali in relazione al Pil. Ciò significa che la cosiddetta Space Economy ha una rilevanza di tutto rispetto nella nostra economia, ancora più significativa in un’ottica di ulteriore sviluppo. E il 2021 è stato un anno importante per la Space Economy italiana, la catena del valore che dalla ricerca, sviluppo e realizzazione delle infrastrutture spaziali genera prodotti e servizi innovativi basati sullo spazio, riconosciuta uno dei fattori chiave per la competitività e lo sviluppo sociale del Paese. Dalle aziende dell’industria spaziale (il cosiddetto Upstream), agli IT provider e system integrator (Downstream) fino alle imprese utenti finali, è convinzione diffusa che le tecnologie satellitari in combinazione con le tecnologie digitali più avanzate siano oggi un driver fondamentale per l’innovazione e la sostenibilità nei settori più diversi. In questa prospettiva saranno mobilizzati nei prossimi anni ingenti investimenti pubblici e privati.

Gli investimenti in Space Economy

Sono davvero significativi gli investimenti in Space Economy in tutto il mondo. A livello globale, si parla di una stima per la somma dei budget governativi che oscilla fra 86,9 miliardi e 100,7 miliardi di dollari. Per entità di spesa, nell’anno fiscale 2021, appena dopo gli Stati Uniti (ampiamente al primo posto nel mondo con gli 43,01 miliardi di dollari), viene l’Europa con 11,48 miliardi di dollari, seguita da Cina, Russia, Giappone e India: grazie a Copernicus, EGNOS e Galileo, l’UE possiede sistemi spaziali di livello mondiale, con più di 30 satelliti in orbita (e l’intenzione di raddoppiarli nei prossimi 10-15 anni) e una previsione di spesa di 14,8 miliardi di euro nel periodo 2021-2027, la somma più alta mai stanziata prima.

L’Italia ha un’agenzia spaziale

A livello mondiale, sono 88 i paesi che investono in programmi spaziali. In particolare, ce ne sono 14 che hanno anche capacità di lancio; l’Italia è tra i 9 dotati di un’agenzia spaziale con un budget di oltre 1 miliardo di dollari all’anno. I dati sono emersi dall’Osservatorio Space Economy della School of Management del Politecnico di Milano. Analizzando gli investimenti dei singoli paesi in relazione al PIL (0,06% nel 2019), il nostro paese si colloca al sesto posto al mondo, dopo Russia, Usa, Francia, India e Germania, e al terzo in Europa. Con 589,9 milioni di euro, l’Italia è il terzo contribuente all’European Space Agency nel 2021, dopo Francia (1065,8 milioni) e Germania (968,6). Ma sono significativi anche gli investimenti privati nelle startup della Space Economy. Nel 2021, si stimano complessivamente 12,3 miliardi di euro di finanziamenti a livello globale, una cifra rilevante con un sempre maggiore coinvolgimento del mercato azionario: ben 606 imprese nel 2021 si sono quotate tramite il meccanismo di SPAC (Special Purpose Acquisition Company), contro una sola nel 2020. A fronte di questi investimenti, si stima che il mercato della Space Economy valga oggi 371 miliardi di dollari di ricavi a livello globale, di cui il 73% riconducibile all’industria satellitare (che include servizi satellitari di telecomunicazione, navigazione ed osservazione della Terra, prodotti per l’equipaggiamento a Terra come sensori, antenne o GPS). 

Quando fare installare un depuratore d’acqua in casa?

La priorità assoluta per tutti noi è quella avere accesso ad un acqua da bere che sia pulita e salutare. L’acqua è infatti un bene primario e sulla sua qualità non è possibile effettuare alcun tipo di compromesso.

Essa deve per questo essere perfettamente potabile e contenere tutti quegli elementi e minerali di cui il nostro organismo ha bisogno per rimanere in buona salute. Al contrario, non deve contenere tutte quelle sostanze inquinanti o nocive che possono a qualsiasi titolo avere ripercussioni negative sulla nostra salute.

Consideriamo tra l’altro che non adoperiamo l’acqua soltanto per bere, ma anche per cucinare i cibi e preparare determinati alimenti, nonché la adoperiamo per l’igiene personale quotidiano.

Quindi i motivi per i quali abbiamo bisogno di un acqua sicura sono certamente molteplici, motivo per il quale facciamo bene a pensarci in maniera concreta.

L’acqua che arriva fino al rubinetto di casa è sicura?

Di norma, l’acqua che arriva fino al rubinetto di casa ha una buona qualità, dato che è controllata dalle società che gestiscono gli acquedotti pubblici. Tale acqua viene convogliata all’interno di enormi vasche, ed è costantemente monitorata dal punto di vista chimico.

Qualora dovesse esserci la necessità di intervenire per risolvere una determinata condizione o per migliorare la qualità dell’acqua, vengono apportati determinati trattamenti che hanno proprio lo scopo di rendere l’acqua perfettamente salubre e quindi idonea al consumo alimentare.

Chiaramente, prima di essere immessa nel circuito l’acqua viene sottoposta a specifici tipi di controlli microbiologici e chimici finali, per avere la certezza che essa sia perfettamente potabile al 100%.

L’unico problema potrebbe derivare dal tratto finale delle tubature, ovvero quello che arriva fino in casa dell’utente. Se le tubature infatti sono particolarmente vecchie, queste potrebbero essere ossidate e rilasciare all’acqua un forte sapore di ferro.

In questo caso la società che gestisce l’acqua pubblica non ha alcuna responsabilità, ma al contrario deve essere il condominio ad aggiornare il tratto finale delle tubature, così da migliorare la qualità dell’acqua.

Fino ad allora però, l’unico modo per migliorare la qualità dell’acqua è quello di far installare un depuratore. I depuratori domestici sono infatti in grado di eliminare dall’acqua determinati elementi che pregiudicano la perfetta salubrità dell’acqua. Ciò vale non soltanto per l’eccessiva presenza di ferro ma anche ad esempio per una eccessiva presenza di cloro o eventuali elementi in sospensione che sono in grado di pregiudicare la qualità dell’acqua.

Di solito i depuratori ad osmosi inversa sono perfetti per risolvere questo tipo di necessità, ed è possibile scegliere il modello da acquistare dando un’occhiata anche online e confrontando i diversi modelli di depuratore d’acqua per la casa, scegliendo quello più conveniente e adatto alle proprie esigenze.

In particolar modo i modelli ad osmosi inversa funzionano tramite la forzatura del passaggio dell’acqua attraverso una membrana che è in grado di filtrarla e trattenere ogni impurità.

In questa maniera si ha la certezza di andare a bere un acqua decisamente più leggera e soprattutto salutare.

Molti modelli di depuratori ad osmosi inversa oggi presentano anche il gasatore, che consente di avere acqua perfettamente gasata a proprio piacimento. Questa è un’altra caratteristica da considerare, dato che è in grado di rendere veramente un buon servizio a tutta la famiglia.

Dunque in tutti quei casi in cui l’acqua che arriva al rubinetto di casa ha un cattivo sapore, sa troppo di cloro, presenta degli elementi in sospensione o è visivamente poco chiara e dunque torbida, è possibile andare ad installare un depuratore d’acqua grazie al quale migliorare notevolmente la sua qualità ed avere così finalmente la certezza di bere in totale sicurezza, bicchiere dopo bicchiere, per la gioia di tutta la famiglia.

Nel 2021 richieste in calo per i mutui, ma sale l’importo medio

Malgrado il progressivo recupero delle compravendite residenziali e dei prezzi al metro quadro nel 2021 il mercato dei mutui immobiliari risente ancora degli effetti della pandemia. Nel complesso si registra una lieve flessione delle richieste, pari a -0,2% rispetto al 2020, anno in cui si era registrata una crescita del +2,8% rispetto al 2019.
Il 2021 è stato un anno particolare per i mutui, con richieste in calo ma importi erogati in aumento, e un mercato sostenuto dalle generazioni più giovani, grazie agli incentivi governativi e i mutui green. Più in particolare, secondo l’analisi sul patrimonio informativo di EURISC, il Sistema di Informazioni Creditizie gestito da CRIF, a dicembre 2021 le richieste di mutui presentate dalle famiglie italiane sono calate del -19%, seguendo un andamento in discesa iniziato a giugno.

L’importo medio si attesta a 139.110 euro

Nel 2021 la performance negativa delle richieste risente del calo delle surroghe, che hanno accentuato la contrazione dei volumi a causa del ridimensionamento fisiologico dei contratti per i quali la rottamazione risulta ancora vantaggiosa.
L’importo medio richiesto durante l’anno si è attestato però a 139.110 euro, in crescita del +4,1% rispetto al 2020. Nel complesso quasi i 3/4 delle richieste presenta un importo al di sotto dei 150.000 euro, a conferma della propensione delle famiglie a orientarsi verso soluzioni in grado di pesare il meno possibile sul bilancio familiare.
La distribuzione per fasce di importo nel 2021 è risultata non molto differente rispetto all’anno precedente, con una contrazione delle richieste solamente nella classe inferiore ai 75.000 euro, dove tipicamente si concentrano i mutui di sostituzione.

Per oltre l’80% dei mutui la durata è superiore ai 15 anni

A conferma della propensione delle famiglie a orientarsi verso soluzioni in grado di pesare il meno possibile sul proprio bilancio, nel 2021 oltre l’80% delle richieste di mutuo si è caratterizzato per una durata superiore ai 15 anni, in modo da spalmare il piano di rimborso su un arco temporale di lungo periodo.
Una tendenza ulteriormente accentuate rispetto al passato, con una crescita proprio dei piani di rimborso di maggior durata.
Analizzando la distribuzione delle richieste in relazione all’età del richiedente emerge poi un significativo abbassamento dell’età media.

Un mercato trainato dalla fascia di età tra 35 e 44 anni

Se al primo posto per numero di richieste si conferma nuovamente la fascia compresa tra i 35 e i 44 anni, con il 32,4% del totale, tutte le classi mostrano una contrazione rispetto alla corrispondente rilevazione del 2020. A eccezione degli under 35, che stimolati dagli incentivi varati dal Governo, sono arrivati a spiegare il 30,5% del totale, contro il 27,5% dell’anno precedente. Tra i driver che hanno inciso positivamente sull’andamento della domanda, sicuramente vanno segnalati i mutui di ristrutturazione, e soprattutto, i mutui green per l’efficientamento energetico dell’abitazione, arrivati a spiegare l’8% sul totale dei mutui acquisto, e l’11% di quelli per ristrutturazione.

Tecnici informatici e artigiani del legno, le figure più difficili da trovare

Sono i tecnici informatici, telematici e delle telecomunicazioni le figure più difficili da reperire, con un indicatore di difficoltà pari al 68,1%. Ma a essere praticamente introvabili sono anche gli attrezzisti, operai e artigiani del trattamento del legno (67,9%), i fonditori, saldatori, montatori carpenteria metallica (62,4%), gli artigiani e operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (62,3%), e gli specialisti in scienze matematiche, informatiche, chimiche, fisiche e naturali (61,9%). Lo conferma il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal. Per fronteggiare la difficoltà di reperimento il 38,6% delle imprese tende ad assumere figure con competenze simili rispetto a quelle ricercate per poi formarle in azienda, mentre nel 17,2% dei casi si sceglie di offrire una retribuzione superiore rispetto a quanto viene mediamente proposto per il profilo ricercato. 

Cresce l’indicatore della difficoltà di reperimento del personale

Anche a gennaio cresce l’indicatore della difficoltà di reperimento del personale ricercato dalle aziende, e rispetto a un anno fa aumenta del 5%, raggiungendo il 38,6% delle entrate programmate.
La mancanza di candidati è il motivo della difficoltà maggiormente segnalato dalle imprese (22,2%), seguito dalla preparazione inadeguata (13,4%) e da altri motivi (2,9%). A incontrare le maggiori difficoltà di reperimento sono le imprese delle costruzioni (53,3% dei profili ricercati), seguite dalle industrie del legno e del mobile (53,0%), le industrie metallurgiche (52,5%) e le imprese dei servizi informatici e delle telecomunicazioni (51,9%).

A gennaio 458mila entrate programmate 

Sono poco meno di 458mila i contratti programmati dalle imprese nel mese di gennaio, e saliranno a circa 1,2 milioni nel trimestre gennaio-marzo. Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, si registra un incremento delle entrate previste: +112mila su gennaio 2021 e +265mila in confronto al trimestre gennaio-marzo 2021. Positivo anche il confronto rispetto a dicembre 2021, con 104mila contratti in più (+29,4%), per tutti i settori economici tranne che per il turismo, dove pesano le crescenti incertezze legate all’andamento dell’epidemia nelle ultime settimane.

Gli effetti della pandemia continuano a frenare il turismo

L’industria, nonostante le difficoltà legate ai rincari dell’energia e di molte materie prime, prosegue nella tendenza espansiva già registrata nel corso del 2021, e programma per il mese di gennaio 150mila assunzioni. Sono alla ricerca di personale soprattutto le imprese delle costruzioni (46mila entrate), seguite dalle imprese della meccatronica (26mila entrate) e da quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo, che prevedono 22mila entrate. Nel complesso, i settori del terziario totalizzano 307mila entrate: in testa i servizi alle imprese (142mila assunzioni), seguiti dal commercio (62mila) e dai servizi alle persone (56mila). La nuova ondata pandemica, riporta Adnkronos, fa sentire i suoi effetti negativi soprattutto sulla filiera turistica, dove le imprese hanno previsto per il momento un calo del 14,6% nell’attivazione dei contratti rispetto a dicembre.

Investimenti green: pochi italiani li conoscono

Il cambiamento climatico è un tema che preoccupa la maggior parte degli italiani, ma molti hanno altrettanto timore di un possibile aumento dei prezzi a causa delle politiche green. Che fare, quindi? Qualche dato sulla situazione, frutto dell’Osservatorio sulla sostenibilità realizzato dal Censis in collaborazione con Assogestioni, l’associazione italiana delle società di gestione del risparmio. Il 79,9% degli italiani ha paura del cambiamento climatico, in particolare dell’aumento sopra 1,5 gradi della temperatura della Terra. La percentuale arriva all’83,8% nel Nord-Est e all’82,7% tra le donne.

Sostenibilità, a quale prezzo?

Sostenibilità sì, ma non se si deve aumentare il prezzo d’acquisto di energia, beni e servizi. Il 73,9% degli italiani, a fronte di questo scenario, afferma che allora bisognerà cercare altre strade per bloccare il riscaldamento globale e non inquinare. All’interno di questa percentuale, lo pensa il 69,5% di chi risiede nel Nord-Ovest, il 73,9% nel Nord-Est, il 79,4% nel Centro e il 74,1% al Sud. Il taglio del potere d’acquisto a causa dell’inflazione o la decrescita economica in cambio del green sono spettri che inquietano. La paura del cambiamento climatico non basta a far passare scelte che riducano il benessere individuale. Se i combustili fossili sono “cattivi” in via di principio, tuttavia non piacciono le alternative che generano una inflazione a trazione green. Del resto, il 44% degli italiani è contrario a pratiche all’insegna della sostenibilità che determinino ulteriori iniquità sociali.

C’è bisogno di chiarezza

Ma ci sono anche delle ombre sulla corretta informazione per quanto riguarda queste tematiche. Il 74,6% degli italiani ritiene che ci sia troppa confusione sui temi del riscaldamento globale e della sostenibilità. Se ne parla tanto, ma la moltiplicazione delle informazioni genera un rumore di fondo che non aiuta a capire. Solo il 26,2% afferma di sapere precisamente cosa si intende per sostenibilità, il 60,8% ne ha una conoscenza per grandi linee e comunque non sarebbe in grado di spiegarlo ad altre persone.

Il ruolo degli investimenti green (poco noti)

Secondo gli intervistati, anche la finanza è una delle strade percorribili per uscire dall’impasse sostenibilità contro inflazione. Secondo il 76,6% la finanza giocherà un ruolo importante, perché il collasso ambientale costituirebbe una minaccia per gli stessi investimenti. Per questo motivo sono importanti gli investimenti sostenibili Esg (Environmental, Social and Governance). Ma ancora il 64,4% degli italiani dice di saperne poco o niente. Il 63,4% ne ha solo sentito parlare. Tuttavia, orientare una parte dei 1.600 miliardi di euro delle famiglie giacenti sui conti correnti (+5% rispetto allo scorso anno) verso l’acquisto di prodotti finanziari Esg sarebbe un boost straordinario per la transizione ecologica. Affinché ciò avvenga, per l’84,6% degli italiani occorre chiarezza e semplicità delle informazioni sugli investimenti Esg in modo da farli apprezzare. Il 72,5% individua nella consulenza finanziaria un attore positivo, che potrebbe promuovere la finanza sostenibile. 

Le figure professionali più richieste nel 2022

Un nuovo anno è alle porte, e in un’epoca di cambiamenti eccezionali e molto veloci, anche per quanto riguarda il mondo del lavoro il 2022 sarà ‘rivoluzionario’. Quindi, chi sta cercando un lavoro, chi desidera migliorare la propria carriera, o chi sta decidendo quale percorso di specializzazione imboccare, deve mantenersi aggiornato sui trend in evoluzione, e soprattutto, su quali saranno le figure più ricercate il prossimo anno. Non ci sono dubbi, il mercato del lavoro è decisamente cambiato, e figure professionali oggi molto ricercate un quinquennio fa non esistevano, o erano del tutto marginali.

Cercasi professioni legate al mondo medico e farmaceutico

“Come diretta conseguenza della lunga emergenza sanitaria che stiamo vivendo tra le figure lavorative più ricercate continueranno sicuramente a esserci quelle legate al mondo medico e al mondo farmaceutico – spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, la società internazionale di head hunting -. Penso ad esempio al Medical Advisor, nonché al Pharmaceutical Marketing Manager, e in generale, a tutte quelle figure necessarie per rendere più efficienti le strutture sanitarie italiane”.
Ma tra le posizioni più ricercate ci sono poi, com’è ormai abitudine, anche diversi profili del mondo digitale.

Dal Data Scientist all’E-commerce manager fino al Giurista d’impresa

“L’analisi dei dati è un’attività fondamentale per un numero sempre maggiore di imprese, ed è per questo motivo che i professionisti dell’interpretazione del dato, a partire dal Data Scientist, figurano tra le priorità in fatto di risorse umane per le più disparate realtà”, aggiunge l’head hunter. E ancora, stando alle stime di Carola Adami, sul mercato del lavoro del nuovo anno altre figure che si presenteranno ‘in grande spolvero’ saranno il Project Manager, l’Export Manager, l’E-commerce manager, nonché il Giurista d’impresa, una figura sempre più ricercata negli ultimi anni. Per capire come si presenterà il mercato del lavoro del futuro, però, non basta guardare alle le professioni più ricercate. È infatti importante guardare anche ai trend più generali.

Occhio ai trend: smart working e reskilling

“Il lavoro da remoto continuerà a essere protagonista anche nei prossimi mesi, un po’ per il perdurare dell’emergenza sanitaria e un po’ per l’adozione stabile dello smart working da parte di tante aziende piccole e grandi, che ne hanno scoperto i vantaggi a partire dal lockdown – sottolinea Adami -. Considerati i rapidi processi evolutivi che abbiano conosciuto e che conosceremo a breve, un altro trend importante è quello del reskilling, con le aziende che investono nella riqualificazione e nella formazione del proprio personale. Chi cerca lavoro, da parte sua, deve essere pronto a colmare eventuali lacune per rendere più appetibile il proprio curriculum vitae”.

Il futuro del lavoro: meno in presenza e sempre più ibrido

Appare sempre più chiaro che non si tornerà indietro. Alcuni dei cambiamenti imposti dalla pandemia alle nostre abitudini quotidiane, infatti, sembrano destinati a restare: e tra questi, almeno parzialmente, c’è il modo di lavorare. Ovviamente si intende tra lavoro “classico”, in azienda o in ufficio, e da remoto, una modalità che ha preso piede proprio nei momenti più duri della pandemia. In base agli ultimi dati, si prevede che in Italia solo il 42% dei dipendenti tornerà stabilmente alla proprio sede di lavoro entro due anni, circa la metà del periodo ante Covid. In ogni caso, si tratta di una percentuale maggiore rispetto a quella attuale, che vede solo il 232% di tutti i lavoratori rientrati in modo fisso alla propria scrivania. A rivelarlo sono i risultati della ricerca Benefit Trends Survey 2021-2022 condotta da Willis Towers Watson su un campione di aziende attive nel nostro Paese e rappresentanti circa 155.000 lavoratori.

L’exploit dei modelli ibridi 

La ricerca evidenzia poi che saranno i modelli ibridi – ovvero un po’ in presenza e un po’ a distanza – le modalità di lavoro più diffuse nei prodigi due anni. Saranno quindi ancora in maggioranza rispetto al lavoro totalmente da remoto, sebbene quest’ultimo abbia registrato una percentuale di crescita maggiore lo scorso anno. Nel 2019 la stragrande maggioranza dei dipendenti (82%) lavorava in ufficio. Solo il 12% dei dipendenti si divideva tra casa e ufficio, e il 6% dei dipendenti operava da remoto: oggi invece queste due ultime categorie rappresentano rispettivamente il 31% e il 38%, con un evidente crescita di entrambe.

L’evoluzione dell’immediato futuro

Si assiste però a un riassestamento della percentuale di dipendenti che lavorano solo da remoto (tra due anni scenderanno dal 38% al 23%), mentre stanno aumentando di contro quelli che lavorano in presenza (tra due anni saliranno dal 32% al 42%) e in modalità ibrida (dal 31% al 35%). Sette aziende su dieci (71%), inoltre, progettano oggi di consentire un pieno ritorno in ufficio su base volontaria entro la fine dell’anno, mentre il 47% non sono ancora sicure di quando termineranno i protocolli anti-Covid e solo un 10% prevede di fermarli prima del 2022.
“Il lavoro ibrido è destinato a giocare un ruolo di primo piano in futuro, andando a coprire fino a un terzo della forza lavoro aziendale. Abbiamo sperimentato cambiamenti profondi durante il Covid e le persone hanno bisogno di essere sostenute in questa transizione. Nel passaggio verso la “nuova normalità” le aziende devono concentrarsi sulla employee experience, personalizzando l’offerta di benefit, integrando il wellbeing nei propri programmi e supportando i dipendenti in un contesto di lavoro più agile e flessibile”, spiega Alessandro Brioschi, Health & Benefit Senior Consultant di Willis Towers Watson.