Marina Lo Cerchio

Ransomware: l’88% delle aziende disposte a pagare il riscatto

Sebbene i ransomware rimangano una delle minacce più diffuse, con due terzi delle aziende che hanno già subito un attacco, il pagamento del riscatto sembra essere percepito dai dirigenti come un modo sicuro di affrontare il problema. La parola ransomware è ormai nota nel mondo aziendale, e secondo quanto emerge dal nuovo report di Kaspersky, ‘How business executives perceive ransomware threat’, i dirigenti dell’88% delle organizzazioni vittime di un attacco ransomware sceglierebbero di pagare il riscatto se dovessero subirne un altro. Tra le organizzazioni che non ne sono ancora state vittime, è il 67% che sarebbe disposto a pagare, ma non subito.

Una minaccia reale per la sicurezza informatica

I ransomware rimangono una minaccia reale per la sicurezza informatica. Il 64% delle aziende conferma di aver subito un incidente di questo tipo mentre il 66% prevede che prima o poi ne subirà uno simile, ritenendolo più probabile rispetto ad altri tipi di minacce (attacchi DDoS, alle supply-chain, APT, cryptomining o cyberspionaggio).
“La nascita di nuovi sample e l’utilizzo dei ransomware da parte di alcuni gruppi APT in attacchi avanzati li ha resi una minaccia molto seria per le aziende – dichiara Sergey Martsynkyan, VP, Corporate Product Marketing di Kaspersky -. Anche un’infezione accidentale può causare gravi danni e compromettere la continuità aziendale, ecco perché i dirigenti sono costretti a prendere decisioni difficili in merito alla possibilità di pagare il riscatto”.

Ripristinare i dati costerebbe di più: ci vuole troppo tempo

Le aziende che hanno già subito un attacco sono anche più propense a pagare prima possibile per ottenere l’accesso immediato ai propri dati (33% delle aziende già attaccate in passato contro il 15% delle aziende che non sono mai state vittime), o a pagare dopo un paio di giorni di tentativi di decriptazione non andati a buon fine (30% contro il 19%). I dirigenti aziendali che hanno già pagato un riscatto sembrano ritenere che questo sia il modo più efficace per riavere i propri dati, e il 97% di loro è disposto a farlo di nuovo. La disponibilità delle aziende a pagare potrebbe essere attribuita alla scarsa consapevolezza su come rispondere a tali minacce, o al troppo tempo necessario a ripristinare i dati, poiché l’attesa prolungata potrebbe far perdere più denaro di quello impiegato per pagare il riscatto.

Inviare denaro ai criminali li incoraggia a ripetere l’operazione

“Tuttavia – aggiunge Martsynkyan – non è mai consigliabile inviare denaro ai criminali, in quanto ciò non garantisce la restituzione dei dati crittografati e incoraggia gli attaccanti a ripetere l’operazione. Noi di Kaspersky stiamo lavorando duramente per aiutare la comunità aziendale a evitare questo tipo di situazioni. È importante che le aziende seguano i principi di sicurezza di base e cerchino soluzioni di sicurezza affidabili per ridurre al minimo il rischio di un incidente ransomware”.

Più imprese in Lombardia, grazie a servizi, edilizia e società di capitali

Nel 1° trimestre 2022 sono oltre 18mila le nuove iscrizioni delle imprese lombarde, confermando la prevalenza delle società di capitali. Unioncamere Lombardia ha pubblicato il rapporto sull’andamento della demografia delle imprese. Le informazioni tratte dalle anagrafi delle Camere di Commercio lombarde evidenziano nei primi tre mesi dell’anno un saldo positivo tra le imprese nuove iscritte (18.333) e le imprese che hanno cancellato la propria posizione (17.423). Normalmente i primi tre mesi dell’anno sono caratterizzati da un saldo negativo, e la causa di tale anomalia è legata ai numeri ancora molto contenuti delle cessazioni, a seguito delle misure di sostegno messe in campo dalle istituzioni per arginare gli effetti della crisi scatenata dal Covid-19.

Le iscrizioni arrivano a 817.563
Le iscrizioni si sono quindi riportate sui livelli precedenti all’emergenza sanitaria, consentendo al tessuto imprenditoriale regionale di portarsi a quota 817.563 posizioni attive, con una crescita su base annua pari al +0,5%. L’incremento del numero di imprese attive è limitato alle sole società di capitali, che crescono quasi del 5%. Si tratta di un processo strutturale esteso a tutto il territorio nazionale, ma che in Lombardia assume particolare rilevanza, data la percentuale molto più elevata rappresentata dalle società di capitale, pari al 34% del totale contro il 25,8% a livello nazionale.

Le attività del terziario trainano la crescita demografica
Le attività del terziario, escluso il commercio e i pubblici esercizi, sono alla base di gran parte della crescita registrata, con un incremento del +2,5% che consente a questo settore di arrivare a rappresentare il 37,6% del tessuto imprenditoriale lombardo. Tra gli altri comparti mostrano un segno positivo solo le costruzioni (+0,5%), che tornano a crescere dopo la battuta d’arresto registrata nel quarto trimestre 2021. Commercio (-1,3%) e alloggio e ristorazione (-0,2%) presentano variazioni negative, abbandonando i segni positivi evidenziati nei trimestri centrali del 2021, mentre industria (-1,3%) e agricoltura (-0,3%) proseguono il trend decrescente che li caratterizza da molti anni.

Il numero di nuove imprese lombarde torna ai livelli precedenti la pandemia
“Nonostante le incertezze del contesto internazionale, che rischiano di influenzare negativamente la ripresa, il numero di nuove imprese in Lombardia è già tornato sui livelli precedenti alla pandemia – ha dichiarato il Presidente di Unioncamere Lombardia Gian Domenico Auricchio -, gli imprenditori dimostrano quindi di avere fiducia nella affidabilità del sistema economico lombardo e sono pronti a mettersi in gioco per dare il loro contributo con lo sviluppo di nuove attività”.

Small business, molto cashless: i giovani imprenditori sempre più digitali

Piccoli e medi imprenditori, commercianti e professionisti sempre più giovani e cashless. Stando all’Osservatorio Small Business di SumUp in Italia, tra il 2021 e il 202, sono cresciuti del 35,6% i giovani imprenditori tra i 25 e i 29 anni titolari di un Conto Aziendale SumUp e del 66,6% quelli tra i 20 e i 24 anni. Gli analisti rilevano che diminuiscono i prelievi di contanti, che a marzo 2022 risultano del 36,3% inferiori rispetto allo stesso periodo del 2021, mentre sono sempre più diffusi gli acquisti online e le modalità di pagamento contactless. 

Alimentari, utility e carburanti le prime voci di spesa dei commercianti

Secondo lo studio, la spesa dei commercianti si concentra prevalentemente su alimentari e utility e cresce l’acquisto di carburante, soprattutto tra febbraio e marzo 2022 (+15%). “Dalla ricerca emerge uno spaccato interessante delle tendenze di spesa e di consumo degli imprenditori italiani, che inevitabilmente riflettono anche gli attuali cambiamenti economici cui stiamo assistendo a livello globale” sottolinea Umberto Zola, Growth Marketing Lead – Merchant Bank di SumUp. “La pandemia – sottolinea il manager- ha messo in difficoltà le aziende di tutte le dimensioni, per cui è senz’altro incoraggiante cominciare a vedere come i giovani si stanno stabilizzando e avviando attività in proprio”.

I pagamenti? Sempre più digitali

“Più in generale, i dati mostrano chiaramente il peso che stanno assumendo la spesa online e i pagamenti cashless, dovuto alla spinta alla digitalizzazione portata dalla pandemia. In SumUp abbiamo l’obiettivo di supportare i nostri commercianti nel miglior modo possibile, adattando i nostri servizi per soddisfare le esigenze in continua evoluzione del panorama aziendale. Proprio l’analisi di queste tendenze ci permette di affiancare al meglio i nostri clienti nelle loro attività” commenta ancora Zola. I dati mostrano, in particolare, che a possedere un Conto Aziendale SumUp nel primo trimestre 2022 sono soprattutto i commercianti tra i 45 e i 49 anni (14,6%% del totale), seguiti dagli imprenditori tra i 40 e i 44 anni (14,1%). I più giovani (tra i 20 e i 29 anni) rappresentano quasi l’11%, ma sono in crescita rispetto al primo trimestre del 2021, quando rappresentavano il 7,4%.

Il cibo più popolare su Internet? È la pizza

È la pizza il cibo più fotografato e condiviso sui social, con più di 22 miliardi di visualizzazioni su TikTok, e 59,1 milioni di hashtag su Instagram. E con un volume di ricerca mensile su Google pari a una media di 13,6 milioni di ricerche nel mondo, e 450mila in Italia.  E dopo la pizza, al secondo posto tra i cibi più popolari su Internet c’è il gelato, che conta 43,9 milioni di hashtag su Instagram e 28 miliardi di visualizzazioni su TikTok. Il sushi occupa il terzo posto in classifica, con circa 7,5 miliardi di visualizzazioni su TikTok, e 32,1 milioni di hashtag su Instagram. È quanto emerge da una ricerca di Lenstore, che ha analizzato i 100 cibi più cliccati su TikTok, Instagram e Google per scoprire quali sono quelli più popolari sui social in Italia e nel mondo.

Agnello, pollo grigliato e salsa di mele i meno cliccati

La ricerca mostra che è l’agnello il cibo meno cliccato sui social e su Google, con 558mila hashtag su Instagram e 54 milioni di visualizzazioni su TikTok. Il volume di ricerca mensile su Google per l’agnello corrisponde a 880 ricerche in Italia e 201mila ricerche nel mondo. Al secondo e al terzo posto tra i cibi meno popolari sui social si classificano il pollo grigliato (1,1 milioni di hashtag su Instagram e 116 milioni di visualizzazioni su TikTok), e la salsa di mele (290mila hashtag su Instagram e 815 milioni di visualizzazioni su TikTok), riporta Ansa.

Pizza, sushi e mango i cibi più social del futuro

Ma Lenstore ha anche provato a prevedere il futuro, stilando una terza classifica, quella relativa ai cibi che saranno più popolari su Internet nel 2025 in Italia e nel mondo. E la pizza è ancora in testa, seguita da sushi e mango nella lista italiana, e con il secondo e terzo posto invertiti, da mango e sushi nella lista mondiale. Ma classifiche a parte, perché fotografare e guardare le foto di cibo sul web? 

Il fenomeno #foodporn

 “Per anni siamo stati esposti a immagini di cibo nelle nostre routine quotidiane – spiega Abigail Cockroft, di Giles Christopher Photography, come riporta GQ -. Ma nulla ha mai avuto su noi lo stesso impatto che ha avuto il fenomeno #foodporn sui social”.
Con l’esplosione dei social, i food blogger di tutto il mondo hanno infatti cominciato a pubblicare i loro scatti senza restrizioni. All’improvviso questo tipo di scatti è diventato sempre più popolare e richiesto – continua la fotografa -, poiché mostrava un modo meno formale e più ‘social’ di presentare online cibi e bevande, alludendo al fatto che tutti possono cucinare e godere del cibo”.

Post-pandemia, per le aziende lo smart working è la modalità definitiva

Le norme introdotte sullo smart working sono state prorogate a fine giugno. Ma cosa succederà dopo? Il 37% delle aziende ha già definito una policy per il rientro al lavoro, il 32% le sta definendo, mentre il 30% è in attesa di capire se ci sarà un’evoluzione della normativa.  In ogni caso, la modalità di lavoro da remoto è stata metabolizzata da aziende e lavoratori. Infatti, il 58% circa delle aziende sta trovando difficoltà ad assumere o trattenere i dipendenti se non viene garantito loro lo smart working, e oltre l’88% conferma che dopo il 30 giugno continuerà a prevedere la possibilità di lavorare da remoto, contro l’11% che esprime un’intenzione contraria. Questo è il quadro generale emerso dall’indagine a cura del centro ricerche Aidp.

La prospettiva è il lavoro ibrido

Il 38% delle aziende afferma poi che i dipendenti potranno lavorare da remoto almeno 2 giorni a settimana e il 14% almeno 1 giorno a settimana, e con percentuali minori, da 3 ai 5 giorni, fino al lavoro in presenza un solo giorno al mese.  Di fatto, le aziende stanno cambiando organizzazione e fisionomia per adeguarsi alla nuova modalità lavorativa ibrida. Il 30% ha già ristrutturato gli spazi fisici dell’azienda per organizzare il lavoro da remoto e una minore presenza fisica, e il 27% ci sta lavorando.

Il diritto alla disconnessione

Anche sul diritto alla disconnessione il 42% delle aziende dichiara di avere introdotte garanzie da questo punto di vista, e il 36% ci sta ragionando. Inoltre, il 46% ha intenzione di adottare suggerimenti e buone prassi specifiche per una migliore gestione del lavoro da remoto, come ad esempio, codici di condotta per i tempi e la partecipazione a videoriunioni, e gestione della corrispondenza mail. Il 75% degli intervistati afferma poi di non avere intenzione di adottare applicativi per il controllo della prestazione lavorativa da remoto. Ma un fenomeno diffuso durante la pandemia è il rientro dei dipendenti nelle regioni del Sud dalle sedi aziendali del Nord ed estere continuando a lavorare da remoto.

Il south working

È il cosiddetto south working, che negli ultimi 24 mesi ha riguardato il 27% delle aziende, e tra i lavoratori, in prevalenza laureati (93% circa), appartenenti alla fascia di età 18-35 anni (59%), e più uomini (60,5%) rispetto alle donne (39,50%).  Dopo il 30 giugno, il 15% delle aziende consentirà ai dipendenti originari del Mezzogiorno di continuare il lavoro in south working, a fronte del 58% che esprime un parere contrario.
Prevale inoltre la contrattazione individuale, riferisce Adnkronos. Solo il 19% delle aziende ha contratti collettivi di regolazione dello smart working, contro il 62% che dichiara di non avere accordi il tal senso, e il 19% ancora in fase di trattativa con i sindacati. Dal punto di vista del contratto individuale sullo smart working, il 56% delle aziende ha già predisposto il testo mentre il 28% ci sta lavorando.

Mercato Immobiliare: nel 2021 cresce, ma c’è cautela per la guerra

Rispetto al 2020 nel 2021 il mercato immobiliare italiano registra un incremento del 34% delle compravendite in ambito residenziale, ma la follia bellica rischia di ridimensionare un quadro altrimenti positivo. Superata la tempesta Covid-19, il mercato immobiliare italiano si trova ora ad affrontare le conseguenze di un’altra sciagura. E il binomio costituito da una domanda di acquisto esuberante e una politica creditizia espansiva, che aveva consentito al settore residenziale di superare l’ondata pandemica, potrebbe uscire ammaccato dall’impatto con la vicenda bellica.
Da quanto emerge dal 1° Rapporto sul Mercato Immobiliare 2022 di Nomisma, è comunque prematuro azzardare ipotesi sulle conseguenze immobiliari della crisi ucraina. Quello che è certo, è il temporaneo deterioramento del clima generale di fiducia. 

Il 94% delle transazioni riguarda le abitazioni

“Al 31 dicembre 2021 sono state effettuate poco meno di 798.000 transazioni, il 94% delle quali per abitazioni. Si tratta di dati non dissimili a quelli del periodo 2006/2007, nel pieno della fase ascendente del ciclo precedente”, commenta Luca Dondi, AD Nomisma.
Il mantenimento di questi straordinari livelli transattivi, che fino a febbraio sembrava lo scenario più verosimile, appare oggi una prospettiva ottimistica. A beneficiarne sono stati tutti i contesti territoriali, con un’accentuazione più marcata nelle localizzazioni periferiche e di provincia. Di certo, la pandemia ha prodotto una rottura rispetto al passato nelle preferenze che orientano la domanda immobiliare, favorendo uno spostamento verso localizzazioni periferiche, purché facilmente accessibili ai servizi e al mercato del lavoro.

Prosegue la parabola discendente dei prezzi

L’inversione della curva dei prezzi, seppur lenta, appare generalizzata indipendentemente dal rango dei mercati urbani, venendo alimentata, oltre che dalla pressione della domanda, dalla pressione inflattiva in atto. La variazione annuale dei prezzi delle abitazioni usate, che in Italia rappresentano il 75% del mercato delle compravendite residenziali, si è attestata quindi all’1,2%, con un campo di variazione che va dal +3,2% di Modena al -1,1% di Salerno.
“L’esuberanza dell’attività transattiva del segmento residenziale ha restituito vitalità anche al mercato delle unità immobiliari d’impresa – aggiunge Dondi -. Il perdurante eccesso di offerta su questo versante non ha, tuttavia, consentito un’inversione di tendenza anche sul fronte dei prezzi, che hanno proseguito, seppure con un’intensità più contenuta, la parabola discendente inaugurata già da molti anni”.

Più acquisti, meno locazioni

Se durante gli anni pre-Covid la domanda di abitazioni tendeva a ripartirsi equamente tra acquisto e locazione, nel periodo pandemico si è spostata verso l’acquisto. Il consuntivo annuale rappresentato dall’indice di performance residenziale del mercato delle compravendite ha registrato un nuovo aumento dopo l’interruzione del 2020 e dei primi mesi del 2021. Nel 2022 la domanda di acquisto si attesta al 56,3% contro il 43,7% della domanda di locazione, che tuttavia recupera 2,5% punti percentuale rispetto al 2021. È dunque prevedibile, che alla luce della tendenza registrata nei primi mesi del 2022, si assista a un progressivo riallineamento delle quote per effetto di un aumento della domanda di locazione.

Grandi dimissioni: i 10 motivi per cui si lascia l’azienda

I lavoratori italiani hanno condotto una profonda riflessione su priorità, carriera e obiettivi professionali, riportando al centro l’interesse per la sicurezza, il benessere, il coinvolgimento e i valori fondanti della vita. E con la ripartenza del mercato del lavoro e la caccia ai talenti, molti sono spinti a un cambiamento, come dimostra il boom di dimissioni volontarie, le cui motivazioni non sono sempre scontate. Dalle relazioni professionali con colleghi e superiori all’aumento di stipendio, dalla ricerca di un lavoro più interessante a più tempo per sé fino al desiderio personale di cambiare, Randstad ha stilato la lista delle 10 ragioni principali per cui i lavoratori scelgono di lasciare un’organizzazione.

Relazioni professionali, contenuto del lavoro, valori aziendali

La prima ragione per cui i lavoratori lasciano un’azienda è il rapporto con i colleghi di livello pari o superiore. Soprattutto nel secondo caso, non necessariamente perché il rapporto è conflittuale, ma perché non allineato ai bisogni di quel momento. L’esperienza collettiva degli ultimi mesi ha poi indotto una riflessione sul significato più profondo della vita e del lavoro. Molte persone cambiano posto alla ricerca di un contenuto di lavoro più interessante e stimolante, più in linea con le aspettative del ruolo professionale che vogliono ricoprire. Ma non c’è solo il tipo di lavoro. Sempre più persone, indipendentemente dal ruolo in azienda, non si dicono più disposte a scendere a compromessi tra i valori prioritari per la loro identità personale e quelli dell’organizzazione in cui operano.

Stipendio, tempo, opportunità di crescita

È il motivo più scontato, ma oggi lo stipendio è determinante in una fase di forte competizione. Se la retribuzione è percepita come insufficiente rispetto al proprio valore, è probabile che un lavoratore sia attratto da offerte migliorative. Da sempre un fattore molto importante, l’equilibrio tra vita privata e professionale, è stato messo a dura prova durante il lockdown. La sua rilevanza è aumentata esponenzialmente, e spesso i lavoratori scappano da condizioni ‘tossiche’, in cui l’attività professionale invade totalmente quella privata. E soprattutto i più giovani chiedono prospettive di crescita, step professionali, stimoli continui.

Specializzazione, clima, lavoro da remoto, desiderio di cambiare

Non sempre si cambia per aumentare di livello. A volte, specie per profili qualificati a inizio carriera, è più interessante un’opportunità di specializzazione in un ambito di interesse, per acquisire conoscenza ed esperienza in un ruolo. L’esperienza del lockdown e la perdita della relazione di molti luoghi di lavoro hanno messo in evidenza anche l’importanza di un ambiente di lavoro accogliente, positivo e stimolante. Ma dopo l’esperienza dello smart working di massa, oggi molti lavoratori ricercano espressamente offerte di lavoro che consentano di svolgere l’attività a distanza con maggiore flessibilità sugli orari. Talvolta però le dimissioni sono parte di un processo che va oltre l’ambito professionale. Cambiare il posto di lavoro può significare dare un taglio alla quotidianità, mettendosi alla prova per dare nuovo significato al proprio percorso.

Food e beverage Made in Italy, boom per l’export

L’agroalimentare italiano ha registrato un vero e proprio exploit nel corso del 2021, conquistando le tavole di tutto il mondo. L’export di prodotti alimentari tricolore, infatti, ha superato i 50 miliardi di euro in valore con un aumento del 15% rispetto al 2019 e dell’11% sul 2020. Lo afferma  un report pubblicato sul settimanale economico del Gambero Rosso, “TreBicchieri” ripreso da Agi.

Un anno straordinario

Conferma la tendenza in atto anche la sesta edizione del forum Agrifood monitor promosso da Nomisma con Crif, sistemi di informazioni creditizie, che parla di performance “sorprendente” per il settore dell’agroalimentare. Tanto  il 2021, viene definito come “un anno straordinario per l’export italiano” secondo il giudizio di Denis Pantini, responsabile agroalimentare di Nomisma, proprio “grazie ad una crescita che ha coinvolto tutti i prodotti, portando a incrementi della quota di mercato dell’Italia in molti mercati mondiali”.

I principali mercati

Tra i principali mercati di sbocco dell’agroalimentare italiano, Stati Uniti e Canada hanno fatto registrare un aumento a valori del 20% rispetto alla situazione pre-pandemica (2019), in Germania il nostro export è cresciuto del 15%, mentre le variazioni più alte si sono toccate in Corea del Sud (+60%) e Cina (+46%), sebbene in quest’ultimo Paese la nostra quota di mercato continui a rimanere marginale (meno del 2% sul valore delle importazioni agroalimentari totali del paese asiatico).  Anche nel Regno Unito post Brexit gli acquisti di prodotti alimentari italiani non sono diminuiti, portando ad una crescita della nostra quota di mercato che dal 5,6% è arrivata oggi al 6,3%, in un trend di riduzione delle importazioni totali di food&beverage.  Dalle indagini è emerso innanzitutto come il food&beverage italiano goda di un ottimo appeal: sia per il consumatore australiano che, soprattutto, per quello inglese, quelli italiani sono i prodotti alimentari esteri più apprezzati grazie in particolare al loro gusto e alla loro ottima qualità (lo indica il 35% in UK e il 23% in Australia). Tale percezione è da ricondurre anche alle eccellenze del nostro alimentare che vengono esportate in tali Paesi e che son ben note ai consumatori: in UK a farla da padrone in termini di notorietà è il Prosecco seguito dal Parmigiano Reggiano e dal Prosciutto di Parma. In Australia invece il primato spetta al Parmigiano Reggiano seguito a breve distanza dal Prosecco e dal Chianti.

Il ruolo dell’e-commerce

In entrambi i Paesi, l’e-commerce per il food&beverage è molto diffuso: il 34% usa spesso internet per acquistare prodotti alimentari e bevande, quota che sale al 45% tra gli inglesi. Si ricorre al web anche per acquisire informazioni sui prodotti da consumare (caratteristiche, storia del produttore, luoghi di produzione): a farlo è il 40% dei consumatori di entrambi i mercati.

Un mondo plastic free: cosa pensano i cittadini del mondo

No alla plastica monouso, anche attraverso l’introduzione di un trattato internazionale in materia: i cittadini del mondo si rivelano sempre più attenti ai temi della sostenibilità e alla tutela del Pianeta. Tanto che la plastica, per la quasi totalità delle persone a livello globale, andrebbe abolita e sostituita con materiali ecocompatibili. A fotografare il sentiment dell’opinione pubblica è l’ultimo sondaggio internazionale di Ipsos, realizzato in collaborazione con Plastic Free July.  Lo studio è stato condotto in 28 Paesi del mondo, intervistando oltre 20.000 adulti sotto i 75 anni, attraverso il Global Advisor di Ipsos, la piattaforma online che mensilmente raccoglie evidenze sulle questioni più attuali generando report e dati costantemente aggiornati. 

Nove persone su dieci favorevoli a un trattato vincolante

In generale, quasi 9 persone su 10 sono favorevoli all’introduzione di un trattato vincolante, a livello internazionale, per contrastare l’inquinamento da plastica e quasi 8 persone su 10 concordano sul fatto che la plastica monouso dovrebbe essere vietata il più presto possibile. In media, nei 28 Paesi esaminati, l’88% degli intervistati crede sia essenziale, molto/abbastanza importante avere un trattato vincolante, a livello internazionale, per contrastare l’inquinamento da plastica. In generale, l’America Latina (LATAM) e il Medio Oriente/Africa, insieme ai Paesi BRIC, mostrano i più alti livelli di accordo sull’importanza di un trattato internazionale. In Italia, la percentuale è maggiore rispetto alla media internazionale: il 94% dei cittadini ritiene fondamentale avere un trattato per contrastare l’inquinamento da plastica. Ancora, una media del 75%, in tutti i Paesi esaminati, concorda sul fatto che la plastica monouso dovrebbe essere vietata il più presto possibile. I Paesi dell’America Latina e del BRIC mostrano i livelli di accordo più alti.  In Italia, anche in questo caso, la percentuale di chi ritiene necessario il divieto della plastica monouso è più alta della media internazionale, con l’83% dei cittadini d’accordo.

Il ruolo del packaging nelle scelte di acquisto

In tutti i Paesi intervistati, una media dell’82% delle persone è d’accordo nel voler comprare prodotti che usino meno imballaggi di plastica possibile. In generale, l’America Latina mostra i livelli più alti d’accordo seguita dalle Nazioni BRIC. Al contrario, il Nord America e i Paesi del G-8 mostrano un livello di consenso più basso.  In Italia, l’86% dei cittadini afferma di essere intenzionata ad acquistare prodotti che utilizzino minor quantità di plastica nel packaging. In media, a livello internazionale, l’85% delle persone ritiene che i produttori e i rivenditori dovrebbero essere responsabili di ridurre, riutilizzare e riciclare i packaging di plastica. 

Le donne sono limitate al lavoro. Lo pensa un italiano su due

Colpa della loro scarsa forza, resistenza e capacità fisica: lo pensa il 46.9% degli italiani e il 43% tra le donne, o del loro carattere (27.9%). Queste le ragioni per cui le donne hanno dei limiti nel mondo del lavoro. Ed ecco perché la parità di genere è ancora un miraggio per la metà degli italiani (49,8%), e non solo sul lavoro. Per gli italiani le donne hanno dei limiti quando si parla di accesso alle professioni e al mondo del lavoro. Tanto che una donna su quattro crede che carriera lavorativa, leadership politica, guadagno da lavoro siano ‘naturalmente’ a maggiore appannaggio degli uomini. Si tratta di quanto emerge dall’indagine Inclusion, condotta da AstraRicerche per Gilead Sciences, su un campione rappresentativo della popolazione italiana.

Differenze di genere più marcate per carriera e ruoli di leadership

Dall’indagine emerge in particolare come gli ambiti in cui le differenze di genere sono più forti riguardano la carriera lavorativa, tanto nella possibilità di ricoprire ruoli ‘alti’, quanto nella leadership politica e amministrativa, e nel guadagno da lavoro. A pensarlo sono soprattutto le donne (67%), ma la percezione degli uomini non è poi così diversa (56%).

E ancora, oltre un italiano su 5 pensa che se in una coppia eterosessuale entrambi lavorano è giusto che l’uomo abbia maggiore opportunità di crescita professionale/lavorativa.
Non solo, la stessa percentuale sostiene che ‘le bambine che amano giocare con i giochi tipici dei bambini’ (robot, costruzioni ecc.) e i bambini che amano quelli ‘tipici’ delle bambine (bambole, mini-cucina giocattolo ecc.) cresceranno con confusione nella loro mente sui ruoli di donne e uomini.

Il valore dei progetti di ricerca indipendenti

In continuità con il suo impegno a favore della parità di genere e dell’inclusione Gilead riconosce il valore dei progetti di ricerca indipendenti di ricercatrici e ricercatori italiani grazie al Fellowship Program, bando di concorso che premia la ricerca scientifica che migliora la qualità di vita dei pazienti, gli esiti della malattia o favorisce il raggiungimento di obiettivi di salute pubblica nell’area delle malattie infettive e oncoematologiche, giunto quest’anno alla sua undicesima edizione.
Nel corso dei primi 10 anni attraverso il Bando sono stati erogati quasi 9 milioni di euro per la realizzazione di oltre 360 progetti a cui ha partecipato la comunità scientifica italiana, senza distinzione di genere. Il Bando ha visto infatti un’ampia partecipazione femminile, a cui si deve poco meno del 50% dei progetti presentati e di quelli finanziati.

Un Premio speciale dedicato alle minoranze

Con la nuova edizione dei Bandi Gilead, in partenza il 28 febbraio, viene confermata per il secondo anno consecutivo l’erogazione di un Premio speciale dedicato alle tematiche di Inclusion&Diversity. Quest’anno, riferisce Adnkronos, il premio è rivolto a sottogruppi di popolazione culturalmente minoritari e discriminati all’interno della loro comunità di appartenenza, o a gruppi sociali che siano penalizzati, oltre che dalla condizione socioeconomica, anche dall’isolamento e dallo scarso interesse da parte del terzo settore.