Il cibo più popolare su Internet? È la pizza

È la pizza il cibo più fotografato e condiviso sui social, con più di 22 miliardi di visualizzazioni su TikTok, e 59,1 milioni di hashtag su Instagram. E con un volume di ricerca mensile su Google pari a una media di 13,6 milioni di ricerche nel mondo, e 450mila in Italia.  E dopo la pizza, al secondo posto tra i cibi più popolari su Internet c’è il gelato, che conta 43,9 milioni di hashtag su Instagram e 28 miliardi di visualizzazioni su TikTok. Il sushi occupa il terzo posto in classifica, con circa 7,5 miliardi di visualizzazioni su TikTok, e 32,1 milioni di hashtag su Instagram. È quanto emerge da una ricerca di Lenstore, che ha analizzato i 100 cibi più cliccati su TikTok, Instagram e Google per scoprire quali sono quelli più popolari sui social in Italia e nel mondo.

Agnello, pollo grigliato e salsa di mele i meno cliccati

La ricerca mostra che è l’agnello il cibo meno cliccato sui social e su Google, con 558mila hashtag su Instagram e 54 milioni di visualizzazioni su TikTok. Il volume di ricerca mensile su Google per l’agnello corrisponde a 880 ricerche in Italia e 201mila ricerche nel mondo. Al secondo e al terzo posto tra i cibi meno popolari sui social si classificano il pollo grigliato (1,1 milioni di hashtag su Instagram e 116 milioni di visualizzazioni su TikTok), e la salsa di mele (290mila hashtag su Instagram e 815 milioni di visualizzazioni su TikTok), riporta Ansa.

Pizza, sushi e mango i cibi più social del futuro

Ma Lenstore ha anche provato a prevedere il futuro, stilando una terza classifica, quella relativa ai cibi che saranno più popolari su Internet nel 2025 in Italia e nel mondo. E la pizza è ancora in testa, seguita da sushi e mango nella lista italiana, e con il secondo e terzo posto invertiti, da mango e sushi nella lista mondiale. Ma classifiche a parte, perché fotografare e guardare le foto di cibo sul web? 

Il fenomeno #foodporn

 “Per anni siamo stati esposti a immagini di cibo nelle nostre routine quotidiane – spiega Abigail Cockroft, di Giles Christopher Photography, come riporta GQ -. Ma nulla ha mai avuto su noi lo stesso impatto che ha avuto il fenomeno #foodporn sui social”.
Con l’esplosione dei social, i food blogger di tutto il mondo hanno infatti cominciato a pubblicare i loro scatti senza restrizioni. All’improvviso questo tipo di scatti è diventato sempre più popolare e richiesto – continua la fotografa -, poiché mostrava un modo meno formale e più ‘social’ di presentare online cibi e bevande, alludendo al fatto che tutti possono cucinare e godere del cibo”.

Post-pandemia, per le aziende lo smart working è la modalità definitiva

Le norme introdotte sullo smart working sono state prorogate a fine giugno. Ma cosa succederà dopo? Il 37% delle aziende ha già definito una policy per il rientro al lavoro, il 32% le sta definendo, mentre il 30% è in attesa di capire se ci sarà un’evoluzione della normativa.  In ogni caso, la modalità di lavoro da remoto è stata metabolizzata da aziende e lavoratori. Infatti, il 58% circa delle aziende sta trovando difficoltà ad assumere o trattenere i dipendenti se non viene garantito loro lo smart working, e oltre l’88% conferma che dopo il 30 giugno continuerà a prevedere la possibilità di lavorare da remoto, contro l’11% che esprime un’intenzione contraria. Questo è il quadro generale emerso dall’indagine a cura del centro ricerche Aidp.

La prospettiva è il lavoro ibrido

Il 38% delle aziende afferma poi che i dipendenti potranno lavorare da remoto almeno 2 giorni a settimana e il 14% almeno 1 giorno a settimana, e con percentuali minori, da 3 ai 5 giorni, fino al lavoro in presenza un solo giorno al mese.  Di fatto, le aziende stanno cambiando organizzazione e fisionomia per adeguarsi alla nuova modalità lavorativa ibrida. Il 30% ha già ristrutturato gli spazi fisici dell’azienda per organizzare il lavoro da remoto e una minore presenza fisica, e il 27% ci sta lavorando.

Il diritto alla disconnessione

Anche sul diritto alla disconnessione il 42% delle aziende dichiara di avere introdotte garanzie da questo punto di vista, e il 36% ci sta ragionando. Inoltre, il 46% ha intenzione di adottare suggerimenti e buone prassi specifiche per una migliore gestione del lavoro da remoto, come ad esempio, codici di condotta per i tempi e la partecipazione a videoriunioni, e gestione della corrispondenza mail. Il 75% degli intervistati afferma poi di non avere intenzione di adottare applicativi per il controllo della prestazione lavorativa da remoto. Ma un fenomeno diffuso durante la pandemia è il rientro dei dipendenti nelle regioni del Sud dalle sedi aziendali del Nord ed estere continuando a lavorare da remoto.

Il south working

È il cosiddetto south working, che negli ultimi 24 mesi ha riguardato il 27% delle aziende, e tra i lavoratori, in prevalenza laureati (93% circa), appartenenti alla fascia di età 18-35 anni (59%), e più uomini (60,5%) rispetto alle donne (39,50%).  Dopo il 30 giugno, il 15% delle aziende consentirà ai dipendenti originari del Mezzogiorno di continuare il lavoro in south working, a fronte del 58% che esprime un parere contrario.
Prevale inoltre la contrattazione individuale, riferisce Adnkronos. Solo il 19% delle aziende ha contratti collettivi di regolazione dello smart working, contro il 62% che dichiara di non avere accordi il tal senso, e il 19% ancora in fase di trattativa con i sindacati. Dal punto di vista del contratto individuale sullo smart working, il 56% delle aziende ha già predisposto il testo mentre il 28% ci sta lavorando.

Mercato Immobiliare: nel 2021 cresce, ma c’è cautela per la guerra

Rispetto al 2020 nel 2021 il mercato immobiliare italiano registra un incremento del 34% delle compravendite in ambito residenziale, ma la follia bellica rischia di ridimensionare un quadro altrimenti positivo. Superata la tempesta Covid-19, il mercato immobiliare italiano si trova ora ad affrontare le conseguenze di un’altra sciagura. E il binomio costituito da una domanda di acquisto esuberante e una politica creditizia espansiva, che aveva consentito al settore residenziale di superare l’ondata pandemica, potrebbe uscire ammaccato dall’impatto con la vicenda bellica.
Da quanto emerge dal 1° Rapporto sul Mercato Immobiliare 2022 di Nomisma, è comunque prematuro azzardare ipotesi sulle conseguenze immobiliari della crisi ucraina. Quello che è certo, è il temporaneo deterioramento del clima generale di fiducia. 

Il 94% delle transazioni riguarda le abitazioni

“Al 31 dicembre 2021 sono state effettuate poco meno di 798.000 transazioni, il 94% delle quali per abitazioni. Si tratta di dati non dissimili a quelli del periodo 2006/2007, nel pieno della fase ascendente del ciclo precedente”, commenta Luca Dondi, AD Nomisma.
Il mantenimento di questi straordinari livelli transattivi, che fino a febbraio sembrava lo scenario più verosimile, appare oggi una prospettiva ottimistica. A beneficiarne sono stati tutti i contesti territoriali, con un’accentuazione più marcata nelle localizzazioni periferiche e di provincia. Di certo, la pandemia ha prodotto una rottura rispetto al passato nelle preferenze che orientano la domanda immobiliare, favorendo uno spostamento verso localizzazioni periferiche, purché facilmente accessibili ai servizi e al mercato del lavoro.

Prosegue la parabola discendente dei prezzi

L’inversione della curva dei prezzi, seppur lenta, appare generalizzata indipendentemente dal rango dei mercati urbani, venendo alimentata, oltre che dalla pressione della domanda, dalla pressione inflattiva in atto. La variazione annuale dei prezzi delle abitazioni usate, che in Italia rappresentano il 75% del mercato delle compravendite residenziali, si è attestata quindi all’1,2%, con un campo di variazione che va dal +3,2% di Modena al -1,1% di Salerno.
“L’esuberanza dell’attività transattiva del segmento residenziale ha restituito vitalità anche al mercato delle unità immobiliari d’impresa – aggiunge Dondi -. Il perdurante eccesso di offerta su questo versante non ha, tuttavia, consentito un’inversione di tendenza anche sul fronte dei prezzi, che hanno proseguito, seppure con un’intensità più contenuta, la parabola discendente inaugurata già da molti anni”.

Più acquisti, meno locazioni

Se durante gli anni pre-Covid la domanda di abitazioni tendeva a ripartirsi equamente tra acquisto e locazione, nel periodo pandemico si è spostata verso l’acquisto. Il consuntivo annuale rappresentato dall’indice di performance residenziale del mercato delle compravendite ha registrato un nuovo aumento dopo l’interruzione del 2020 e dei primi mesi del 2021. Nel 2022 la domanda di acquisto si attesta al 56,3% contro il 43,7% della domanda di locazione, che tuttavia recupera 2,5% punti percentuale rispetto al 2021. È dunque prevedibile, che alla luce della tendenza registrata nei primi mesi del 2022, si assista a un progressivo riallineamento delle quote per effetto di un aumento della domanda di locazione.

Grandi dimissioni: i 10 motivi per cui si lascia l’azienda

I lavoratori italiani hanno condotto una profonda riflessione su priorità, carriera e obiettivi professionali, riportando al centro l’interesse per la sicurezza, il benessere, il coinvolgimento e i valori fondanti della vita. E con la ripartenza del mercato del lavoro e la caccia ai talenti, molti sono spinti a un cambiamento, come dimostra il boom di dimissioni volontarie, le cui motivazioni non sono sempre scontate. Dalle relazioni professionali con colleghi e superiori all’aumento di stipendio, dalla ricerca di un lavoro più interessante a più tempo per sé fino al desiderio personale di cambiare, Randstad ha stilato la lista delle 10 ragioni principali per cui i lavoratori scelgono di lasciare un’organizzazione.

Relazioni professionali, contenuto del lavoro, valori aziendali

La prima ragione per cui i lavoratori lasciano un’azienda è il rapporto con i colleghi di livello pari o superiore. Soprattutto nel secondo caso, non necessariamente perché il rapporto è conflittuale, ma perché non allineato ai bisogni di quel momento. L’esperienza collettiva degli ultimi mesi ha poi indotto una riflessione sul significato più profondo della vita e del lavoro. Molte persone cambiano posto alla ricerca di un contenuto di lavoro più interessante e stimolante, più in linea con le aspettative del ruolo professionale che vogliono ricoprire. Ma non c’è solo il tipo di lavoro. Sempre più persone, indipendentemente dal ruolo in azienda, non si dicono più disposte a scendere a compromessi tra i valori prioritari per la loro identità personale e quelli dell’organizzazione in cui operano.

Stipendio, tempo, opportunità di crescita

È il motivo più scontato, ma oggi lo stipendio è determinante in una fase di forte competizione. Se la retribuzione è percepita come insufficiente rispetto al proprio valore, è probabile che un lavoratore sia attratto da offerte migliorative. Da sempre un fattore molto importante, l’equilibrio tra vita privata e professionale, è stato messo a dura prova durante il lockdown. La sua rilevanza è aumentata esponenzialmente, e spesso i lavoratori scappano da condizioni ‘tossiche’, in cui l’attività professionale invade totalmente quella privata. E soprattutto i più giovani chiedono prospettive di crescita, step professionali, stimoli continui.

Specializzazione, clima, lavoro da remoto, desiderio di cambiare

Non sempre si cambia per aumentare di livello. A volte, specie per profili qualificati a inizio carriera, è più interessante un’opportunità di specializzazione in un ambito di interesse, per acquisire conoscenza ed esperienza in un ruolo. L’esperienza del lockdown e la perdita della relazione di molti luoghi di lavoro hanno messo in evidenza anche l’importanza di un ambiente di lavoro accogliente, positivo e stimolante. Ma dopo l’esperienza dello smart working di massa, oggi molti lavoratori ricercano espressamente offerte di lavoro che consentano di svolgere l’attività a distanza con maggiore flessibilità sugli orari. Talvolta però le dimissioni sono parte di un processo che va oltre l’ambito professionale. Cambiare il posto di lavoro può significare dare un taglio alla quotidianità, mettendosi alla prova per dare nuovo significato al proprio percorso.

Food e beverage Made in Italy, boom per l’export

L’agroalimentare italiano ha registrato un vero e proprio exploit nel corso del 2021, conquistando le tavole di tutto il mondo. L’export di prodotti alimentari tricolore, infatti, ha superato i 50 miliardi di euro in valore con un aumento del 15% rispetto al 2019 e dell’11% sul 2020. Lo afferma  un report pubblicato sul settimanale economico del Gambero Rosso, “TreBicchieri” ripreso da Agi.

Un anno straordinario

Conferma la tendenza in atto anche la sesta edizione del forum Agrifood monitor promosso da Nomisma con Crif, sistemi di informazioni creditizie, che parla di performance “sorprendente” per il settore dell’agroalimentare. Tanto  il 2021, viene definito come “un anno straordinario per l’export italiano” secondo il giudizio di Denis Pantini, responsabile agroalimentare di Nomisma, proprio “grazie ad una crescita che ha coinvolto tutti i prodotti, portando a incrementi della quota di mercato dell’Italia in molti mercati mondiali”.

I principali mercati

Tra i principali mercati di sbocco dell’agroalimentare italiano, Stati Uniti e Canada hanno fatto registrare un aumento a valori del 20% rispetto alla situazione pre-pandemica (2019), in Germania il nostro export è cresciuto del 15%, mentre le variazioni più alte si sono toccate in Corea del Sud (+60%) e Cina (+46%), sebbene in quest’ultimo Paese la nostra quota di mercato continui a rimanere marginale (meno del 2% sul valore delle importazioni agroalimentari totali del paese asiatico).  Anche nel Regno Unito post Brexit gli acquisti di prodotti alimentari italiani non sono diminuiti, portando ad una crescita della nostra quota di mercato che dal 5,6% è arrivata oggi al 6,3%, in un trend di riduzione delle importazioni totali di food&beverage.  Dalle indagini è emerso innanzitutto come il food&beverage italiano goda di un ottimo appeal: sia per il consumatore australiano che, soprattutto, per quello inglese, quelli italiani sono i prodotti alimentari esteri più apprezzati grazie in particolare al loro gusto e alla loro ottima qualità (lo indica il 35% in UK e il 23% in Australia). Tale percezione è da ricondurre anche alle eccellenze del nostro alimentare che vengono esportate in tali Paesi e che son ben note ai consumatori: in UK a farla da padrone in termini di notorietà è il Prosecco seguito dal Parmigiano Reggiano e dal Prosciutto di Parma. In Australia invece il primato spetta al Parmigiano Reggiano seguito a breve distanza dal Prosecco e dal Chianti.

Il ruolo dell’e-commerce

In entrambi i Paesi, l’e-commerce per il food&beverage è molto diffuso: il 34% usa spesso internet per acquistare prodotti alimentari e bevande, quota che sale al 45% tra gli inglesi. Si ricorre al web anche per acquisire informazioni sui prodotti da consumare (caratteristiche, storia del produttore, luoghi di produzione): a farlo è il 40% dei consumatori di entrambi i mercati.

Un mondo plastic free: cosa pensano i cittadini del mondo

No alla plastica monouso, anche attraverso l’introduzione di un trattato internazionale in materia: i cittadini del mondo si rivelano sempre più attenti ai temi della sostenibilità e alla tutela del Pianeta. Tanto che la plastica, per la quasi totalità delle persone a livello globale, andrebbe abolita e sostituita con materiali ecocompatibili. A fotografare il sentiment dell’opinione pubblica è l’ultimo sondaggio internazionale di Ipsos, realizzato in collaborazione con Plastic Free July.  Lo studio è stato condotto in 28 Paesi del mondo, intervistando oltre 20.000 adulti sotto i 75 anni, attraverso il Global Advisor di Ipsos, la piattaforma online che mensilmente raccoglie evidenze sulle questioni più attuali generando report e dati costantemente aggiornati. 

Nove persone su dieci favorevoli a un trattato vincolante

In generale, quasi 9 persone su 10 sono favorevoli all’introduzione di un trattato vincolante, a livello internazionale, per contrastare l’inquinamento da plastica e quasi 8 persone su 10 concordano sul fatto che la plastica monouso dovrebbe essere vietata il più presto possibile. In media, nei 28 Paesi esaminati, l’88% degli intervistati crede sia essenziale, molto/abbastanza importante avere un trattato vincolante, a livello internazionale, per contrastare l’inquinamento da plastica. In generale, l’America Latina (LATAM) e il Medio Oriente/Africa, insieme ai Paesi BRIC, mostrano i più alti livelli di accordo sull’importanza di un trattato internazionale. In Italia, la percentuale è maggiore rispetto alla media internazionale: il 94% dei cittadini ritiene fondamentale avere un trattato per contrastare l’inquinamento da plastica. Ancora, una media del 75%, in tutti i Paesi esaminati, concorda sul fatto che la plastica monouso dovrebbe essere vietata il più presto possibile. I Paesi dell’America Latina e del BRIC mostrano i livelli di accordo più alti.  In Italia, anche in questo caso, la percentuale di chi ritiene necessario il divieto della plastica monouso è più alta della media internazionale, con l’83% dei cittadini d’accordo.

Il ruolo del packaging nelle scelte di acquisto

In tutti i Paesi intervistati, una media dell’82% delle persone è d’accordo nel voler comprare prodotti che usino meno imballaggi di plastica possibile. In generale, l’America Latina mostra i livelli più alti d’accordo seguita dalle Nazioni BRIC. Al contrario, il Nord America e i Paesi del G-8 mostrano un livello di consenso più basso.  In Italia, l’86% dei cittadini afferma di essere intenzionata ad acquistare prodotti che utilizzino minor quantità di plastica nel packaging. In media, a livello internazionale, l’85% delle persone ritiene che i produttori e i rivenditori dovrebbero essere responsabili di ridurre, riutilizzare e riciclare i packaging di plastica. 

Le donne sono limitate al lavoro. Lo pensa un italiano su due

Colpa della loro scarsa forza, resistenza e capacità fisica: lo pensa il 46.9% degli italiani e il 43% tra le donne, o del loro carattere (27.9%). Queste le ragioni per cui le donne hanno dei limiti nel mondo del lavoro. Ed ecco perché la parità di genere è ancora un miraggio per la metà degli italiani (49,8%), e non solo sul lavoro. Per gli italiani le donne hanno dei limiti quando si parla di accesso alle professioni e al mondo del lavoro. Tanto che una donna su quattro crede che carriera lavorativa, leadership politica, guadagno da lavoro siano ‘naturalmente’ a maggiore appannaggio degli uomini. Si tratta di quanto emerge dall’indagine Inclusion, condotta da AstraRicerche per Gilead Sciences, su un campione rappresentativo della popolazione italiana.

Differenze di genere più marcate per carriera e ruoli di leadership

Dall’indagine emerge in particolare come gli ambiti in cui le differenze di genere sono più forti riguardano la carriera lavorativa, tanto nella possibilità di ricoprire ruoli ‘alti’, quanto nella leadership politica e amministrativa, e nel guadagno da lavoro. A pensarlo sono soprattutto le donne (67%), ma la percezione degli uomini non è poi così diversa (56%).

E ancora, oltre un italiano su 5 pensa che se in una coppia eterosessuale entrambi lavorano è giusto che l’uomo abbia maggiore opportunità di crescita professionale/lavorativa.
Non solo, la stessa percentuale sostiene che ‘le bambine che amano giocare con i giochi tipici dei bambini’ (robot, costruzioni ecc.) e i bambini che amano quelli ‘tipici’ delle bambine (bambole, mini-cucina giocattolo ecc.) cresceranno con confusione nella loro mente sui ruoli di donne e uomini.

Il valore dei progetti di ricerca indipendenti

In continuità con il suo impegno a favore della parità di genere e dell’inclusione Gilead riconosce il valore dei progetti di ricerca indipendenti di ricercatrici e ricercatori italiani grazie al Fellowship Program, bando di concorso che premia la ricerca scientifica che migliora la qualità di vita dei pazienti, gli esiti della malattia o favorisce il raggiungimento di obiettivi di salute pubblica nell’area delle malattie infettive e oncoematologiche, giunto quest’anno alla sua undicesima edizione.
Nel corso dei primi 10 anni attraverso il Bando sono stati erogati quasi 9 milioni di euro per la realizzazione di oltre 360 progetti a cui ha partecipato la comunità scientifica italiana, senza distinzione di genere. Il Bando ha visto infatti un’ampia partecipazione femminile, a cui si deve poco meno del 50% dei progetti presentati e di quelli finanziati.

Un Premio speciale dedicato alle minoranze

Con la nuova edizione dei Bandi Gilead, in partenza il 28 febbraio, viene confermata per il secondo anno consecutivo l’erogazione di un Premio speciale dedicato alle tematiche di Inclusion&Diversity. Quest’anno, riferisce Adnkronos, il premio è rivolto a sottogruppi di popolazione culturalmente minoritari e discriminati all’interno della loro comunità di appartenenza, o a gruppi sociali che siano penalizzati, oltre che dalla condizione socioeconomica, anche dall’isolamento e dallo scarso interesse da parte del terzo settore.

In Italia decolla la Space Economy 

Forse pochi sanno che l’Italia è il sesto paese al mondo per spese spaziali in relazione al Pil. Ciò significa che la cosiddetta Space Economy ha una rilevanza di tutto rispetto nella nostra economia, ancora più significativa in un’ottica di ulteriore sviluppo. E il 2021 è stato un anno importante per la Space Economy italiana, la catena del valore che dalla ricerca, sviluppo e realizzazione delle infrastrutture spaziali genera prodotti e servizi innovativi basati sullo spazio, riconosciuta uno dei fattori chiave per la competitività e lo sviluppo sociale del Paese. Dalle aziende dell’industria spaziale (il cosiddetto Upstream), agli IT provider e system integrator (Downstream) fino alle imprese utenti finali, è convinzione diffusa che le tecnologie satellitari in combinazione con le tecnologie digitali più avanzate siano oggi un driver fondamentale per l’innovazione e la sostenibilità nei settori più diversi. In questa prospettiva saranno mobilizzati nei prossimi anni ingenti investimenti pubblici e privati.

Gli investimenti in Space Economy

Sono davvero significativi gli investimenti in Space Economy in tutto il mondo. A livello globale, si parla di una stima per la somma dei budget governativi che oscilla fra 86,9 miliardi e 100,7 miliardi di dollari. Per entità di spesa, nell’anno fiscale 2021, appena dopo gli Stati Uniti (ampiamente al primo posto nel mondo con gli 43,01 miliardi di dollari), viene l’Europa con 11,48 miliardi di dollari, seguita da Cina, Russia, Giappone e India: grazie a Copernicus, EGNOS e Galileo, l’UE possiede sistemi spaziali di livello mondiale, con più di 30 satelliti in orbita (e l’intenzione di raddoppiarli nei prossimi 10-15 anni) e una previsione di spesa di 14,8 miliardi di euro nel periodo 2021-2027, la somma più alta mai stanziata prima.

L’Italia ha un’agenzia spaziale

A livello mondiale, sono 88 i paesi che investono in programmi spaziali. In particolare, ce ne sono 14 che hanno anche capacità di lancio; l’Italia è tra i 9 dotati di un’agenzia spaziale con un budget di oltre 1 miliardo di dollari all’anno. I dati sono emersi dall’Osservatorio Space Economy della School of Management del Politecnico di Milano. Analizzando gli investimenti dei singoli paesi in relazione al PIL (0,06% nel 2019), il nostro paese si colloca al sesto posto al mondo, dopo Russia, Usa, Francia, India e Germania, e al terzo in Europa. Con 589,9 milioni di euro, l’Italia è il terzo contribuente all’European Space Agency nel 2021, dopo Francia (1065,8 milioni) e Germania (968,6). Ma sono significativi anche gli investimenti privati nelle startup della Space Economy. Nel 2021, si stimano complessivamente 12,3 miliardi di euro di finanziamenti a livello globale, una cifra rilevante con un sempre maggiore coinvolgimento del mercato azionario: ben 606 imprese nel 2021 si sono quotate tramite il meccanismo di SPAC (Special Purpose Acquisition Company), contro una sola nel 2020. A fronte di questi investimenti, si stima che il mercato della Space Economy valga oggi 371 miliardi di dollari di ricavi a livello globale, di cui il 73% riconducibile all’industria satellitare (che include servizi satellitari di telecomunicazione, navigazione ed osservazione della Terra, prodotti per l’equipaggiamento a Terra come sensori, antenne o GPS). 

Quando fare installare un depuratore d’acqua in casa?

La priorità assoluta per tutti noi è quella avere accesso ad un acqua da bere che sia pulita e salutare. L’acqua è infatti un bene primario e sulla sua qualità non è possibile effettuare alcun tipo di compromesso.

Essa deve per questo essere perfettamente potabile e contenere tutti quegli elementi e minerali di cui il nostro organismo ha bisogno per rimanere in buona salute. Al contrario, non deve contenere tutte quelle sostanze inquinanti o nocive che possono a qualsiasi titolo avere ripercussioni negative sulla nostra salute.

Consideriamo tra l’altro che non adoperiamo l’acqua soltanto per bere, ma anche per cucinare i cibi e preparare determinati alimenti, nonché la adoperiamo per l’igiene personale quotidiano.

Quindi i motivi per i quali abbiamo bisogno di un acqua sicura sono certamente molteplici, motivo per il quale facciamo bene a pensarci in maniera concreta.

L’acqua che arriva fino al rubinetto di casa è sicura?

Di norma, l’acqua che arriva fino al rubinetto di casa ha una buona qualità, dato che è controllata dalle società che gestiscono gli acquedotti pubblici. Tale acqua viene convogliata all’interno di enormi vasche, ed è costantemente monitorata dal punto di vista chimico.

Qualora dovesse esserci la necessità di intervenire per risolvere una determinata condizione o per migliorare la qualità dell’acqua, vengono apportati determinati trattamenti che hanno proprio lo scopo di rendere l’acqua perfettamente salubre e quindi idonea al consumo alimentare.

Chiaramente, prima di essere immessa nel circuito l’acqua viene sottoposta a specifici tipi di controlli microbiologici e chimici finali, per avere la certezza che essa sia perfettamente potabile al 100%.

L’unico problema potrebbe derivare dal tratto finale delle tubature, ovvero quello che arriva fino in casa dell’utente. Se le tubature infatti sono particolarmente vecchie, queste potrebbero essere ossidate e rilasciare all’acqua un forte sapore di ferro.

In questo caso la società che gestisce l’acqua pubblica non ha alcuna responsabilità, ma al contrario deve essere il condominio ad aggiornare il tratto finale delle tubature, così da migliorare la qualità dell’acqua.

Fino ad allora però, l’unico modo per migliorare la qualità dell’acqua è quello di far installare un depuratore. I depuratori domestici sono infatti in grado di eliminare dall’acqua determinati elementi che pregiudicano la perfetta salubrità dell’acqua. Ciò vale non soltanto per l’eccessiva presenza di ferro ma anche ad esempio per una eccessiva presenza di cloro o eventuali elementi in sospensione che sono in grado di pregiudicare la qualità dell’acqua.

Di solito i depuratori ad osmosi inversa sono perfetti per risolvere questo tipo di necessità, ed è possibile scegliere il modello da acquistare dando un’occhiata anche online e confrontando i diversi modelli di depuratore d’acqua per la casa, scegliendo quello più conveniente e adatto alle proprie esigenze.

In particolar modo i modelli ad osmosi inversa funzionano tramite la forzatura del passaggio dell’acqua attraverso una membrana che è in grado di filtrarla e trattenere ogni impurità.

In questa maniera si ha la certezza di andare a bere un acqua decisamente più leggera e soprattutto salutare.

Molti modelli di depuratori ad osmosi inversa oggi presentano anche il gasatore, che consente di avere acqua perfettamente gasata a proprio piacimento. Questa è un’altra caratteristica da considerare, dato che è in grado di rendere veramente un buon servizio a tutta la famiglia.

Dunque in tutti quei casi in cui l’acqua che arriva al rubinetto di casa ha un cattivo sapore, sa troppo di cloro, presenta degli elementi in sospensione o è visivamente poco chiara e dunque torbida, è possibile andare ad installare un depuratore d’acqua grazie al quale migliorare notevolmente la sua qualità ed avere così finalmente la certezza di bere in totale sicurezza, bicchiere dopo bicchiere, per la gioia di tutta la famiglia.

Nel 2021 richieste in calo per i mutui, ma sale l’importo medio

Malgrado il progressivo recupero delle compravendite residenziali e dei prezzi al metro quadro nel 2021 il mercato dei mutui immobiliari risente ancora degli effetti della pandemia. Nel complesso si registra una lieve flessione delle richieste, pari a -0,2% rispetto al 2020, anno in cui si era registrata una crescita del +2,8% rispetto al 2019.
Il 2021 è stato un anno particolare per i mutui, con richieste in calo ma importi erogati in aumento, e un mercato sostenuto dalle generazioni più giovani, grazie agli incentivi governativi e i mutui green. Più in particolare, secondo l’analisi sul patrimonio informativo di EURISC, il Sistema di Informazioni Creditizie gestito da CRIF, a dicembre 2021 le richieste di mutui presentate dalle famiglie italiane sono calate del -19%, seguendo un andamento in discesa iniziato a giugno.

L’importo medio si attesta a 139.110 euro

Nel 2021 la performance negativa delle richieste risente del calo delle surroghe, che hanno accentuato la contrazione dei volumi a causa del ridimensionamento fisiologico dei contratti per i quali la rottamazione risulta ancora vantaggiosa.
L’importo medio richiesto durante l’anno si è attestato però a 139.110 euro, in crescita del +4,1% rispetto al 2020. Nel complesso quasi i 3/4 delle richieste presenta un importo al di sotto dei 150.000 euro, a conferma della propensione delle famiglie a orientarsi verso soluzioni in grado di pesare il meno possibile sul bilancio familiare.
La distribuzione per fasce di importo nel 2021 è risultata non molto differente rispetto all’anno precedente, con una contrazione delle richieste solamente nella classe inferiore ai 75.000 euro, dove tipicamente si concentrano i mutui di sostituzione.

Per oltre l’80% dei mutui la durata è superiore ai 15 anni

A conferma della propensione delle famiglie a orientarsi verso soluzioni in grado di pesare il meno possibile sul proprio bilancio, nel 2021 oltre l’80% delle richieste di mutuo si è caratterizzato per una durata superiore ai 15 anni, in modo da spalmare il piano di rimborso su un arco temporale di lungo periodo.
Una tendenza ulteriormente accentuate rispetto al passato, con una crescita proprio dei piani di rimborso di maggior durata.
Analizzando la distribuzione delle richieste in relazione all’età del richiedente emerge poi un significativo abbassamento dell’età media.

Un mercato trainato dalla fascia di età tra 35 e 44 anni

Se al primo posto per numero di richieste si conferma nuovamente la fascia compresa tra i 35 e i 44 anni, con il 32,4% del totale, tutte le classi mostrano una contrazione rispetto alla corrispondente rilevazione del 2020. A eccezione degli under 35, che stimolati dagli incentivi varati dal Governo, sono arrivati a spiegare il 30,5% del totale, contro il 27,5% dell’anno precedente. Tra i driver che hanno inciso positivamente sull’andamento della domanda, sicuramente vanno segnalati i mutui di ristrutturazione, e soprattutto, i mutui green per l’efficientamento energetico dell’abitazione, arrivati a spiegare l’8% sul totale dei mutui acquisto, e l’11% di quelli per ristrutturazione.