Di tutto un pò…

Nel 2021 richieste in calo per i mutui, ma sale l’importo medio

Malgrado il progressivo recupero delle compravendite residenziali e dei prezzi al metro quadro nel 2021 il mercato dei mutui immobiliari risente ancora degli effetti della pandemia. Nel complesso si registra una lieve flessione delle richieste, pari a -0,2% rispetto al 2020, anno in cui si era registrata una crescita del +2,8% rispetto al 2019.
Il 2021 è stato un anno particolare per i mutui, con richieste in calo ma importi erogati in aumento, e un mercato sostenuto dalle generazioni più giovani, grazie agli incentivi governativi e i mutui green. Più in particolare, secondo l’analisi sul patrimonio informativo di EURISC, il Sistema di Informazioni Creditizie gestito da CRIF, a dicembre 2021 le richieste di mutui presentate dalle famiglie italiane sono calate del -19%, seguendo un andamento in discesa iniziato a giugno.

L’importo medio si attesta a 139.110 euro

Nel 2021 la performance negativa delle richieste risente del calo delle surroghe, che hanno accentuato la contrazione dei volumi a causa del ridimensionamento fisiologico dei contratti per i quali la rottamazione risulta ancora vantaggiosa.
L’importo medio richiesto durante l’anno si è attestato però a 139.110 euro, in crescita del +4,1% rispetto al 2020. Nel complesso quasi i 3/4 delle richieste presenta un importo al di sotto dei 150.000 euro, a conferma della propensione delle famiglie a orientarsi verso soluzioni in grado di pesare il meno possibile sul bilancio familiare.
La distribuzione per fasce di importo nel 2021 è risultata non molto differente rispetto all’anno precedente, con una contrazione delle richieste solamente nella classe inferiore ai 75.000 euro, dove tipicamente si concentrano i mutui di sostituzione.

Per oltre l’80% dei mutui la durata è superiore ai 15 anni

A conferma della propensione delle famiglie a orientarsi verso soluzioni in grado di pesare il meno possibile sul proprio bilancio, nel 2021 oltre l’80% delle richieste di mutuo si è caratterizzato per una durata superiore ai 15 anni, in modo da spalmare il piano di rimborso su un arco temporale di lungo periodo.
Una tendenza ulteriormente accentuate rispetto al passato, con una crescita proprio dei piani di rimborso di maggior durata.
Analizzando la distribuzione delle richieste in relazione all’età del richiedente emerge poi un significativo abbassamento dell’età media.

Un mercato trainato dalla fascia di età tra 35 e 44 anni

Se al primo posto per numero di richieste si conferma nuovamente la fascia compresa tra i 35 e i 44 anni, con il 32,4% del totale, tutte le classi mostrano una contrazione rispetto alla corrispondente rilevazione del 2020. A eccezione degli under 35, che stimolati dagli incentivi varati dal Governo, sono arrivati a spiegare il 30,5% del totale, contro il 27,5% dell’anno precedente. Tra i driver che hanno inciso positivamente sull’andamento della domanda, sicuramente vanno segnalati i mutui di ristrutturazione, e soprattutto, i mutui green per l’efficientamento energetico dell’abitazione, arrivati a spiegare l’8% sul totale dei mutui acquisto, e l’11% di quelli per ristrutturazione.

Tecnici informatici e artigiani del legno, le figure più difficili da trovare

Sono i tecnici informatici, telematici e delle telecomunicazioni le figure più difficili da reperire, con un indicatore di difficoltà pari al 68,1%. Ma a essere praticamente introvabili sono anche gli attrezzisti, operai e artigiani del trattamento del legno (67,9%), i fonditori, saldatori, montatori carpenteria metallica (62,4%), gli artigiani e operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (62,3%), e gli specialisti in scienze matematiche, informatiche, chimiche, fisiche e naturali (61,9%). Lo conferma il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal. Per fronteggiare la difficoltà di reperimento il 38,6% delle imprese tende ad assumere figure con competenze simili rispetto a quelle ricercate per poi formarle in azienda, mentre nel 17,2% dei casi si sceglie di offrire una retribuzione superiore rispetto a quanto viene mediamente proposto per il profilo ricercato. 

Cresce l’indicatore della difficoltà di reperimento del personale

Anche a gennaio cresce l’indicatore della difficoltà di reperimento del personale ricercato dalle aziende, e rispetto a un anno fa aumenta del 5%, raggiungendo il 38,6% delle entrate programmate.
La mancanza di candidati è il motivo della difficoltà maggiormente segnalato dalle imprese (22,2%), seguito dalla preparazione inadeguata (13,4%) e da altri motivi (2,9%). A incontrare le maggiori difficoltà di reperimento sono le imprese delle costruzioni (53,3% dei profili ricercati), seguite dalle industrie del legno e del mobile (53,0%), le industrie metallurgiche (52,5%) e le imprese dei servizi informatici e delle telecomunicazioni (51,9%).

A gennaio 458mila entrate programmate 

Sono poco meno di 458mila i contratti programmati dalle imprese nel mese di gennaio, e saliranno a circa 1,2 milioni nel trimestre gennaio-marzo. Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, si registra un incremento delle entrate previste: +112mila su gennaio 2021 e +265mila in confronto al trimestre gennaio-marzo 2021. Positivo anche il confronto rispetto a dicembre 2021, con 104mila contratti in più (+29,4%), per tutti i settori economici tranne che per il turismo, dove pesano le crescenti incertezze legate all’andamento dell’epidemia nelle ultime settimane.

Gli effetti della pandemia continuano a frenare il turismo

L’industria, nonostante le difficoltà legate ai rincari dell’energia e di molte materie prime, prosegue nella tendenza espansiva già registrata nel corso del 2021, e programma per il mese di gennaio 150mila assunzioni. Sono alla ricerca di personale soprattutto le imprese delle costruzioni (46mila entrate), seguite dalle imprese della meccatronica (26mila entrate) e da quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo, che prevedono 22mila entrate. Nel complesso, i settori del terziario totalizzano 307mila entrate: in testa i servizi alle imprese (142mila assunzioni), seguiti dal commercio (62mila) e dai servizi alle persone (56mila). La nuova ondata pandemica, riporta Adnkronos, fa sentire i suoi effetti negativi soprattutto sulla filiera turistica, dove le imprese hanno previsto per il momento un calo del 14,6% nell’attivazione dei contratti rispetto a dicembre.

Investimenti green: pochi italiani li conoscono

Il cambiamento climatico è un tema che preoccupa la maggior parte degli italiani, ma molti hanno altrettanto timore di un possibile aumento dei prezzi a causa delle politiche green. Che fare, quindi? Qualche dato sulla situazione, frutto dell’Osservatorio sulla sostenibilità realizzato dal Censis in collaborazione con Assogestioni, l’associazione italiana delle società di gestione del risparmio. Il 79,9% degli italiani ha paura del cambiamento climatico, in particolare dell’aumento sopra 1,5 gradi della temperatura della Terra. La percentuale arriva all’83,8% nel Nord-Est e all’82,7% tra le donne.

Sostenibilità, a quale prezzo?

Sostenibilità sì, ma non se si deve aumentare il prezzo d’acquisto di energia, beni e servizi. Il 73,9% degli italiani, a fronte di questo scenario, afferma che allora bisognerà cercare altre strade per bloccare il riscaldamento globale e non inquinare. All’interno di questa percentuale, lo pensa il 69,5% di chi risiede nel Nord-Ovest, il 73,9% nel Nord-Est, il 79,4% nel Centro e il 74,1% al Sud. Il taglio del potere d’acquisto a causa dell’inflazione o la decrescita economica in cambio del green sono spettri che inquietano. La paura del cambiamento climatico non basta a far passare scelte che riducano il benessere individuale. Se i combustili fossili sono “cattivi” in via di principio, tuttavia non piacciono le alternative che generano una inflazione a trazione green. Del resto, il 44% degli italiani è contrario a pratiche all’insegna della sostenibilità che determinino ulteriori iniquità sociali.

C’è bisogno di chiarezza

Ma ci sono anche delle ombre sulla corretta informazione per quanto riguarda queste tematiche. Il 74,6% degli italiani ritiene che ci sia troppa confusione sui temi del riscaldamento globale e della sostenibilità. Se ne parla tanto, ma la moltiplicazione delle informazioni genera un rumore di fondo che non aiuta a capire. Solo il 26,2% afferma di sapere precisamente cosa si intende per sostenibilità, il 60,8% ne ha una conoscenza per grandi linee e comunque non sarebbe in grado di spiegarlo ad altre persone.

Il ruolo degli investimenti green (poco noti)

Secondo gli intervistati, anche la finanza è una delle strade percorribili per uscire dall’impasse sostenibilità contro inflazione. Secondo il 76,6% la finanza giocherà un ruolo importante, perché il collasso ambientale costituirebbe una minaccia per gli stessi investimenti. Per questo motivo sono importanti gli investimenti sostenibili Esg (Environmental, Social and Governance). Ma ancora il 64,4% degli italiani dice di saperne poco o niente. Il 63,4% ne ha solo sentito parlare. Tuttavia, orientare una parte dei 1.600 miliardi di euro delle famiglie giacenti sui conti correnti (+5% rispetto allo scorso anno) verso l’acquisto di prodotti finanziari Esg sarebbe un boost straordinario per la transizione ecologica. Affinché ciò avvenga, per l’84,6% degli italiani occorre chiarezza e semplicità delle informazioni sugli investimenti Esg in modo da farli apprezzare. Il 72,5% individua nella consulenza finanziaria un attore positivo, che potrebbe promuovere la finanza sostenibile. 

Le figure professionali più richieste nel 2022

Un nuovo anno è alle porte, e in un’epoca di cambiamenti eccezionali e molto veloci, anche per quanto riguarda il mondo del lavoro il 2022 sarà ‘rivoluzionario’. Quindi, chi sta cercando un lavoro, chi desidera migliorare la propria carriera, o chi sta decidendo quale percorso di specializzazione imboccare, deve mantenersi aggiornato sui trend in evoluzione, e soprattutto, su quali saranno le figure più ricercate il prossimo anno. Non ci sono dubbi, il mercato del lavoro è decisamente cambiato, e figure professionali oggi molto ricercate un quinquennio fa non esistevano, o erano del tutto marginali.

Cercasi professioni legate al mondo medico e farmaceutico

“Come diretta conseguenza della lunga emergenza sanitaria che stiamo vivendo tra le figure lavorative più ricercate continueranno sicuramente a esserci quelle legate al mondo medico e al mondo farmaceutico – spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, la società internazionale di head hunting -. Penso ad esempio al Medical Advisor, nonché al Pharmaceutical Marketing Manager, e in generale, a tutte quelle figure necessarie per rendere più efficienti le strutture sanitarie italiane”.
Ma tra le posizioni più ricercate ci sono poi, com’è ormai abitudine, anche diversi profili del mondo digitale.

Dal Data Scientist all’E-commerce manager fino al Giurista d’impresa

“L’analisi dei dati è un’attività fondamentale per un numero sempre maggiore di imprese, ed è per questo motivo che i professionisti dell’interpretazione del dato, a partire dal Data Scientist, figurano tra le priorità in fatto di risorse umane per le più disparate realtà”, aggiunge l’head hunter. E ancora, stando alle stime di Carola Adami, sul mercato del lavoro del nuovo anno altre figure che si presenteranno ‘in grande spolvero’ saranno il Project Manager, l’Export Manager, l’E-commerce manager, nonché il Giurista d’impresa, una figura sempre più ricercata negli ultimi anni. Per capire come si presenterà il mercato del lavoro del futuro, però, non basta guardare alle le professioni più ricercate. È infatti importante guardare anche ai trend più generali.

Occhio ai trend: smart working e reskilling

“Il lavoro da remoto continuerà a essere protagonista anche nei prossimi mesi, un po’ per il perdurare dell’emergenza sanitaria e un po’ per l’adozione stabile dello smart working da parte di tante aziende piccole e grandi, che ne hanno scoperto i vantaggi a partire dal lockdown – sottolinea Adami -. Considerati i rapidi processi evolutivi che abbiano conosciuto e che conosceremo a breve, un altro trend importante è quello del reskilling, con le aziende che investono nella riqualificazione e nella formazione del proprio personale. Chi cerca lavoro, da parte sua, deve essere pronto a colmare eventuali lacune per rendere più appetibile il proprio curriculum vitae”.

Con l’app si valuta la qualità di cibi e cosmetici, ma non solo

È Yuka l’app più usata per valutare la qualità di cibi e cosmetici, ma ce ne sono tante altre, e non solo per il beauty e il food confezionato, ma anche per scarpe e vestiti. Insomma, i nuovi consulenti dei consumatori sono le app. Yuka, ad esempio, è utilizzata in 11 paesi nel mondo da oltre 20 milioni di persone, e in Italia è stata scaricata oltre 10 milioni di volte. Il segreto di tanto successo? Basta inquadrare il codice a barre dei prodotti con il telefonino e l’app promuove o boccia il contenuto in relazione alla qualità per la nostra salute, con tanto di semaforo verde, giallo o rosso. In pratica l’app scansiona i prodotti e analizza nel dettaglio i componenti riportati sull’etichetta. E se gli adolescenti la usano per inquadrare le merendine preferite e scoprire in pochi secondi cosa stanno per mangiare, le signore ‘beauty addicted’ la utilizzano per confrontare rossetti e creme, e i neo-genitori per scegliere quali omogeneizzati è meglio (non) acquistare.

Eccellente, buono, mediocre o scarso? 

Yuka è un’applicazione francese e valuta la qualità secondo il metodo di etichettatura ‘Nutriscore’ a semaforo, mentre in Italia si usa il sistema ‘Nutriform Battery’, che elenca in modo più preciso e dettagliato la composizione nutrizionale. Il sistema giudica però in modo semplice e immediato se il prodotto alimentare è eccellente, buono, mediocre o scarso tenendo conto della qualità nutrizionale. In pratica, il contenuto di zuccheri, sale, calorie, fibre, grassi rappresenta il 60% della valutazione, la presenza di additivi conta per il 30% nella valutazione, e il profilo bio ‘vale’ il 10%. Per i cosmetici giudica le sostanze chimiche prsenti, se innocue o potenzialmente dannose.

Un sistema credibile perché indipendente

Insomma, l’applicazione del momento segue il nuovo trend che vede le app scaricate sugli smartphone sempre più al centro dello shopping e della nostra vita. Gli informatici francesi che hanno inventato Yuka garantiscono che il sistema è credibile perché indipendente e basato su un database mondiale che cresce di giorno in giorno. Ma, soprattutto, è attendibile perché non riceve alcun finanziamento da parte di brand, ma solo dagli utenti. Sul fronte alimentare oltre Yuka c’è l’analoga Edo, ma esistono da qualche anno le app che rivelano marca e prezzo di vestiti e scarpe, che magari vediamo indossati da qualcuno che attraversa la strada o che notiamo sulle riviste o sui social.

Cresce l’uso di applicazioni che supportano le scelte dei consumatori

Un esempio è ASAP54, definita ‘lo Shazam della moda’, oppure Snap Fashion. Ci sono poi quelle che aiutano a scegliere l’outfit migliore, come My Dressing o ClosetSpace, o ancora, StyleBook, riporta Ansa.  Anche sul fronte dei cosmetici cresce l’uso di applicazioni che supportano le scelte. Si va da INCIBeauty (un milione di download) a Greenity-Bio Inci cosmetici (oltre centomila download), oppure Biotiful, che traduce in termini semplici l’INCI, l’elenco ingredienti, e confronta prezzi e recensioni. Proprio come Shazam, che indovina le canzoni in pochi secondi, le nuove app mettono al centro il consumatore risolvendo dubbi e difficoltà all’istante. 

Il post-pandemia non segna il declino dello smart working

Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano con l’avanzamento della campagna vaccinale in Italia diminuisce progressivamente il numero degli smart worker, passati da 5,37 milioni nel primo trimestre del 2021 a 4,07 milioni nel terzo.
Di fatto a settembre si contano complessivamente 1,77 milioni di lavoratori agili nelle grandi imprese, 630mila nelle Pmi, 810mila nelle micro imprese, e 860mila nella PA. Il graduale rientro in ufficio non segna però in generale un declino dello smart working. Al contrario, rispetto ai numeri registrati a settembre le organizzazioni prevedono un aumento dei lavoratori agili. Si prevede infatti che saranno 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%), di cui 2,03 milioni nelle grandi imprese, 700mila delle Pmi, 970mila nelle micro imprese, e 680mila nella PA.

La scelta di proseguire è motivata dai benefici riscontrati da lavoratori e aziende

Dopo la pandemia lo smart working rimarrà, o sarà introdotto, nell’89% delle grandi aziende, nel 62% delle PA, e nel 35% delle Pmi, anche se un terzo di loro prevede di abbandonarlo. La scelta di proseguire con lo smart working è motivata dai benefici riscontrati da lavoratori e aziende. Ad esempio, l’equilibrio fra lavoro e vita privata è migliorato per l‘89% delle grandi imprese, il 55% delle Pmi, e l’82% delle PA. In generale, la modalità di lavoro tenderà a essere ibrida, alla ricerca di un miglior equilibrio fra lavoro in sede e a distanza. In particolare, nelle grandi imprese sarà possibile lavorare a distanza mediamente per tre giorni a settimana, e due nelle PA.

Lavoratori soddisfatti. Ma c’è qualche ripercussione negativa

Nel complesso la diffusione dello smart working ha avuto un impatto positivo sui lavoratori. Per il 39% è migliorato il proprio work-life balance, il 38% si sente più efficiente nello svolgimento della propria mansione e il 35% più efficace. Inoltre, secondo il 32% è cresciuta la fiducia fra manager e collaboratori, e per il 31% la comunicazione fra colleghi. Ma il perdurare della pandemia e i lunghi periodi di lavoro da casa hanno anche avuto alcune ripercussioni negative: è infatti diminuita ulteriormente la percentuale di smart worker pienamente ingaggiati, passata dal 18% al 7%, e tra i lavoratori aumenta il livello di tecnostress e overworking.

I benefici sociali e ambientali sono tanti

I benefici e le opportunità che derivano dallo smart working riguardano non solo le organizzazioni e i lavoratori, ma anche una maggiore sostenibilità sociale e ambientale. Secondo le grandi imprese, la sua applicazione su larga scala favorisce l’inclusione di chi vive lontano dalla sede di lavoro (81%), dei genitori (79%) e di chi si prende cura di anziani e disabili (63%). La possibilità di lavorare in media 2,5 giorni a settimana da casa porterà poi al risparmio di 123 ore l’anno e 1.450 euro in meno per ogni lavoratore che usa l’automobile per recarsi in ufficio. E in termini di sostenibilità ambientale, la sua applicazione comporterà minori emissioni: circa 1,8 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.

Cybersecurity: le aziende sono vulnerabili agli attacchi alla supply chain

Secondo il Report Acronis sulla preparazione digitale 2021, oltre la metà dei responsabili IT ritiene che l’impiego di un ‘software conosciuto e attendibile’ sia una protezione sufficiente agli attacchi informatici, il che trasforma le organizzazioni in un facile bersaglio dei cybercriminali. Tanto che il 53% delle aziende a livello globale sembra avere una percezione falsata della sicurezza rispetto agli attacchi alla supply chain. Inoltre, tre aziende su dieci riferiscono di aver dovuto affrontare almeno un attacco informatico al giorno, e solo il 20% delle aziende segnala di non aver subito alcun attacco, una percentuale in calo rispetto al 32% del 2020.

Il phishing è il tipo di attacco più diffuso

Il 2021 è stato decisamente l’anno del phishing: la richiesta di soluzioni per il filtraggio degli URL è decuplicata rispetto all’anno precedente, e ora il 20% delle aziende globali riconosce la pericolosità di questa minaccia. Le tipologie di attacco più diffuse quest’anno hanno raggiunto livelli record, incluso appunto il phishing, la cui frequenza continua a crescere collocando questo tipo di attacco al primo posto (58%). Nel 2021 però è netto anche l’incremento degli attacchi malware, rilevati dal 36,5% delle aziende, con un aumento rispetto al 22,2% del 2020. Malgrado la crescente consapevolezza circa l’autenticazione a più fattori, quasi la metà dei responsabili IT (47%) non ha ancora adottato questo tipo di soluzioni, lasciando la propria azienda vulnerabile.

II lavoro da remoto rende più complessi gli ambienti IT

Inoltre, con il lavoro da remoto ormai riconosciuto come modalità a lungo termine, oggi è ancora più importante che i responsabili IT possano controllare e gestire una vasta gamma di dispositivi remoti. Non sorprende quindi che sia triplicata la richiesta di strumenti più sicuri per la gestione e il monitoraggio da remoto, che sale al 35,7% contro il 10% del 2020. Quest’anno poi le aziende continuano ad adottare nuove soluzioni, ma ciò contribuisce ad aumentare la complessità degli ambienti IT, una potenziale causa di ulteriori violazioni e di future e impreviste interruzioni operative.

Un telelavoratore su cinque riceve oltre 20 e-mail pericolose al mese

Un telelavoratore su quattro ha segnalato la carenza di supporto IT come una delle principali difficoltà affrontate nel corso dell’anno, e sempre un telelavoratore su quattro non utilizza l’autenticazione a più fattori, quindi diventa facile bersaglio delle tecniche di phishing. In media, un telelavoratore su cinque è vittima di un attacco di phishing serio e riceve oltre 20 e-mail pericolose al mese. Il 71% degli intervistati ha confermato di ricevere tentativi di phishing ogni mese. Malgrado i crescenti pericoli per i dipendenti, il lavoro da remoto è una realtà destinata a durare: si continuerà a lavorare e ad assumere da remoto. È un dato di fatto a cui la maggior parte dei professionisti IT deve ancora prepararsi, trovando soluzioni per la carenza di hardware, l’aumento della complessità e il maggior fabbisogno di supporto IT e soluzioni avanzate di Cyber Security. È una vera e propria crisi esistenziale alla quale le aziende devono far fronte. In caso contrario, i costi potenziali possono essere davvero eccessivi.

Gli italiani sostengono la svolta digitale perché è affidabile e sicura

È affidabile, sicura, ed è da sostenere e ampliare. Si tratta della svolta digitale, che gli italiani mostrano di apprezzare perché semplifica il rapporto con la PA e velocizza sia gli acquisti sia il pagamento dei tributi. Dall’analisi dei dati rilevati da un’indagine a cura della Fondazione Italia Digitale emerge infatti una sostanziale fiducia da parte dei cittadini nei confronti della digitalizzazione, vista come un’opportunità dal 75% degli intervistati in tutte le fasce di età. La fiducia emerge anche nel rapporto con l’informazione proveniente dal web e dai social, affidabile per il 64% del campione, e nel grado di sicurezza dei servizi digitali offerti (80%).
L’indagine è stata presentata nell’ambito dell’iniziativa di lancio della Fondazione Italia Digitale, nuova realtà che si occupa di cultura e policy digitali.

L’identità digitale conquista il 55% dei cittadini

Tra i canali più utilizzati dagli italiani al primo posto restano i siti web e le app (60%) seguiti dagli sportelli fisici (25%) e dai social network, che continuano la loro scalata inarrestabile tra le modalità preferite di contatto tra PA e cittadino (21%). Compie passi in avanti significativi anche l’identità digitale, attivata dal 55% del campione, mentre il 24% possiede sia una carta di identità elettronica sia lo SPID. Tra i servizi digitali guadagnano la prima posizione l’acquisto online e i pagamenti digitali (75%), seguiti dai servizi della PA (56%). Restando in tema di pagamenti verso la PA, chi predilige l’online lo fa per saldare i tributi (50%).

Serve un piano nazionale di cultura digitale

Ottima anche la percezione del fenomeno della digitalizzazione, vista come un processo di semplificazione (48%), e dello smart working, che viene avvertito come un’opportunità per rendere l’organizzazione del lavoro più flessibile e moderna (73%), e come mezzo per favorire l’integrazione delle categorie più fragili (84%). A tal proposito, e per mettere a sistema tutto ciò che è stato fatto finora, per il 90% degli italiani è necessario un ampio piano nazionale di cultura digitale, la cui caratteristica predominante deve essere la facilità e semplicità di utilizzo (35%).

Due obiettivi, semplicità di utilizzo e sicurezza

“È arrivato il momento di rendere popolare il digitale nel nostro Paese, la pandemia ha acceso un riflettore enorme: è cresciuta la consapevolezza di cittadini, istituzioni, imprese, e ora serve un salto di qualità per rendere strutturale il cambiamento – spiega Francesco Di Costanzo, presidente della Fondazione Italia Digitale -. Oggi c’è voglia di accelerare e la richiesta di digitale è sempre più forte”.
Secondo Livio Gigliuto, membro del cda della Fondazione Italia Digitale, “Il ruolo salvifico del digitale durante la pandemia sembra aver sconfitto la diffidenza degli italiani”.
Non solo acquisti online e videochiamate, quindi, gli italiani ora affidano al digitale anche certificati e tributi. E chiedono “un grande piano di cultura digitale che parta da due obiettivi – sottolinea Gigliuto – semplicità di utilizzo e sicurezza”.

Se gli investimenti sono Esg agli italiani piacciono di più

Il 63,4% degli italiani è a conoscenza degli strumenti finanziari Esg (Environmental, Social, Governance), ovvero basati su criteri di investimento responsabile, e il 52,5% sarebbe interessato a ‘metterci soldi’. Gli italiani sembrano apprezzare gli investimenti, e se sono se green e responsabili li apprezzano ancora di più. Nelle scelte di investimento l’opzione green infatti piace al 63,9% dei nostri connazionali, che considera gli strumenti Esg un’opportunità per investire bene, e dare prova dei valori nei quali si crede. Dello stesso parere i consulenti finanziari, per i quali gli investimenti responsabili attirano più di prima. Secondo l’82,4% di loro la clientela è molto o abbastanza interessata ai prodotti Esg, il 76,9% nota una maggiore attenzione rispetto al periodo pre Covid-19 e il 68,3% li propone con più frequenza. Si tratta di alcuni risultati emersi dal Rapporto ‘Gli italiani e la finanza sostenibile, per andare oltre la pandemia’, realizzato dal Censis in collaborazione con Assogestioni, l’Associazione italiana del risparmio gestito.

Serve un sistema di regole per identificare gli strumenti finanziari responsabili 

Per l’84,6% degli italiani però servono regole condivise a livello europeo, e strumenti come l’adozione di marchi con cui gli investitori possano identificare i prodotti finanziari green, perché gli italiani temono il greenwashing. L’80,8% introdurrebbe anche penalizzazioni per le aziende, o i fondi di investimento, che non rispettano le finalità ambientali e sociali indicate, dando anche la possibilità agli investitori di recedere dall’investimento. Anche per i consulenti finanziari occorre uno scatto in avanti in termini di autenticità e verificabilità, in particolare, creando a livello europeo un sistema di regole chiare con cui identificare i prodotti Esg (49,6%), attivando parametri con cui misurare il rispetto delle finalità ambientali, sociali e di governance (42,9%), e aumentando la trasparenza nelle informazioni e nei regolamenti (26,9%).

Il criterio ambientale si conferma come il più importante

Avvicinare gli investitori a un’idea di sostenibilità che integri ambiente, sociale e governance è la sfida che la finanza deve vincere per contribuire all’evoluzione sostenibile. In ogni caso, per la maggioranza degli italiani investire in modo responsabile significa soprattutto tutelare l’ambiente. Per il 52,1% il criterio ambientale si conferma infatti come il più importante, mentre il 26,2% indica il sociale, e il 21,7% la governance. Ancora più netta è la prospettiva dei consulenti finanziari: per il 90,7% l’ambito Esg più attrattivo per la clientela è quello ambientale (per il 6,3% l’ambito sociale e il 3% la governance).

Il ruolo strategico della consulenza finanziaria

L’81,2% degli italiani è favorevole all’introduzione di agevolazioni e incentivi, e per il 72,5% è strategico il ruolo della consulenza finanziaria nel promuovere gli investimenti Esg. Per il 75,7% dei consulenti finanziari invece serve una formazione ad hoc sugli investimenti Esg per presentarli al meglio alla clientela. Di fatto, per virare verso gli investimenti responsabili le risorse non mancano. Nel primo trimestre del 2021 il portafoglio delle attività finanziarie delle famiglie è arrivato a quasi 4.900 miliardi di euro, con un aumento del 10,9% in termini reali rispetto allo stesso periodo del 2020. Nello stesso periodo la liquidità delle famiglie è aumentata di 85,5 miliardi di euro (+5,7%), toccando la cifra record di 1.600 miliardi.

Gli italiani sostengono la transizione verso il packaging sostenibile

I prodotti bio sono una componente strutturale del carrello della spesa degli italiani, e le azioni a favore della sostenibilità che le imprese portano avanti si hanno ripercussioni sempre maggiori sul settore agroalimentare italiano. Cresce infatti l’impegno alla transizione a un packaging sostenibile, che abbandona la plastica vergine/monouso a favore di materiali riciclati e riciclabili o ottenuti da fonti rinnovabile. Di fatto, le vendite di prodotti biologici crescono del 133% negli ultimi dieci anni, raggiungendo a luglio 2021 un valore di 4.573 miliardi di euro, dei quali 3.872 nel mercato domestico. E circa 23 milioni di famiglie italiane, l’89% del totale, hanno acquistato Food&Beverage BIO almeno una volta nell’ultimo anno.

L’origine del prodotto e le caratteristiche del packaging guidano la scelta

Per comprendere queste dinamiche Nomisma ha realizzato per ASSOBIO un’analisi di 6 case history aziendali, che hanno consentito di mettere a fuoco il percorso di adozione di un packaging sostenibile nell’impresa e i relativi costi. E se le imprese vanno incontro alle nuove richieste del consumatore, che nella scelta di un prodotto BIO privilegia innanzitutto due driver, l’origine (42%) e le caratteristiche del packaging (21%). In relazione alle caratteristiche della confezione, gli aspetti più considerati riguardano l’effettiva sostenibilità dei materiali, la preferenza verso uno specifico materiale impiegato, alla leggerezza e all’essenza di eccessi di imballaggio, fino alle confezioni plastic free, cui si sommano le informazioni in etichetta e sull’impatto ambientale del prodotto.

Gli sforzi delle aziende sono premiati dal consumatore

In questo scenario di adozione di un packaging più sostenibile si confronta con l’aumento dei prezzi delle materie prime e con le complessità di adeguamento tecnologico delle linee produttive, a fronte di una non immediate e automatica disponibilità a pagare un differenziale di prezzo da parte del consumatore.
“Questi sforzi sono premiati dal consumatore – afferma Ersilia Di Tullio, senior project manager di Nomisma – che posto a scegliere fra la precedente confezione e quella più sostenibile dichiara una netta preferenza per quest’ultima: l’85% sceglie, infatti, il nuovo packaging sostenibile, il 9% dichiara di preferire il precedente e il 6% non rileva alcuna differenza”.

La vera sfida è comunicare la sostenibilità del packaging sull’etichetta

“La vera sfida, in un mondo di etichette sempre più ricche di informazioni e di claim – dichiara Silvia Zucconi, responsabile Market Intelligence Nomisma – diventa quindi quella di comunicare in maniera chiara e immediata la sostenibilità del packaging, rendendo esplicito al consumatore il valore aggiunto, per l’ambiente e per la collettività, che deriva dalla scelta quotidiana di consumare prodotti sostenibili per metodo di produzione e per caratteristiche dei materiali della confezione”.