In Italia decolla la Space Economy 

Forse pochi sanno che l’Italia è il sesto paese al mondo per spese spaziali in relazione al Pil. Ciò significa che la cosiddetta Space Economy ha una rilevanza di tutto rispetto nella nostra economia, ancora più significativa in un’ottica di ulteriore sviluppo. E il 2021 è stato un anno importante per la Space Economy italiana, la catena del valore che dalla ricerca, sviluppo e realizzazione delle infrastrutture spaziali genera prodotti e servizi innovativi basati sullo spazio, riconosciuta uno dei fattori chiave per la competitività e lo sviluppo sociale del Paese. Dalle aziende dell’industria spaziale (il cosiddetto Upstream), agli IT provider e system integrator (Downstream) fino alle imprese utenti finali, è convinzione diffusa che le tecnologie satellitari in combinazione con le tecnologie digitali più avanzate siano oggi un driver fondamentale per l’innovazione e la sostenibilità nei settori più diversi. In questa prospettiva saranno mobilizzati nei prossimi anni ingenti investimenti pubblici e privati.

Gli investimenti in Space Economy

Sono davvero significativi gli investimenti in Space Economy in tutto il mondo. A livello globale, si parla di una stima per la somma dei budget governativi che oscilla fra 86,9 miliardi e 100,7 miliardi di dollari. Per entità di spesa, nell’anno fiscale 2021, appena dopo gli Stati Uniti (ampiamente al primo posto nel mondo con gli 43,01 miliardi di dollari), viene l’Europa con 11,48 miliardi di dollari, seguita da Cina, Russia, Giappone e India: grazie a Copernicus, EGNOS e Galileo, l’UE possiede sistemi spaziali di livello mondiale, con più di 30 satelliti in orbita (e l’intenzione di raddoppiarli nei prossimi 10-15 anni) e una previsione di spesa di 14,8 miliardi di euro nel periodo 2021-2027, la somma più alta mai stanziata prima.

L’Italia ha un’agenzia spaziale

A livello mondiale, sono 88 i paesi che investono in programmi spaziali. In particolare, ce ne sono 14 che hanno anche capacità di lancio; l’Italia è tra i 9 dotati di un’agenzia spaziale con un budget di oltre 1 miliardo di dollari all’anno. I dati sono emersi dall’Osservatorio Space Economy della School of Management del Politecnico di Milano. Analizzando gli investimenti dei singoli paesi in relazione al PIL (0,06% nel 2019), il nostro paese si colloca al sesto posto al mondo, dopo Russia, Usa, Francia, India e Germania, e al terzo in Europa. Con 589,9 milioni di euro, l’Italia è il terzo contribuente all’European Space Agency nel 2021, dopo Francia (1065,8 milioni) e Germania (968,6). Ma sono significativi anche gli investimenti privati nelle startup della Space Economy. Nel 2021, si stimano complessivamente 12,3 miliardi di euro di finanziamenti a livello globale, una cifra rilevante con un sempre maggiore coinvolgimento del mercato azionario: ben 606 imprese nel 2021 si sono quotate tramite il meccanismo di SPAC (Special Purpose Acquisition Company), contro una sola nel 2020. A fronte di questi investimenti, si stima che il mercato della Space Economy valga oggi 371 miliardi di dollari di ricavi a livello globale, di cui il 73% riconducibile all’industria satellitare (che include servizi satellitari di telecomunicazione, navigazione ed osservazione della Terra, prodotti per l’equipaggiamento a Terra come sensori, antenne o GPS). 

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Nel 2021 richieste in calo per i mutui, ma sale l’importo medio

Malgrado il progressivo recupero delle compravendite residenziali e dei prezzi al metro quadro nel 2021 il mercato dei mutui immobiliari risente ancora degli effetti della pandemia. Nel complesso si registra una lieve flessione delle richieste, pari a -0,2% rispetto al 2020, anno in cui si era registrata una crescita del +2,8% rispetto al 2019.
Il 2021 è stato un anno particolare per i mutui, con richieste in calo ma importi erogati in aumento, e un mercato sostenuto dalle generazioni più giovani, grazie agli incentivi governativi e i mutui green. Più in particolare, secondo l’analisi sul patrimonio informativo di EURISC, il Sistema di Informazioni Creditizie gestito da CRIF, a dicembre 2021 le richieste di mutui presentate dalle famiglie italiane sono calate del -19%, seguendo un andamento in discesa iniziato a giugno.

L’importo medio si attesta a 139.110 euro

Nel 2021 la performance negativa delle richieste risente del calo delle surroghe, che hanno accentuato la contrazione dei volumi a causa del ridimensionamento fisiologico dei contratti per i quali la rottamazione risulta ancora vantaggiosa.
L’importo medio richiesto durante l’anno si è attestato però a 139.110 euro, in crescita del +4,1% rispetto al 2020. Nel complesso quasi i 3/4 delle richieste presenta un importo al di sotto dei 150.000 euro, a conferma della propensione delle famiglie a orientarsi verso soluzioni in grado di pesare il meno possibile sul bilancio familiare.
La distribuzione per fasce di importo nel 2021 è risultata non molto differente rispetto all’anno precedente, con una contrazione delle richieste solamente nella classe inferiore ai 75.000 euro, dove tipicamente si concentrano i mutui di sostituzione.

Per oltre l’80% dei mutui la durata è superiore ai 15 anni

A conferma della propensione delle famiglie a orientarsi verso soluzioni in grado di pesare il meno possibile sul proprio bilancio, nel 2021 oltre l’80% delle richieste di mutuo si è caratterizzato per una durata superiore ai 15 anni, in modo da spalmare il piano di rimborso su un arco temporale di lungo periodo.
Una tendenza ulteriormente accentuate rispetto al passato, con una crescita proprio dei piani di rimborso di maggior durata.
Analizzando la distribuzione delle richieste in relazione all’età del richiedente emerge poi un significativo abbassamento dell’età media.

Un mercato trainato dalla fascia di età tra 35 e 44 anni

Se al primo posto per numero di richieste si conferma nuovamente la fascia compresa tra i 35 e i 44 anni, con il 32,4% del totale, tutte le classi mostrano una contrazione rispetto alla corrispondente rilevazione del 2020. A eccezione degli under 35, che stimolati dagli incentivi varati dal Governo, sono arrivati a spiegare il 30,5% del totale, contro il 27,5% dell’anno precedente. Tra i driver che hanno inciso positivamente sull’andamento della domanda, sicuramente vanno segnalati i mutui di ristrutturazione, e soprattutto, i mutui green per l’efficientamento energetico dell’abitazione, arrivati a spiegare l’8% sul totale dei mutui acquisto, e l’11% di quelli per ristrutturazione.

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Tecnici informatici e artigiani del legno, le figure più difficili da trovare

Sono i tecnici informatici, telematici e delle telecomunicazioni le figure più difficili da reperire, con un indicatore di difficoltà pari al 68,1%. Ma a essere praticamente introvabili sono anche gli attrezzisti, operai e artigiani del trattamento del legno (67,9%), i fonditori, saldatori, montatori carpenteria metallica (62,4%), gli artigiani e operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (62,3%), e gli specialisti in scienze matematiche, informatiche, chimiche, fisiche e naturali (61,9%). Lo conferma il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal. Per fronteggiare la difficoltà di reperimento il 38,6% delle imprese tende ad assumere figure con competenze simili rispetto a quelle ricercate per poi formarle in azienda, mentre nel 17,2% dei casi si sceglie di offrire una retribuzione superiore rispetto a quanto viene mediamente proposto per il profilo ricercato. 

Cresce l’indicatore della difficoltà di reperimento del personale

Anche a gennaio cresce l’indicatore della difficoltà di reperimento del personale ricercato dalle aziende, e rispetto a un anno fa aumenta del 5%, raggiungendo il 38,6% delle entrate programmate.
La mancanza di candidati è il motivo della difficoltà maggiormente segnalato dalle imprese (22,2%), seguito dalla preparazione inadeguata (13,4%) e da altri motivi (2,9%). A incontrare le maggiori difficoltà di reperimento sono le imprese delle costruzioni (53,3% dei profili ricercati), seguite dalle industrie del legno e del mobile (53,0%), le industrie metallurgiche (52,5%) e le imprese dei servizi informatici e delle telecomunicazioni (51,9%).

A gennaio 458mila entrate programmate 

Sono poco meno di 458mila i contratti programmati dalle imprese nel mese di gennaio, e saliranno a circa 1,2 milioni nel trimestre gennaio-marzo. Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, si registra un incremento delle entrate previste: +112mila su gennaio 2021 e +265mila in confronto al trimestre gennaio-marzo 2021. Positivo anche il confronto rispetto a dicembre 2021, con 104mila contratti in più (+29,4%), per tutti i settori economici tranne che per il turismo, dove pesano le crescenti incertezze legate all’andamento dell’epidemia nelle ultime settimane.

Gli effetti della pandemia continuano a frenare il turismo

L’industria, nonostante le difficoltà legate ai rincari dell’energia e di molte materie prime, prosegue nella tendenza espansiva già registrata nel corso del 2021, e programma per il mese di gennaio 150mila assunzioni. Sono alla ricerca di personale soprattutto le imprese delle costruzioni (46mila entrate), seguite dalle imprese della meccatronica (26mila entrate) e da quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo, che prevedono 22mila entrate. Nel complesso, i settori del terziario totalizzano 307mila entrate: in testa i servizi alle imprese (142mila assunzioni), seguiti dal commercio (62mila) e dai servizi alle persone (56mila). La nuova ondata pandemica, riporta Adnkronos, fa sentire i suoi effetti negativi soprattutto sulla filiera turistica, dove le imprese hanno previsto per il momento un calo del 14,6% nell’attivazione dei contratti rispetto a dicembre.

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Investimenti green: pochi italiani li conoscono

Il cambiamento climatico è un tema che preoccupa la maggior parte degli italiani, ma molti hanno altrettanto timore di un possibile aumento dei prezzi a causa delle politiche green. Che fare, quindi? Qualche dato sulla situazione, frutto dell’Osservatorio sulla sostenibilità realizzato dal Censis in collaborazione con Assogestioni, l’associazione italiana delle società di gestione del risparmio. Il 79,9% degli italiani ha paura del cambiamento climatico, in particolare dell’aumento sopra 1,5 gradi della temperatura della Terra. La percentuale arriva all’83,8% nel Nord-Est e all’82,7% tra le donne.

Sostenibilità, a quale prezzo?

Sostenibilità sì, ma non se si deve aumentare il prezzo d’acquisto di energia, beni e servizi. Il 73,9% degli italiani, a fronte di questo scenario, afferma che allora bisognerà cercare altre strade per bloccare il riscaldamento globale e non inquinare. All’interno di questa percentuale, lo pensa il 69,5% di chi risiede nel Nord-Ovest, il 73,9% nel Nord-Est, il 79,4% nel Centro e il 74,1% al Sud. Il taglio del potere d’acquisto a causa dell’inflazione o la decrescita economica in cambio del green sono spettri che inquietano. La paura del cambiamento climatico non basta a far passare scelte che riducano il benessere individuale. Se i combustili fossili sono “cattivi” in via di principio, tuttavia non piacciono le alternative che generano una inflazione a trazione green. Del resto, il 44% degli italiani è contrario a pratiche all’insegna della sostenibilità che determinino ulteriori iniquità sociali.

C’è bisogno di chiarezza

Ma ci sono anche delle ombre sulla corretta informazione per quanto riguarda queste tematiche. Il 74,6% degli italiani ritiene che ci sia troppa confusione sui temi del riscaldamento globale e della sostenibilità. Se ne parla tanto, ma la moltiplicazione delle informazioni genera un rumore di fondo che non aiuta a capire. Solo il 26,2% afferma di sapere precisamente cosa si intende per sostenibilità, il 60,8% ne ha una conoscenza per grandi linee e comunque non sarebbe in grado di spiegarlo ad altre persone.

Il ruolo degli investimenti green (poco noti)

Secondo gli intervistati, anche la finanza è una delle strade percorribili per uscire dall’impasse sostenibilità contro inflazione. Secondo il 76,6% la finanza giocherà un ruolo importante, perché il collasso ambientale costituirebbe una minaccia per gli stessi investimenti. Per questo motivo sono importanti gli investimenti sostenibili Esg (Environmental, Social and Governance). Ma ancora il 64,4% degli italiani dice di saperne poco o niente. Il 63,4% ne ha solo sentito parlare. Tuttavia, orientare una parte dei 1.600 miliardi di euro delle famiglie giacenti sui conti correnti (+5% rispetto allo scorso anno) verso l’acquisto di prodotti finanziari Esg sarebbe un boost straordinario per la transizione ecologica. Affinché ciò avvenga, per l’84,6% degli italiani occorre chiarezza e semplicità delle informazioni sugli investimenti Esg in modo da farli apprezzare. Il 72,5% individua nella consulenza finanziaria un attore positivo, che potrebbe promuovere la finanza sostenibile. 

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Le figure professionali più richieste nel 2022

Un nuovo anno è alle porte, e in un’epoca di cambiamenti eccezionali e molto veloci, anche per quanto riguarda il mondo del lavoro il 2022 sarà ‘rivoluzionario’. Quindi, chi sta cercando un lavoro, chi desidera migliorare la propria carriera, o chi sta decidendo quale percorso di specializzazione imboccare, deve mantenersi aggiornato sui trend in evoluzione, e soprattutto, su quali saranno le figure più ricercate il prossimo anno. Non ci sono dubbi, il mercato del lavoro è decisamente cambiato, e figure professionali oggi molto ricercate un quinquennio fa non esistevano, o erano del tutto marginali.

Cercasi professioni legate al mondo medico e farmaceutico

“Come diretta conseguenza della lunga emergenza sanitaria che stiamo vivendo tra le figure lavorative più ricercate continueranno sicuramente a esserci quelle legate al mondo medico e al mondo farmaceutico – spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, la società internazionale di head hunting -. Penso ad esempio al Medical Advisor, nonché al Pharmaceutical Marketing Manager, e in generale, a tutte quelle figure necessarie per rendere più efficienti le strutture sanitarie italiane”.
Ma tra le posizioni più ricercate ci sono poi, com’è ormai abitudine, anche diversi profili del mondo digitale.

Dal Data Scientist all’E-commerce manager fino al Giurista d’impresa

“L’analisi dei dati è un’attività fondamentale per un numero sempre maggiore di imprese, ed è per questo motivo che i professionisti dell’interpretazione del dato, a partire dal Data Scientist, figurano tra le priorità in fatto di risorse umane per le più disparate realtà”, aggiunge l’head hunter. E ancora, stando alle stime di Carola Adami, sul mercato del lavoro del nuovo anno altre figure che si presenteranno ‘in grande spolvero’ saranno il Project Manager, l’Export Manager, l’E-commerce manager, nonché il Giurista d’impresa, una figura sempre più ricercata negli ultimi anni. Per capire come si presenterà il mercato del lavoro del futuro, però, non basta guardare alle le professioni più ricercate. È infatti importante guardare anche ai trend più generali.

Occhio ai trend: smart working e reskilling

“Il lavoro da remoto continuerà a essere protagonista anche nei prossimi mesi, un po’ per il perdurare dell’emergenza sanitaria e un po’ per l’adozione stabile dello smart working da parte di tante aziende piccole e grandi, che ne hanno scoperto i vantaggi a partire dal lockdown – sottolinea Adami -. Considerati i rapidi processi evolutivi che abbiano conosciuto e che conosceremo a breve, un altro trend importante è quello del reskilling, con le aziende che investono nella riqualificazione e nella formazione del proprio personale. Chi cerca lavoro, da parte sua, deve essere pronto a colmare eventuali lacune per rendere più appetibile il proprio curriculum vitae”.

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Il futuro del lavoro: meno in presenza e sempre più ibrido

Appare sempre più chiaro che non si tornerà indietro. Alcuni dei cambiamenti imposti dalla pandemia alle nostre abitudini quotidiane, infatti, sembrano destinati a restare: e tra questi, almeno parzialmente, c’è il modo di lavorare. Ovviamente si intende tra lavoro “classico”, in azienda o in ufficio, e da remoto, una modalità che ha preso piede proprio nei momenti più duri della pandemia. In base agli ultimi dati, si prevede che in Italia solo il 42% dei dipendenti tornerà stabilmente alla proprio sede di lavoro entro due anni, circa la metà del periodo ante Covid. In ogni caso, si tratta di una percentuale maggiore rispetto a quella attuale, che vede solo il 232% di tutti i lavoratori rientrati in modo fisso alla propria scrivania. A rivelarlo sono i risultati della ricerca Benefit Trends Survey 2021-2022 condotta da Willis Towers Watson su un campione di aziende attive nel nostro Paese e rappresentanti circa 155.000 lavoratori.

L’exploit dei modelli ibridi 

La ricerca evidenzia poi che saranno i modelli ibridi – ovvero un po’ in presenza e un po’ a distanza – le modalità di lavoro più diffuse nei prodigi due anni. Saranno quindi ancora in maggioranza rispetto al lavoro totalmente da remoto, sebbene quest’ultimo abbia registrato una percentuale di crescita maggiore lo scorso anno. Nel 2019 la stragrande maggioranza dei dipendenti (82%) lavorava in ufficio. Solo il 12% dei dipendenti si divideva tra casa e ufficio, e il 6% dei dipendenti operava da remoto: oggi invece queste due ultime categorie rappresentano rispettivamente il 31% e il 38%, con un evidente crescita di entrambe.

L’evoluzione dell’immediato futuro

Si assiste però a un riassestamento della percentuale di dipendenti che lavorano solo da remoto (tra due anni scenderanno dal 38% al 23%), mentre stanno aumentando di contro quelli che lavorano in presenza (tra due anni saliranno dal 32% al 42%) e in modalità ibrida (dal 31% al 35%). Sette aziende su dieci (71%), inoltre, progettano oggi di consentire un pieno ritorno in ufficio su base volontaria entro la fine dell’anno, mentre il 47% non sono ancora sicure di quando termineranno i protocolli anti-Covid e solo un 10% prevede di fermarli prima del 2022.
“Il lavoro ibrido è destinato a giocare un ruolo di primo piano in futuro, andando a coprire fino a un terzo della forza lavoro aziendale. Abbiamo sperimentato cambiamenti profondi durante il Covid e le persone hanno bisogno di essere sostenute in questa transizione. Nel passaggio verso la “nuova normalità” le aziende devono concentrarsi sulla employee experience, personalizzando l’offerta di benefit, integrando il wellbeing nei propri programmi e supportando i dipendenti in un contesto di lavoro più agile e flessibile”, spiega Alessandro Brioschi, Health & Benefit Senior Consultant di Willis Towers Watson.

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Con l’app si valuta la qualità di cibi e cosmetici, ma non solo

È Yuka l’app più usata per valutare la qualità di cibi e cosmetici, ma ce ne sono tante altre, e non solo per il beauty e il food confezionato, ma anche per scarpe e vestiti. Insomma, i nuovi consulenti dei consumatori sono le app. Yuka, ad esempio, è utilizzata in 11 paesi nel mondo da oltre 20 milioni di persone, e in Italia è stata scaricata oltre 10 milioni di volte. Il segreto di tanto successo? Basta inquadrare il codice a barre dei prodotti con il telefonino e l’app promuove o boccia il contenuto in relazione alla qualità per la nostra salute, con tanto di semaforo verde, giallo o rosso. In pratica l’app scansiona i prodotti e analizza nel dettaglio i componenti riportati sull’etichetta. E se gli adolescenti la usano per inquadrare le merendine preferite e scoprire in pochi secondi cosa stanno per mangiare, le signore ‘beauty addicted’ la utilizzano per confrontare rossetti e creme, e i neo-genitori per scegliere quali omogeneizzati è meglio (non) acquistare.

Eccellente, buono, mediocre o scarso? 

Yuka è un’applicazione francese e valuta la qualità secondo il metodo di etichettatura ‘Nutriscore’ a semaforo, mentre in Italia si usa il sistema ‘Nutriform Battery’, che elenca in modo più preciso e dettagliato la composizione nutrizionale. Il sistema giudica però in modo semplice e immediato se il prodotto alimentare è eccellente, buono, mediocre o scarso tenendo conto della qualità nutrizionale. In pratica, il contenuto di zuccheri, sale, calorie, fibre, grassi rappresenta il 60% della valutazione, la presenza di additivi conta per il 30% nella valutazione, e il profilo bio ‘vale’ il 10%. Per i cosmetici giudica le sostanze chimiche prsenti, se innocue o potenzialmente dannose.

Un sistema credibile perché indipendente

Insomma, l’applicazione del momento segue il nuovo trend che vede le app scaricate sugli smartphone sempre più al centro dello shopping e della nostra vita. Gli informatici francesi che hanno inventato Yuka garantiscono che il sistema è credibile perché indipendente e basato su un database mondiale che cresce di giorno in giorno. Ma, soprattutto, è attendibile perché non riceve alcun finanziamento da parte di brand, ma solo dagli utenti. Sul fronte alimentare oltre Yuka c’è l’analoga Edo, ma esistono da qualche anno le app che rivelano marca e prezzo di vestiti e scarpe, che magari vediamo indossati da qualcuno che attraversa la strada o che notiamo sulle riviste o sui social.

Cresce l’uso di applicazioni che supportano le scelte dei consumatori

Un esempio è ASAP54, definita ‘lo Shazam della moda’, oppure Snap Fashion. Ci sono poi quelle che aiutano a scegliere l’outfit migliore, come My Dressing o ClosetSpace, o ancora, StyleBook, riporta Ansa.  Anche sul fronte dei cosmetici cresce l’uso di applicazioni che supportano le scelte. Si va da INCIBeauty (un milione di download) a Greenity-Bio Inci cosmetici (oltre centomila download), oppure Biotiful, che traduce in termini semplici l’INCI, l’elenco ingredienti, e confronta prezzi e recensioni. Proprio come Shazam, che indovina le canzoni in pochi secondi, le nuove app mettono al centro il consumatore risolvendo dubbi e difficoltà all’istante. 

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Il post-pandemia non segna il declino dello smart working

Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano con l’avanzamento della campagna vaccinale in Italia diminuisce progressivamente il numero degli smart worker, passati da 5,37 milioni nel primo trimestre del 2021 a 4,07 milioni nel terzo.
Di fatto a settembre si contano complessivamente 1,77 milioni di lavoratori agili nelle grandi imprese, 630mila nelle Pmi, 810mila nelle micro imprese, e 860mila nella PA. Il graduale rientro in ufficio non segna però in generale un declino dello smart working. Al contrario, rispetto ai numeri registrati a settembre le organizzazioni prevedono un aumento dei lavoratori agili. Si prevede infatti che saranno 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%), di cui 2,03 milioni nelle grandi imprese, 700mila delle Pmi, 970mila nelle micro imprese, e 680mila nella PA.

La scelta di proseguire è motivata dai benefici riscontrati da lavoratori e aziende

Dopo la pandemia lo smart working rimarrà, o sarà introdotto, nell’89% delle grandi aziende, nel 62% delle PA, e nel 35% delle Pmi, anche se un terzo di loro prevede di abbandonarlo. La scelta di proseguire con lo smart working è motivata dai benefici riscontrati da lavoratori e aziende. Ad esempio, l’equilibrio fra lavoro e vita privata è migliorato per l‘89% delle grandi imprese, il 55% delle Pmi, e l’82% delle PA. In generale, la modalità di lavoro tenderà a essere ibrida, alla ricerca di un miglior equilibrio fra lavoro in sede e a distanza. In particolare, nelle grandi imprese sarà possibile lavorare a distanza mediamente per tre giorni a settimana, e due nelle PA.

Lavoratori soddisfatti. Ma c’è qualche ripercussione negativa

Nel complesso la diffusione dello smart working ha avuto un impatto positivo sui lavoratori. Per il 39% è migliorato il proprio work-life balance, il 38% si sente più efficiente nello svolgimento della propria mansione e il 35% più efficace. Inoltre, secondo il 32% è cresciuta la fiducia fra manager e collaboratori, e per il 31% la comunicazione fra colleghi. Ma il perdurare della pandemia e i lunghi periodi di lavoro da casa hanno anche avuto alcune ripercussioni negative: è infatti diminuita ulteriormente la percentuale di smart worker pienamente ingaggiati, passata dal 18% al 7%, e tra i lavoratori aumenta il livello di tecnostress e overworking.

I benefici sociali e ambientali sono tanti

I benefici e le opportunità che derivano dallo smart working riguardano non solo le organizzazioni e i lavoratori, ma anche una maggiore sostenibilità sociale e ambientale. Secondo le grandi imprese, la sua applicazione su larga scala favorisce l’inclusione di chi vive lontano dalla sede di lavoro (81%), dei genitori (79%) e di chi si prende cura di anziani e disabili (63%). La possibilità di lavorare in media 2,5 giorni a settimana da casa porterà poi al risparmio di 123 ore l’anno e 1.450 euro in meno per ogni lavoratore che usa l’automobile per recarsi in ufficio. E in termini di sostenibilità ambientale, la sua applicazione comporterà minori emissioni: circa 1,8 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.

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Cybersecurity: le aziende sono vulnerabili agli attacchi alla supply chain

Secondo il Report Acronis sulla preparazione digitale 2021, oltre la metà dei responsabili IT ritiene che l’impiego di un ‘software conosciuto e attendibile’ sia una protezione sufficiente agli attacchi informatici, il che trasforma le organizzazioni in un facile bersaglio dei cybercriminali. Tanto che il 53% delle aziende a livello globale sembra avere una percezione falsata della sicurezza rispetto agli attacchi alla supply chain. Inoltre, tre aziende su dieci riferiscono di aver dovuto affrontare almeno un attacco informatico al giorno, e solo il 20% delle aziende segnala di non aver subito alcun attacco, una percentuale in calo rispetto al 32% del 2020.

Il phishing è il tipo di attacco più diffuso

Il 2021 è stato decisamente l’anno del phishing: la richiesta di soluzioni per il filtraggio degli URL è decuplicata rispetto all’anno precedente, e ora il 20% delle aziende globali riconosce la pericolosità di questa minaccia. Le tipologie di attacco più diffuse quest’anno hanno raggiunto livelli record, incluso appunto il phishing, la cui frequenza continua a crescere collocando questo tipo di attacco al primo posto (58%). Nel 2021 però è netto anche l’incremento degli attacchi malware, rilevati dal 36,5% delle aziende, con un aumento rispetto al 22,2% del 2020. Malgrado la crescente consapevolezza circa l’autenticazione a più fattori, quasi la metà dei responsabili IT (47%) non ha ancora adottato questo tipo di soluzioni, lasciando la propria azienda vulnerabile.

II lavoro da remoto rende più complessi gli ambienti IT

Inoltre, con il lavoro da remoto ormai riconosciuto come modalità a lungo termine, oggi è ancora più importante che i responsabili IT possano controllare e gestire una vasta gamma di dispositivi remoti. Non sorprende quindi che sia triplicata la richiesta di strumenti più sicuri per la gestione e il monitoraggio da remoto, che sale al 35,7% contro il 10% del 2020. Quest’anno poi le aziende continuano ad adottare nuove soluzioni, ma ciò contribuisce ad aumentare la complessità degli ambienti IT, una potenziale causa di ulteriori violazioni e di future e impreviste interruzioni operative.

Un telelavoratore su cinque riceve oltre 20 e-mail pericolose al mese

Un telelavoratore su quattro ha segnalato la carenza di supporto IT come una delle principali difficoltà affrontate nel corso dell’anno, e sempre un telelavoratore su quattro non utilizza l’autenticazione a più fattori, quindi diventa facile bersaglio delle tecniche di phishing. In media, un telelavoratore su cinque è vittima di un attacco di phishing serio e riceve oltre 20 e-mail pericolose al mese. Il 71% degli intervistati ha confermato di ricevere tentativi di phishing ogni mese. Malgrado i crescenti pericoli per i dipendenti, il lavoro da remoto è una realtà destinata a durare: si continuerà a lavorare e ad assumere da remoto. È un dato di fatto a cui la maggior parte dei professionisti IT deve ancora prepararsi, trovando soluzioni per la carenza di hardware, l’aumento della complessità e il maggior fabbisogno di supporto IT e soluzioni avanzate di Cyber Security. È una vera e propria crisi esistenziale alla quale le aziende devono far fronte. In caso contrario, i costi potenziali possono essere davvero eccessivi.

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Instagram celebra il suo 11° compleanno. I consigli per usarla in modo sicuro

Da piccolo servizio di condivisione foto a uno dei social network più popolari al mondo: Instagram compie 11 anni, e secondo quanto riportato dai dati di eMarketer a oggi conta 1,074 miliardi di utenti in tutto il mondo. Tramite la piattaforma gli utenti ora possono avere accesso a negozi online, incontrare persone con le stesse passioni, prenotare i servizi più disparati, o anche ‘incontrare l’amore’. Ma tenuto conto del numero elevato di utenti che ogni giorno accedono all’app gli esperti di Kaspersky hanno stilato una lista di raccomandazioni su come mantenere protetti i dati sensibili e l’account. Prestare attenzione al livello di privacy del proprio account è infatti una misura di sicurezza necessaria per evitare che i criminali informatici entrino in possesso delle informazioni personali.
Una possibile opzione è rendere privato l’account Instagram, in modo che i propri post siano visibili solo a follower approvati.

Verificare, controllare e cancellare le proprie tracce digitali

Verificare, controllare e cancellare le proprie tracce digitali, rimuovendo, ad esempio, le informazioni sui metodi di pagamento dall’account, è fondamentale per proteggersi da furti di dati. Nell’app ci sono istruzioni per configurare iOS e Android in tal senso. Inoltre, è raccomandabile rimuovere il numero di telefono per evitare di essere contattato da sconosciuti. Proteggere i dati personali è poi una misura che aiuterà a mantenere il controllo dei dati condivisi con la piattaforma. In primo luogo, rimuovere i contatti sincronizzati, che Instagram utilizza per offrire suggerimenti su account da seguire o mostrare annunci mirati. Allo stesso modo, bloccare le applicazioni di terze parti collegate al proprio account Instagram: questo permette di eliminare attività non autorizzate sul proprio account, riducendo il rischio di perdita di dati.

Attenzione alla condivisione

Ovviamente, non utilizzare la stessa password per l’account Instagram e per altri servizi. I programmi di password manager possono aiutare a memorizzare una sola password principale e a superare la difficoltà di doverne memorizzare di più complesse. “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” è comunque la regola migliore per proteggere i dati personali e i dispositivi. I link malevoli possono essere inviati da amici, colleghi o anche partner di gioco online i cui account sono stati compromessi. Pertanto, verificare la validità dei link ricevuti prima di cliccarci sopra, inserendo l’indirizzo web direttamente nel browser o puntando il cursore sul link per valutarne la legittimità. Inoltre, prestare attenzione alla condivisione di scansioni e foto, soprattutto quando si tratta di documenti d’identità, biglietti e documenti di fatturazione. E non condividere le informazioni sui propri spostamenti e sugli orari di viaggio. 

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