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Investimenti green: pochi italiani li conoscono

Il cambiamento climatico è un tema che preoccupa la maggior parte degli italiani, ma molti hanno altrettanto timore di un possibile aumento dei prezzi a causa delle politiche green. Che fare, quindi? Qualche dato sulla situazione, frutto dell’Osservatorio sulla sostenibilità realizzato dal Censis in collaborazione con Assogestioni, l’associazione italiana delle società di gestione del risparmio. Il 79,9% degli italiani ha paura del cambiamento climatico, in particolare dell’aumento sopra 1,5 gradi della temperatura della Terra. La percentuale arriva all’83,8% nel Nord-Est e all’82,7% tra le donne.

Sostenibilità, a quale prezzo?

Sostenibilità sì, ma non se si deve aumentare il prezzo d’acquisto di energia, beni e servizi. Il 73,9% degli italiani, a fronte di questo scenario, afferma che allora bisognerà cercare altre strade per bloccare il riscaldamento globale e non inquinare. All’interno di questa percentuale, lo pensa il 69,5% di chi risiede nel Nord-Ovest, il 73,9% nel Nord-Est, il 79,4% nel Centro e il 74,1% al Sud. Il taglio del potere d’acquisto a causa dell’inflazione o la decrescita economica in cambio del green sono spettri che inquietano. La paura del cambiamento climatico non basta a far passare scelte che riducano il benessere individuale. Se i combustili fossili sono “cattivi” in via di principio, tuttavia non piacciono le alternative che generano una inflazione a trazione green. Del resto, il 44% degli italiani è contrario a pratiche all’insegna della sostenibilità che determinino ulteriori iniquità sociali.

C’è bisogno di chiarezza

Ma ci sono anche delle ombre sulla corretta informazione per quanto riguarda queste tematiche. Il 74,6% degli italiani ritiene che ci sia troppa confusione sui temi del riscaldamento globale e della sostenibilità. Se ne parla tanto, ma la moltiplicazione delle informazioni genera un rumore di fondo che non aiuta a capire. Solo il 26,2% afferma di sapere precisamente cosa si intende per sostenibilità, il 60,8% ne ha una conoscenza per grandi linee e comunque non sarebbe in grado di spiegarlo ad altre persone.

Il ruolo degli investimenti green (poco noti)

Secondo gli intervistati, anche la finanza è una delle strade percorribili per uscire dall’impasse sostenibilità contro inflazione. Secondo il 76,6% la finanza giocherà un ruolo importante, perché il collasso ambientale costituirebbe una minaccia per gli stessi investimenti. Per questo motivo sono importanti gli investimenti sostenibili Esg (Environmental, Social and Governance). Ma ancora il 64,4% degli italiani dice di saperne poco o niente. Il 63,4% ne ha solo sentito parlare. Tuttavia, orientare una parte dei 1.600 miliardi di euro delle famiglie giacenti sui conti correnti (+5% rispetto allo scorso anno) verso l’acquisto di prodotti finanziari Esg sarebbe un boost straordinario per la transizione ecologica. Affinché ciò avvenga, per l’84,6% degli italiani occorre chiarezza e semplicità delle informazioni sugli investimenti Esg in modo da farli apprezzare. Il 72,5% individua nella consulenza finanziaria un attore positivo, che potrebbe promuovere la finanza sostenibile. 

Le figure professionali più richieste nel 2022

Un nuovo anno è alle porte, e in un’epoca di cambiamenti eccezionali e molto veloci, anche per quanto riguarda il mondo del lavoro il 2022 sarà ‘rivoluzionario’. Quindi, chi sta cercando un lavoro, chi desidera migliorare la propria carriera, o chi sta decidendo quale percorso di specializzazione imboccare, deve mantenersi aggiornato sui trend in evoluzione, e soprattutto, su quali saranno le figure più ricercate il prossimo anno. Non ci sono dubbi, il mercato del lavoro è decisamente cambiato, e figure professionali oggi molto ricercate un quinquennio fa non esistevano, o erano del tutto marginali.

Cercasi professioni legate al mondo medico e farmaceutico

“Come diretta conseguenza della lunga emergenza sanitaria che stiamo vivendo tra le figure lavorative più ricercate continueranno sicuramente a esserci quelle legate al mondo medico e al mondo farmaceutico – spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, la società internazionale di head hunting -. Penso ad esempio al Medical Advisor, nonché al Pharmaceutical Marketing Manager, e in generale, a tutte quelle figure necessarie per rendere più efficienti le strutture sanitarie italiane”.
Ma tra le posizioni più ricercate ci sono poi, com’è ormai abitudine, anche diversi profili del mondo digitale.

Dal Data Scientist all’E-commerce manager fino al Giurista d’impresa

“L’analisi dei dati è un’attività fondamentale per un numero sempre maggiore di imprese, ed è per questo motivo che i professionisti dell’interpretazione del dato, a partire dal Data Scientist, figurano tra le priorità in fatto di risorse umane per le più disparate realtà”, aggiunge l’head hunter. E ancora, stando alle stime di Carola Adami, sul mercato del lavoro del nuovo anno altre figure che si presenteranno ‘in grande spolvero’ saranno il Project Manager, l’Export Manager, l’E-commerce manager, nonché il Giurista d’impresa, una figura sempre più ricercata negli ultimi anni. Per capire come si presenterà il mercato del lavoro del futuro, però, non basta guardare alle le professioni più ricercate. È infatti importante guardare anche ai trend più generali.

Occhio ai trend: smart working e reskilling

“Il lavoro da remoto continuerà a essere protagonista anche nei prossimi mesi, un po’ per il perdurare dell’emergenza sanitaria e un po’ per l’adozione stabile dello smart working da parte di tante aziende piccole e grandi, che ne hanno scoperto i vantaggi a partire dal lockdown – sottolinea Adami -. Considerati i rapidi processi evolutivi che abbiano conosciuto e che conosceremo a breve, un altro trend importante è quello del reskilling, con le aziende che investono nella riqualificazione e nella formazione del proprio personale. Chi cerca lavoro, da parte sua, deve essere pronto a colmare eventuali lacune per rendere più appetibile il proprio curriculum vitae”.

Con l’app si valuta la qualità di cibi e cosmetici, ma non solo

È Yuka l’app più usata per valutare la qualità di cibi e cosmetici, ma ce ne sono tante altre, e non solo per il beauty e il food confezionato, ma anche per scarpe e vestiti. Insomma, i nuovi consulenti dei consumatori sono le app. Yuka, ad esempio, è utilizzata in 11 paesi nel mondo da oltre 20 milioni di persone, e in Italia è stata scaricata oltre 10 milioni di volte. Il segreto di tanto successo? Basta inquadrare il codice a barre dei prodotti con il telefonino e l’app promuove o boccia il contenuto in relazione alla qualità per la nostra salute, con tanto di semaforo verde, giallo o rosso. In pratica l’app scansiona i prodotti e analizza nel dettaglio i componenti riportati sull’etichetta. E se gli adolescenti la usano per inquadrare le merendine preferite e scoprire in pochi secondi cosa stanno per mangiare, le signore ‘beauty addicted’ la utilizzano per confrontare rossetti e creme, e i neo-genitori per scegliere quali omogeneizzati è meglio (non) acquistare.

Eccellente, buono, mediocre o scarso? 

Yuka è un’applicazione francese e valuta la qualità secondo il metodo di etichettatura ‘Nutriscore’ a semaforo, mentre in Italia si usa il sistema ‘Nutriform Battery’, che elenca in modo più preciso e dettagliato la composizione nutrizionale. Il sistema giudica però in modo semplice e immediato se il prodotto alimentare è eccellente, buono, mediocre o scarso tenendo conto della qualità nutrizionale. In pratica, il contenuto di zuccheri, sale, calorie, fibre, grassi rappresenta il 60% della valutazione, la presenza di additivi conta per il 30% nella valutazione, e il profilo bio ‘vale’ il 10%. Per i cosmetici giudica le sostanze chimiche prsenti, se innocue o potenzialmente dannose.

Un sistema credibile perché indipendente

Insomma, l’applicazione del momento segue il nuovo trend che vede le app scaricate sugli smartphone sempre più al centro dello shopping e della nostra vita. Gli informatici francesi che hanno inventato Yuka garantiscono che il sistema è credibile perché indipendente e basato su un database mondiale che cresce di giorno in giorno. Ma, soprattutto, è attendibile perché non riceve alcun finanziamento da parte di brand, ma solo dagli utenti. Sul fronte alimentare oltre Yuka c’è l’analoga Edo, ma esistono da qualche anno le app che rivelano marca e prezzo di vestiti e scarpe, che magari vediamo indossati da qualcuno che attraversa la strada o che notiamo sulle riviste o sui social.

Cresce l’uso di applicazioni che supportano le scelte dei consumatori

Un esempio è ASAP54, definita ‘lo Shazam della moda’, oppure Snap Fashion. Ci sono poi quelle che aiutano a scegliere l’outfit migliore, come My Dressing o ClosetSpace, o ancora, StyleBook, riporta Ansa.  Anche sul fronte dei cosmetici cresce l’uso di applicazioni che supportano le scelte. Si va da INCIBeauty (un milione di download) a Greenity-Bio Inci cosmetici (oltre centomila download), oppure Biotiful, che traduce in termini semplici l’INCI, l’elenco ingredienti, e confronta prezzi e recensioni. Proprio come Shazam, che indovina le canzoni in pochi secondi, le nuove app mettono al centro il consumatore risolvendo dubbi e difficoltà all’istante. 

Il post-pandemia non segna il declino dello smart working

Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano con l’avanzamento della campagna vaccinale in Italia diminuisce progressivamente il numero degli smart worker, passati da 5,37 milioni nel primo trimestre del 2021 a 4,07 milioni nel terzo.
Di fatto a settembre si contano complessivamente 1,77 milioni di lavoratori agili nelle grandi imprese, 630mila nelle Pmi, 810mila nelle micro imprese, e 860mila nella PA. Il graduale rientro in ufficio non segna però in generale un declino dello smart working. Al contrario, rispetto ai numeri registrati a settembre le organizzazioni prevedono un aumento dei lavoratori agili. Si prevede infatti che saranno 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%), di cui 2,03 milioni nelle grandi imprese, 700mila delle Pmi, 970mila nelle micro imprese, e 680mila nella PA.

La scelta di proseguire è motivata dai benefici riscontrati da lavoratori e aziende

Dopo la pandemia lo smart working rimarrà, o sarà introdotto, nell’89% delle grandi aziende, nel 62% delle PA, e nel 35% delle Pmi, anche se un terzo di loro prevede di abbandonarlo. La scelta di proseguire con lo smart working è motivata dai benefici riscontrati da lavoratori e aziende. Ad esempio, l’equilibrio fra lavoro e vita privata è migliorato per l‘89% delle grandi imprese, il 55% delle Pmi, e l’82% delle PA. In generale, la modalità di lavoro tenderà a essere ibrida, alla ricerca di un miglior equilibrio fra lavoro in sede e a distanza. In particolare, nelle grandi imprese sarà possibile lavorare a distanza mediamente per tre giorni a settimana, e due nelle PA.

Lavoratori soddisfatti. Ma c’è qualche ripercussione negativa

Nel complesso la diffusione dello smart working ha avuto un impatto positivo sui lavoratori. Per il 39% è migliorato il proprio work-life balance, il 38% si sente più efficiente nello svolgimento della propria mansione e il 35% più efficace. Inoltre, secondo il 32% è cresciuta la fiducia fra manager e collaboratori, e per il 31% la comunicazione fra colleghi. Ma il perdurare della pandemia e i lunghi periodi di lavoro da casa hanno anche avuto alcune ripercussioni negative: è infatti diminuita ulteriormente la percentuale di smart worker pienamente ingaggiati, passata dal 18% al 7%, e tra i lavoratori aumenta il livello di tecnostress e overworking.

I benefici sociali e ambientali sono tanti

I benefici e le opportunità che derivano dallo smart working riguardano non solo le organizzazioni e i lavoratori, ma anche una maggiore sostenibilità sociale e ambientale. Secondo le grandi imprese, la sua applicazione su larga scala favorisce l’inclusione di chi vive lontano dalla sede di lavoro (81%), dei genitori (79%) e di chi si prende cura di anziani e disabili (63%). La possibilità di lavorare in media 2,5 giorni a settimana da casa porterà poi al risparmio di 123 ore l’anno e 1.450 euro in meno per ogni lavoratore che usa l’automobile per recarsi in ufficio. E in termini di sostenibilità ambientale, la sua applicazione comporterà minori emissioni: circa 1,8 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.

Cybersecurity: le aziende sono vulnerabili agli attacchi alla supply chain

Secondo il Report Acronis sulla preparazione digitale 2021, oltre la metà dei responsabili IT ritiene che l’impiego di un ‘software conosciuto e attendibile’ sia una protezione sufficiente agli attacchi informatici, il che trasforma le organizzazioni in un facile bersaglio dei cybercriminali. Tanto che il 53% delle aziende a livello globale sembra avere una percezione falsata della sicurezza rispetto agli attacchi alla supply chain. Inoltre, tre aziende su dieci riferiscono di aver dovuto affrontare almeno un attacco informatico al giorno, e solo il 20% delle aziende segnala di non aver subito alcun attacco, una percentuale in calo rispetto al 32% del 2020.

Il phishing è il tipo di attacco più diffuso

Il 2021 è stato decisamente l’anno del phishing: la richiesta di soluzioni per il filtraggio degli URL è decuplicata rispetto all’anno precedente, e ora il 20% delle aziende globali riconosce la pericolosità di questa minaccia. Le tipologie di attacco più diffuse quest’anno hanno raggiunto livelli record, incluso appunto il phishing, la cui frequenza continua a crescere collocando questo tipo di attacco al primo posto (58%). Nel 2021 però è netto anche l’incremento degli attacchi malware, rilevati dal 36,5% delle aziende, con un aumento rispetto al 22,2% del 2020. Malgrado la crescente consapevolezza circa l’autenticazione a più fattori, quasi la metà dei responsabili IT (47%) non ha ancora adottato questo tipo di soluzioni, lasciando la propria azienda vulnerabile.

II lavoro da remoto rende più complessi gli ambienti IT

Inoltre, con il lavoro da remoto ormai riconosciuto come modalità a lungo termine, oggi è ancora più importante che i responsabili IT possano controllare e gestire una vasta gamma di dispositivi remoti. Non sorprende quindi che sia triplicata la richiesta di strumenti più sicuri per la gestione e il monitoraggio da remoto, che sale al 35,7% contro il 10% del 2020. Quest’anno poi le aziende continuano ad adottare nuove soluzioni, ma ciò contribuisce ad aumentare la complessità degli ambienti IT, una potenziale causa di ulteriori violazioni e di future e impreviste interruzioni operative.

Un telelavoratore su cinque riceve oltre 20 e-mail pericolose al mese

Un telelavoratore su quattro ha segnalato la carenza di supporto IT come una delle principali difficoltà affrontate nel corso dell’anno, e sempre un telelavoratore su quattro non utilizza l’autenticazione a più fattori, quindi diventa facile bersaglio delle tecniche di phishing. In media, un telelavoratore su cinque è vittima di un attacco di phishing serio e riceve oltre 20 e-mail pericolose al mese. Il 71% degli intervistati ha confermato di ricevere tentativi di phishing ogni mese. Malgrado i crescenti pericoli per i dipendenti, il lavoro da remoto è una realtà destinata a durare: si continuerà a lavorare e ad assumere da remoto. È un dato di fatto a cui la maggior parte dei professionisti IT deve ancora prepararsi, trovando soluzioni per la carenza di hardware, l’aumento della complessità e il maggior fabbisogno di supporto IT e soluzioni avanzate di Cyber Security. È una vera e propria crisi esistenziale alla quale le aziende devono far fronte. In caso contrario, i costi potenziali possono essere davvero eccessivi.

Gli italiani sostengono la svolta digitale perché è affidabile e sicura

È affidabile, sicura, ed è da sostenere e ampliare. Si tratta della svolta digitale, che gli italiani mostrano di apprezzare perché semplifica il rapporto con la PA e velocizza sia gli acquisti sia il pagamento dei tributi. Dall’analisi dei dati rilevati da un’indagine a cura della Fondazione Italia Digitale emerge infatti una sostanziale fiducia da parte dei cittadini nei confronti della digitalizzazione, vista come un’opportunità dal 75% degli intervistati in tutte le fasce di età. La fiducia emerge anche nel rapporto con l’informazione proveniente dal web e dai social, affidabile per il 64% del campione, e nel grado di sicurezza dei servizi digitali offerti (80%).
L’indagine è stata presentata nell’ambito dell’iniziativa di lancio della Fondazione Italia Digitale, nuova realtà che si occupa di cultura e policy digitali.

L’identità digitale conquista il 55% dei cittadini

Tra i canali più utilizzati dagli italiani al primo posto restano i siti web e le app (60%) seguiti dagli sportelli fisici (25%) e dai social network, che continuano la loro scalata inarrestabile tra le modalità preferite di contatto tra PA e cittadino (21%). Compie passi in avanti significativi anche l’identità digitale, attivata dal 55% del campione, mentre il 24% possiede sia una carta di identità elettronica sia lo SPID. Tra i servizi digitali guadagnano la prima posizione l’acquisto online e i pagamenti digitali (75%), seguiti dai servizi della PA (56%). Restando in tema di pagamenti verso la PA, chi predilige l’online lo fa per saldare i tributi (50%).

Serve un piano nazionale di cultura digitale

Ottima anche la percezione del fenomeno della digitalizzazione, vista come un processo di semplificazione (48%), e dello smart working, che viene avvertito come un’opportunità per rendere l’organizzazione del lavoro più flessibile e moderna (73%), e come mezzo per favorire l’integrazione delle categorie più fragili (84%). A tal proposito, e per mettere a sistema tutto ciò che è stato fatto finora, per il 90% degli italiani è necessario un ampio piano nazionale di cultura digitale, la cui caratteristica predominante deve essere la facilità e semplicità di utilizzo (35%).

Due obiettivi, semplicità di utilizzo e sicurezza

“È arrivato il momento di rendere popolare il digitale nel nostro Paese, la pandemia ha acceso un riflettore enorme: è cresciuta la consapevolezza di cittadini, istituzioni, imprese, e ora serve un salto di qualità per rendere strutturale il cambiamento – spiega Francesco Di Costanzo, presidente della Fondazione Italia Digitale -. Oggi c’è voglia di accelerare e la richiesta di digitale è sempre più forte”.
Secondo Livio Gigliuto, membro del cda della Fondazione Italia Digitale, “Il ruolo salvifico del digitale durante la pandemia sembra aver sconfitto la diffidenza degli italiani”.
Non solo acquisti online e videochiamate, quindi, gli italiani ora affidano al digitale anche certificati e tributi. E chiedono “un grande piano di cultura digitale che parta da due obiettivi – sottolinea Gigliuto – semplicità di utilizzo e sicurezza”.

Se gli investimenti sono Esg agli italiani piacciono di più

Il 63,4% degli italiani è a conoscenza degli strumenti finanziari Esg (Environmental, Social, Governance), ovvero basati su criteri di investimento responsabile, e il 52,5% sarebbe interessato a ‘metterci soldi’. Gli italiani sembrano apprezzare gli investimenti, e se sono se green e responsabili li apprezzano ancora di più. Nelle scelte di investimento l’opzione green infatti piace al 63,9% dei nostri connazionali, che considera gli strumenti Esg un’opportunità per investire bene, e dare prova dei valori nei quali si crede. Dello stesso parere i consulenti finanziari, per i quali gli investimenti responsabili attirano più di prima. Secondo l’82,4% di loro la clientela è molto o abbastanza interessata ai prodotti Esg, il 76,9% nota una maggiore attenzione rispetto al periodo pre Covid-19 e il 68,3% li propone con più frequenza. Si tratta di alcuni risultati emersi dal Rapporto ‘Gli italiani e la finanza sostenibile, per andare oltre la pandemia’, realizzato dal Censis in collaborazione con Assogestioni, l’Associazione italiana del risparmio gestito.

Serve un sistema di regole per identificare gli strumenti finanziari responsabili 

Per l’84,6% degli italiani però servono regole condivise a livello europeo, e strumenti come l’adozione di marchi con cui gli investitori possano identificare i prodotti finanziari green, perché gli italiani temono il greenwashing. L’80,8% introdurrebbe anche penalizzazioni per le aziende, o i fondi di investimento, che non rispettano le finalità ambientali e sociali indicate, dando anche la possibilità agli investitori di recedere dall’investimento. Anche per i consulenti finanziari occorre uno scatto in avanti in termini di autenticità e verificabilità, in particolare, creando a livello europeo un sistema di regole chiare con cui identificare i prodotti Esg (49,6%), attivando parametri con cui misurare il rispetto delle finalità ambientali, sociali e di governance (42,9%), e aumentando la trasparenza nelle informazioni e nei regolamenti (26,9%).

Il criterio ambientale si conferma come il più importante

Avvicinare gli investitori a un’idea di sostenibilità che integri ambiente, sociale e governance è la sfida che la finanza deve vincere per contribuire all’evoluzione sostenibile. In ogni caso, per la maggioranza degli italiani investire in modo responsabile significa soprattutto tutelare l’ambiente. Per il 52,1% il criterio ambientale si conferma infatti come il più importante, mentre il 26,2% indica il sociale, e il 21,7% la governance. Ancora più netta è la prospettiva dei consulenti finanziari: per il 90,7% l’ambito Esg più attrattivo per la clientela è quello ambientale (per il 6,3% l’ambito sociale e il 3% la governance).

Il ruolo strategico della consulenza finanziaria

L’81,2% degli italiani è favorevole all’introduzione di agevolazioni e incentivi, e per il 72,5% è strategico il ruolo della consulenza finanziaria nel promuovere gli investimenti Esg. Per il 75,7% dei consulenti finanziari invece serve una formazione ad hoc sugli investimenti Esg per presentarli al meglio alla clientela. Di fatto, per virare verso gli investimenti responsabili le risorse non mancano. Nel primo trimestre del 2021 il portafoglio delle attività finanziarie delle famiglie è arrivato a quasi 4.900 miliardi di euro, con un aumento del 10,9% in termini reali rispetto allo stesso periodo del 2020. Nello stesso periodo la liquidità delle famiglie è aumentata di 85,5 miliardi di euro (+5,7%), toccando la cifra record di 1.600 miliardi.

Gli italiani sostengono la transizione verso il packaging sostenibile

I prodotti bio sono una componente strutturale del carrello della spesa degli italiani, e le azioni a favore della sostenibilità che le imprese portano avanti si hanno ripercussioni sempre maggiori sul settore agroalimentare italiano. Cresce infatti l’impegno alla transizione a un packaging sostenibile, che abbandona la plastica vergine/monouso a favore di materiali riciclati e riciclabili o ottenuti da fonti rinnovabile. Di fatto, le vendite di prodotti biologici crescono del 133% negli ultimi dieci anni, raggiungendo a luglio 2021 un valore di 4.573 miliardi di euro, dei quali 3.872 nel mercato domestico. E circa 23 milioni di famiglie italiane, l’89% del totale, hanno acquistato Food&Beverage BIO almeno una volta nell’ultimo anno.

L’origine del prodotto e le caratteristiche del packaging guidano la scelta

Per comprendere queste dinamiche Nomisma ha realizzato per ASSOBIO un’analisi di 6 case history aziendali, che hanno consentito di mettere a fuoco il percorso di adozione di un packaging sostenibile nell’impresa e i relativi costi. E se le imprese vanno incontro alle nuove richieste del consumatore, che nella scelta di un prodotto BIO privilegia innanzitutto due driver, l’origine (42%) e le caratteristiche del packaging (21%). In relazione alle caratteristiche della confezione, gli aspetti più considerati riguardano l’effettiva sostenibilità dei materiali, la preferenza verso uno specifico materiale impiegato, alla leggerezza e all’essenza di eccessi di imballaggio, fino alle confezioni plastic free, cui si sommano le informazioni in etichetta e sull’impatto ambientale del prodotto.

Gli sforzi delle aziende sono premiati dal consumatore

In questo scenario di adozione di un packaging più sostenibile si confronta con l’aumento dei prezzi delle materie prime e con le complessità di adeguamento tecnologico delle linee produttive, a fronte di una non immediate e automatica disponibilità a pagare un differenziale di prezzo da parte del consumatore.
“Questi sforzi sono premiati dal consumatore – afferma Ersilia Di Tullio, senior project manager di Nomisma – che posto a scegliere fra la precedente confezione e quella più sostenibile dichiara una netta preferenza per quest’ultima: l’85% sceglie, infatti, il nuovo packaging sostenibile, il 9% dichiara di preferire il precedente e il 6% non rileva alcuna differenza”.

La vera sfida è comunicare la sostenibilità del packaging sull’etichetta

“La vera sfida, in un mondo di etichette sempre più ricche di informazioni e di claim – dichiara Silvia Zucconi, responsabile Market Intelligence Nomisma – diventa quindi quella di comunicare in maniera chiara e immediata la sostenibilità del packaging, rendendo esplicito al consumatore il valore aggiunto, per l’ambiente e per la collettività, che deriva dalla scelta quotidiana di consumare prodotti sostenibili per metodo di produzione e per caratteristiche dei materiali della confezione”.

Smartworking e diritto alla disconnessione

Lo smartworking è una modalità di prestazione da remoto molto diversa da come si è affermata durante la pandemia. Si tratta infatti di una tipologia contrattuale regolata dalla legge 81 del 2017, che prevede il diritto alla disconnessione, alla connessione e alla riconnessione.
“Il diritto alla disconnessione presuppone infatti che il dispositivo debba essere disconnesso dal server aziendale, cosicché il lavoratore non debba farsi carico di non rispondere a chiamate o messaggi – spiega la giuslavorista dell’Università di Milano Alessandra Ingrao -. La connessione, invece, resta a carico degli individui qualora l’azienda non supporti i costi – continua Ingrao -. Infine, la riconnessione è il diritto, una volta, terminata la pandemia, di ritornare in ufficio e poter contrattare le condizioni con cui tornare, evitando la completa spersonalizzazione da isolamento connessa alla sindrome della capanna”.

Mediare tra il telelavoro estremo e la spinta al ritorno in ufficio

Disconnessione, connessione e riconnessione sono tre diritti che stanno rimescolando le carte dopo una fase di telelavoro estremo durante i lockdown e la successiva spinta verso il ritorno in ufficio. Ma la possibilità di recuperare fondi disinvestendo dagli uffici fisici in centro città per destinarli a viaggi e iniziative aziendali sta attivando soprattutto le aziende Fintech, che come People.ai Inc, hanno ridotto gli uffici dei propri quartier generali, chiuso le sedi satellite e riprogettato strutture operative per renderle fruibili da remoto. L’azienda, in questo modo, ha potuto impiegare l’85% del budget immobiliare del 2019 reinvestendolo in vantaggi per i dipendenti, tra cui un viaggio per tutto lo staff di 200 persone, e altri organizzati in forma ridotta per i singoli team.

Con la rigidità di vedute si perdono i talenti

“Riportare tutti indietro al lavoro in ufficio sarebbe un errore – commenta il CEO di People.ai Inc Oleg Rogynskyy  – è con la rigidità di vedute che si perdono i talenti”.
Anche l’incubatore di startup All Turtles Corp. ha deciso di chiudere gli uffici di Parigi, Tokyo e San Francisco per spostare tutto online, mente un gigante come HSBC intende ridurre i propri uffici del 20% entro la fine del 2021, sfruttando la tendenza al lavoro da casa durante la pandemia globale per ridurre le spese immobiliari.

La soluzione? Un modello di lavoro ibrido

La soluzione, riporta Adnkronos, sembra quindi essere un modello ibrido. “Stiamo passando a un modello di lavoro ibrido ove possibile, offrendo ai nostri dipendenti la flessibilità di lavorare in un modo adatto sia a loro sia ai loro clienti – dichiara il capo di HSBC Noel Quinn -. Avremo bisogno di meno spazio per uffici e abbiamo in programma di ridurre la nostra impronta globale di oltre 3,6 milioni di piedi quadrati, o circa il 20%, entro la fine del 2021”.  A maggio poi la banca ha anche iniziato un test pilota per il venerdì pomeriggio senza Zoom nel tentativo di alleviare lo stress causato dagli infiniti incontri virtuali durante la pandemia.

La ricerca scientifica? In Italia è (sempre di più) donna

Almeno nell’ambito della ricerca scientifica, in Italia la parità di genere sembra non essere lontana. Nel nostro Paese, infatti, quasi 5 ricercatori scientifici sono donne (la percentuale di presenza femminile è del 44%). La buona notizia viene dal report annuale “Gender in research” di Elsevier, uno dei più importanti editori scientifici del mondo, con oltre 3000 pubblicazioni in ogni ambito scientifico. Lo studio, che prende in esame la partecipazione delle donne nel campo della ricerca in Europa e in altri 15 Paesi del mondo, rivela per l’Italia una presenza femminile sopra la media Ue, con il 39%. L’Italia è seconda solo al Portogallo (è il paese guida sul genere) e in linea con la Spagna. La Francia è al 39%, la Danimarca 35%, Olanda 33%, Germania 32%. Allargando l’osservazione al di fuori dell’Europa l’Australia è al 39,46% e Argentina e Messico mettono a punto ottimi punteggi, mentre è il Giappone, con il 15.22%, il fanalino di coda.

Dalla rete alla retribuzione: la differenza tra i generi

Gli ultimi cinquant’anni hanno visto enormi progressi per e dalle donne nella ricerca. Le donne ora rappresentano una quota maggiore di scienza, tecnologia, ingegneria, laureati in matematica (STEM) e medicina come mai prima d’ora. Tuttavia, c’è ancora molto da fare. “Questo rapporto evidenzia anche che le donne non partecipano a reti di collaborazione allo stesso livello maschile, con un potenziale impatto sulla loro carriera”, sottolinea Kumsal Bayazit, Chief Executive Officer di Elsevier. Gli elementi da prendere in esame sono pubblicazioni e citazioni, oltre a borse di studio e domande di brevetto: questa è ‘l’impronta’ che lascia il ricercatore. E gli uomini hanno un’impronta di ricerca più ampia, con maggiori pubblicazioni, sovvenzioni e brevetti. Sul fronte della retribuzione, nel settore della ricerca il nostro Paese è avanti rispetto al resto d’Europa, con un pay gender gap attorno al 7% (che rispecchia l’andamento dell’intera economia) decisamente inferiore alla media europea (15%) e pari a circa un terzo della Danimarca (circa il 20%).

Ruoli e posizioni delle donne

Per quanto riguarda la distribuzione dei ruoli, sempre nel settore delle discipline STEM, in Italia le donne sono addirittura più degli uomini fra i candidati ai dottorati (52%), mentre nel terziario avanzato, fra gli impiegati e i tecnici, le donne che svolgono queste professioni in Italia sono quasi il 60% (la media Ue è poco al di sopra del 50%). Per quanto riguarda i ruoli apicali degli istituti di ricerca, le donne hanno poco più del 20% di rappresentanza (percentuale peraltro molto vicina a quella del resto d’Europa). Tra i ruoli di scienziate e ingegnere, infine, in Italia la presenza femminile è di poco sopra al 30%, mentre la media Ue supera il 40%.